martedì 17 gennaio 2017

Ricettario senza glutine e caseina di Letizia Bernardi Cavalieri

Vi vorrei parlare del Ricettario senza glutine e caseina di Letizia Bernardi Cavalieri per due motivi. Il primo è che ogni volta che esce un libro della collana Olos, che dirigo per Antonio Tombolini Editore, mi sento emozionata e orgogliosa come se lo avessi scritto io. Perchè è un progetto che amo molto, a cui tengo particolarmente, e per il quale seleziono solo testi che reputo ottimi.
Il secondo è un motivo più personale: per vari problemi di salute, da qualche anno, devo attenermi a una dieta con meno glutine possibile e senza lattosio. Inoltre sono allergica (in modo grave, rischio lo shock anafilattico) a diversi alimenti. Quando il medico mi spiegò cosa dovevo eliminare dalla mia alimentazione la prima cosa che pensai fu: e ora cosa mangerò? Superato il primo momento di "disperazione" (due dei cibi che adoro sono il pane e i formaggi) cominciai a cercare qualche ricetta per capire come organizzare i miei pasti, ma le soluzioni che trovavo erano spesso davvero poco golose.
Quando ho letto per la prima volta il Ricettario di Letizia mi è venuta l'acquolina in bocca. Perchè le ricette che propone sono sanissime e senza tanti ingredienti problematici come glutine, lattosio, caseina, soia, lieviti, zuccheri raffinati, ecc. ma sono allo stesso tempo golose: moltissimi piatti della migliore cucina italiana, qualche ricetta di cucina etnica e anche idee sfiziose. Agnolotti, fettuccine, gnocchi, ma anche involtini primavera e pollo al curry, baccalà al pomodoro e bouillabaisse di pesce, carciofi alla romana, pizza e piadina, muffin e persino il Montebianco. Sono solo alcune delle ricette che Letizia spiega in modo semplice e preciso per permettere a tutti di realizzarle.
Vi è venuta fame? Immagino di sì.
Se volete scoprire quante prelibatezze si possono preparare grazie al Ricettario senza glutine e caseina non vi resta che acquistarlo nei migliori store on line o direttamente a questo link.

mercoledì 21 dicembre 2016

Al paese dei libri di Paul Collins - Recensione

La recensione che segue è stata pubblicata nel numero di dicembre della rivista letteraria on line Il Colophon.

Che libro strano! Al termine della lettura non avevo ben capito se mi fosse piaciuto o meno, e ancora oggi – a distanza di qualche giorno – non mi è ben chiaro.
Non si tratta di un romanzo, bensì della cronaca autobiografica (almeno così è fatto intendere al lettore) di un soggiorno dell'autore con moglie e figlio al seguito a Hay-on-Wye, il celebre villaggio gallese dove la densità di librerie è elevatissima. Collins vorrebbe stabilirvicisi in pianta stabile ma la difficoltà di trovare una casa adeguata da acquistare lo indurrà a tornare negli Stati Uniti. È chiaro che la trama esigua costituisce un pretesto per parlare di altro: Hay-on-Wye, i libri, gli scrittori, come appaiono la Gran Bretagna e i suoi abitanti agli occhi di uno statunitense.
Ho apprezzato le descrizioni dei luoghi (anche se forse a un europeo lo stupore che le pervade risulta abbastanza ingenuo) e ancora di più le digressioni sui libri. Collins a quanto pare è cultore e collezionista di libri insoliti o introvabili dell'Ottocento e Novecento e cita di frequente divertenti brani a proposito dei temi più disparati. Spunto interessante per una ricerca bibliografica.
Ho trovato acute e sagaci alcune sue riflessioni anche se mi pare di intuire che si tratti del “solito” bibliofilo col paraocchi che esalta l'odore dei libri e la loro muffa rossa ma non riesce a considerare della stessa utilità e valore un ebook: un preconcetto che limita ancora molto scrittori, editori e lettori ed è duro da superare. Questo dato di fatto mi suscita una domanda, forse provocatoria: se i libri aiutano ad aprire la mente, perché molti di coloro che li realizzano, li scrivono o ne sono dei consumatori assidui hanno un atteggiamento così chiuso e ottuso nei confronti delle nuove tecnologie e alle grandi possibilità che esse offrono?
Tornando a Il paese dei libri, ci sono due cose che mi hanno lasciata interdetta. La prima è la brutta figura che in questo libro fanno gli statunitensi: Collins li dipinge come zotici bigotti ricchi di denaro, beni e tecnologia, ma un bagaglio culturale inesistente. Sono d'accordo che in parte può essere così, ma mi pare che calchi un po' troppo la mano, soprattutto visto che sta parlando dei suoi connazionali.
Infine la domanda che mi ha “tormentato” durante tutta la lettura: Collins dice di essere uno scrittore, ma via via che si legge Il paese dei libri si scopre che la sua prima opera ancora non è stata pubblicata, è in fase di editing. Sorvoliamo l'annosa e controversa questione riguardo al diritto di definirsi scrittore, se e dopo quanti libri pubblicati, ma a parte questo come fa a vivere e mantenere una famiglia senza svolgere un altro lavoro? Ha ricevuto un anticipo così cospicuo? Davvero negli Stati Uniti accade ancora? In caso affermativo Collins non dovrebbe denigrare tanto gli USA dove il sogno di vivere facendo solo lo scrittore (e non altri due o tre mestieri per sopravvivere) è possibile. Se invece così non è, forse ho capito finalmente l'essenza di Al paese dei libri: non si tratta di un racconto autobiografico bensì di un romanzo distopico assai ottimista.

Al paese dei libri di Paul Collins
(Adelphi)

lunedì 19 dicembre 2016

La libreria dell'armadillo di Alberto Schiavone - Recensione

La recensione che segue è stata pubblicata nel numero di dicembre 2016 della rivista letteraria on line Il Colophon


“Il destino di ogni libro è imprevedibile recita la quarta di copertina di questo romanzo, ed è imprevedibile anche ciò che ci leggerai dentro oltre a una bella storia, aggiungo io. Andiamo con ordine, però, iniziando dalla trama. Un vecchietto smemorato torna a casa dalla tabaccheria dove ha acquistato le sigarette e la commessa come resto gli ha dato un biglietto del SuperEnalotto. Essendo smemorato, appunto, si dimentica dell'estrazione e lascia il biglietto dentro al libro che sta leggendo: Randagio è l'eroe di Giovanni Arpino. Un libro ormai fuori catalogo, quasi irreperibile, ma che nella nostra storia fa un sacco di strada. Lo troviamo infatti il giorno dopo in uno scatolone abbandonato vicino ai cassonetti dalla nipote del vecchietto, e poi tra le mani di un librario cocciuto come un armadillo che sta cercando di salvare la propria libreria indipendente dal fallimento. Dalle mani del librario Randagio è l'eroe dovrebbe passare direttamente a quelle della dolce Francesca che lo sta cercando da tempo, ma si mettono in mezzo la sorte e un ragazzotto cinese che ama leggere di nascosto per non incappare nelle ire del padre, e che decide di rubare il prezioso volume visto che il libraio "ne ha tanti". E poi...non vi racconto oltre per non rovinarvi la sorpresa.
Vi posso raccontare, invece, le tante altre cose che ho trovato tra queste pagine. Ci ho trovato una dichiarazione d'amore per i libri libri: Ha mai osservato l'espressione di una persona che ha appena finito di leggere un libro? L'ideale è riuscire a vedergli scorrere addosso le ultime pagine, e seguirne il respiro fino alle ultimissime righe. È significativo anche come lo chiude. A volte un gesto violento, altre una carezza.
E l'atmosfera di certe librerie in cui potresti anche perderti, curiosando tra gli scaffali o chiacchierando col libraio o la libraia per ore. Sono fortunata, ne conosco diversi di luoghi così, ma stanno scomparendo piano piano, soprattutto nelle grandi città.
E ci ho trovato, ancora, la strenua resistenza di un libraio che fa questo mestiere per amore: l'unica maniera che abbiamo per aiutarli questi librai cocciuti e coraggiosi, sostenerli, incoraggiarli, è quella di frequentare le loro piccole isole del tesoro. Lo so che a volte è più comodo comprare on line senza uscire di casa, ma se davvero crediamo nel valore dei libri anche il banale gesto di acquistarli in libreria può significare molto.
La libreria dell'armadillo è stata anche l'occasione per conoscere Randagio è l'eroe, che mi ha incuriosito e ho cercato. Davvero è un libro difficile da reperire ma sono riuscita a procurarmelo: ancora non l'ho letto e confesso che forse mi sono creata molte aspettative che spero non saranno deluse. Proprio a proposito dei libri ormai fuori catalogo e quasi introvabili vorrei fare una riflessione: molti vedono gli ebook come una delle cause della crisi delle librerie indipendenti. Non credo che ci possa essere idea più sciocca considerando anche che il mercato degli ebook in Italia raggiunge ancora una fetta di pubblico piccolissima. Invece vedo in essi una grande risorsa proprio per ridare vita a questi testi ormai introvabili e che nessun editore è interessato a ripubblicare in edizione cartacea. L'ebook permetterebbe operazioni di recupero a costi bassissimi impedendo - inoltre - che certi testi di valore scompaiano completamente.
Ma torniamo alla Libreria dell'armadillo, un romanzo coinvolgente e delicato, che vi consiglio vivamente di leggere nel formato che vi piace di più, cartaceo o ebook. E se scegliete il cartaceo acquistatelo in una libreria... indipendente of course.

La libreria dell'armadillo di Alberto Schiavone
(Rizzoli)

giovedì 15 dicembre 2016

L'ora del tè: la chiacchierata nel salotto di Roberta Marcaccio

Roberta Marcaccio ha un bel blog che vi consiglio di seguire. All'interno del blog tiene una rubrica molto carina che si intitola L'ora del tè di cui sono stata ospite con mia grande emozione.
Ecco il risultato della chiacchierata che potete leggere anche direttamente a questo link.


Benvenuta Carla nel mio salotto, per me è un’emozione averti qui. So che ami gli infusi e i tè. Cosa posso offrirti mentre chiacchieriamo?
Un Earl Grey rigorosamente “liscio”.

Molto bene. Se sei pronta, iniziamo la nostra chiacchierata.
Prontissima.

A che età hai iniziato a scrivere?
Sette anni (e ho vinto il mio primo concorso letterario nazionale scolastico a otto).

Quali sono, se ne hai, le tue manie quando scrivi?
Non ne ho, a parte il fatto che ODIO chi sbircia nel mio pc o nel quaderno.

Il luogo in cui preferisci ambientare le tue storie?
Ovunque, basta che il luogo colpisca la mia immaginazione.

Il libro più bello che hai letto?
Difficile sceglierne uno. Negli ultimi anni “Questo bacio vada al mondo interno” di Colum McCann.

Il luogo più strano in cui scrivi?
Scrivo dappertutto: a casa, in treno, in auto, in aereo, nei caffè, su una panchina, ho scritto anche seduta sul sedile della moto… dipende cosa intendiamo per strano.

Sbirciando un po’ nel tuo bagaglio di referenze ho trovato molte cose interessanti:
agente letteraria, scrittrice, editor, direttrice di collana… È come se tutte le sfaccettature del mondo della scrittura, in te trovassero un centro. Penso, nel mio piccolo, a quanta fatica occorre per programmare un romanzo, scriverlo, promuoverlo, tenere un blog per aumentare la visibilità, ecc. Ed immagino la tua, di fatica, a fare collimare più esigenze diverse, tue e di altri. Inoltre curi diversi blog, recensisci libri, partecipi a gruppi di lettura, presenti libri… Insomma, hai una professionalità poliedrica.
La mia curiosità è: di tutte le attività che svolgi, quali ti hanno maggiormente aiutato nella tua carriera di scrittrice? Hanno influito in modo positivo oppure alcune sono state di intralcio?
Il tuo lavoro, ovviamente, ti impone di leggere molti libri. Facendo un calcolo approssimativo, quanti ne leggi in un anno?
Devo essere sincera al 100%? Dopo avere trascorso la giornata lavorativa a scrivere, promuovere, editare, ecc. gli altri autori, della mia vena creativa e della voglia di fare lo stesso per i miei progetti letterari resta molto molto poco. Anche perché spesso mi capita di lavorare fino a tardi. Tutto ciò quindi va a discapito della mia attività come scrittrice, della promozione dei miei libri, ecc. E non ti nascondo che sto facendo delle attente riflessioni sulla questione.
Quanti libri leggo in un anno tra quelli “per diletto” e quelli “per lavoro”? Circa 200 direi.

Certo che devi essere sincera. Mi piace parlare in modo diretto con le persone che incontro. È un po’ nella mia natura ed apprezzo chi lo è. Il tempo per la scrittura è tempo che va tolto a tutto il resto e spesso è la scrittura che ne soffre. Lo stesso vale per la promozione, le presentazioni. Ti capisco perché so cosa significa.
Con te vorrei affrontare un argomento che mi sta a cuore. Poi parleremo anche dei tuoi libri.
Tu leggi circa 200 libri ogni anno. Un numero notevole. Li leggi perché il tuo mestiere ovviamente lo richiede.
Parlando con Carla scrittrice mi piacerebbe avere una tua opinione sulla necessità di leggere per poter poi scrivere. Mi spiego meglio. Per scrivere è fondamentale leggere. Più libri si leggono più la scrittura si arricchisce, decolla. So anche che molti autori non leggono o leggono poco.
Quanto è importante invece la lettura per uno scrittore? È preferibile leggere un certo genere di libri o qualsiasi pagina scritta è adatta allo scopo? E infine, la lettura di libri di altri autori che uno scrittore fa, può condizionare il suo stile? Oppure migliorarlo?
Secondo me per uno scrittore la lettura è fondamentale.
Prima di tutto per i motivi più scontati, quelli per i quali la lettura è importante per tutti: sviluppa il senso critico, aiuta ad avere un punto di vista più ampio e obiettivo, mantiene vivo il cervello, spalanca nuovi orizzonti, ecc. Se una persona che si definisce scrittore non legge come può essere in grado di valutare ciò che ha scritto? Per valutare occorre essere in grado di confrontare il proprio lavoro con gli standard, con il resto della letteratura.
Inoltre leggere ci fa apprezzare (o detestare) strutture e stili narrativi diversi, ci mette di fronte a scritture di tutti i tipi che sentiremo più o meno congeniali alla nostra sensibilità. E anche leggere brutti libri (o quelli che noi riteniamo tali) può essere utile, per stabilire cosa proprio non ci piace, gli errori in cui non vogliamo cadere.
Non credo che la lettura possa condizionare il nostro stile, perché in ciò che scriviamo mettiamo sempre la nostra personalità. Piuttosto credo che sia ciò che ci piace che possa influenzarci. Mi spiego: io amo molto la scrittura asciutta, diretta, frasi brevi, poche leziosità. E infatti leggo molti autori nord europei, spesso accomunati da queste caratteristiche. Non amo molto i periodi lunghi, le descrizioni troppo ricche, le parole “barocche”, certi stili di autori sudamericani o mediterranei che mi paiono ridondanti. Quando scrivo, lo so, sono molto sintetica, essenziale. Ma certo la mia scrittura non è una copia dei miei autori preferiti. Forse la summa di tutti? O forse è solo la scrittura di Carla a cui piacciono le frasi brevi e poco leziose.
Certamente se leggiamo buoni libri miglioriamo la nostra scrittura.

Penso che tu ci abbia fornito un punto di vista molto interessante da cui osservare la nostra scrittura: ciò che ci piace influenza il nostro stile. Un punto di vista che non avevo mai considerato, su cui mi trovi molto d’accordo. Penso non solo ai libri che leggiamo ma anche a ciò che accade mentre viviamo e che spesso traduciamo in storie. Mi spiego e ti chiedo.
Una storia deve essere credibile o, per lo meno, coinvolgermi a tal punto da farmi accettare qualsiasi scelta dell’autore (mi vengono in mente almeno una decina di romanzi in cui mi sono stupita di ciò che accadeva ma ho accettato) tanto che è consigliabile che lo scrittore scriva di ciò che conosce bene. Nella tua esperienza di vita da scrittrice ti accade spesso di visitare luoghi, incontrare persone, vivere situazioni che poi diventano materia prima per le tue storie? Quanto di reale c’è nei tuoi racconti e quanto invece è frutto della tua fantasia?
Mi accade di continuo! Anzi, devo fissarmi dei paletti da sola perché grazie a luoghi, persone, vicende, conversazioni che mi ispirano ho già raccolto tante di quelle idee per altrettanti romanzi e racconti che non so se riuscirò a scriverli tutti in questa vita. C’è da dire però che sono anche molto critica. Tutte le idee di cui sopra me le appunto in un taccuino speciale, ma ogni tanto le rileggo e quelle che non mi convincono più le elimino.
Direi che la percentuale di reale e immaginario nelle mie storie è 50 e 50. Ma di solito la scintilla originale, quella da cui poi nasce la fase creativa, ha origine sempre nel reale.

Capisco bene cosa intendi. A volte anche camminando semplicemente per strada, la scintilla creativa che darà vita ad una storia può accendersi. Quando meno te lo aspetti.
Parliamo ora dei tuoi libri. Io ho letto sia Scritto sull’acqua che Pane, marmellata e tè. Il primo è una raccolta di racconti, mentre il secondo è un giallo-rosa che contiene tre avventure della simpatica Beatrice. Si tratta di storie brevi che nulla hanno da invidiare a romanzi più articolati. Personalmente trovo molto invitante la scrittura delle short story e devo dire che non è per niente facile scrivere condensando la storia.
Quando hai progettato Pane, marmellata e tè l’hai pensato con una struttura a racconti fin dall’inizio oppure hai valutato anche l’ipotesi del romanzo? I tre episodi di Beatrice possono essere considerati dei racconti lunghi, contengono diversi personaggi, hanno un andamento che ricorda molto il romanzo, ma per necessità narrativa prevedono molte delle caratteristiche di una short story: puntare l’occhio di bue su uno o pochi eventi in particolare, concentrarsi solo su alcuni dettagli, non dilungarsi nelle descrizioni. Alla luce di tutto questo, a tuo parere, è più facile scrivere un racconto rispetto ad un romanzo, o viceversa?
Pane, marmellata e tè è nato proprio con l’intenzione di proporre tre racconti legati tra di loro ma che allo stesso tempo siano episodi autoconclusivi. E infatti sono stati “costruiti” secondo questa esigenza.
Secondo me è più difficile scrivere un racconto, perché hai un minore “spazio di manovra” rispetto al romanzo: hai a disposizione meno pagine per delineare i personaggi, fare entrare il lettore nella storia, creare l’atmosfera che lo catturi. C’è da dire però che vengo da oltre vent’anni di giornalismo e sono quindi abituata a dovere esprimere molto in poche righe. I miei prossimi progetti, comunque, sono relativi ad alcuni romanzi piuttosto articolati, quindi ti saprò dire fra qualche mese se confermerò questa mia teoria o meno.

Ovviamente siamo curiosissimi dei tuoi futuri progetti, ma per scaramanzia non ti chiederò di cosa si tratta. Ne parleremo quando sarai pronta a svelarli.
Fra le tue pubblicazioni abbiamo citato alcuni saggi storici, fra cui Montecuccoli 1937-38. Viaggio in Estremo Oriente, pubblicato da Bacchilega Editore, la cronaca del viaggio dell’incrociatore Raimondo Montecuccoli, che partì da Napoli alla volta di Shanghai, in aiuto alla popolazione cinese. Il tuo è stato un importante lavoro di ricostruzione storica, che credo sia stato anche emozionante, visto che quel viaggio ha riguardato in qualche modo la tua famiglia. Ce ne vuoi parlare? Cosa ha significato per te scrivere questo libro? Quali sensazioni ha suscitato in Carla?
Con questa domanda avremmo finito la nostra intervista, ma di cose da chiederti ce ne sarebbero ancora tante. Possiamo ridarci appuntamento fra qualche mese, quando avrai qualche notizia in più da fornirci sui tuoi progetti futuri?
Però ho altre due curiosità (ed a questo punto non solo io). Tu vivi per scrivere e scrivi per vivere, una vita dedicata alla scrittura, ai libri, alla scoperta di autori esordienti e di novità letterarie. Quali sono le altre passioni di Carla, quelle che non riguardano libri e circondario?
E poi, se dovessi scegliere una fra le tante sfumature delle tue attività professionali (scrittrice, agente, editor, giornalista…) quale preferiresti esercitare per la vita?
Montecuccoli 1937-38. Viaggio in Estremo Oriente per me ha un grandissimo significato affettivo perché uno dei membri dell’equipaggio era mio nonno materno, Aroldo Sabbadin: i suoi racconti mi hanno affascinato fin da quando ero piccola e averli raccolti in un libro è come preservare la sua memoria ora che non c’è più. Ma è stata anche una importante operazione di ricerca perché questo episodio della storia della Marina Italiana è sconosciuto a molti e invece si è trattato di un evento significativo: la prima missione di pace della nostra Marina durante la quale sono state salvate migliaia di persone, occidentali ma soprattutto cinesi di Shanghai (la missione è stata svolta durante la guerra cino-giapponese). Oltre alle testimonianze di mio nonno ho raccolto quelle di altri membri allora ancora in vita dell’equipaggio: è stato come fare un commovente viaggio nel passato perché questi anziani marinai ricordavano nitidamente tutto e raccontavano la loro avventura con emozione. Nei loro occhi che brillavano ho rivisto i giovani sottufficiali del 1937.  Si è trattato comunque anche di una ricostruzione storica importante perché esistono pochissime informazioni in italiano sulla missione: in dieci anni ho raccolto materiale soprattutto in lingua inglese (articoli di giornale, diari e reportage, saggi storici) e sono riuscita a ricostruire spero al meglio la vicenda. Ma la cosa che mi ha reso più felice è che da quando è uscito il libro, dieci anni fa, ricevo regolarmente mail di parenti di ex membri dell’equipaggio che mi mandano immagini, memorie, ecc. Oppure semplicemente mi ringraziano per averlo scritto. Ho ricevuto email dalla Svezia, da Pechino, dal Canada, dagli USA. Tutto questo mi emoziona e avrei voluto poterlo condividere con mio nonno. Sto pensando a una seconda edizione del libro arricchita da tutto il materiale che mi è stato inviato in questi anni.
Rispondendo alle altre tue domande… certamente quando avrò novità interessanti sui miei nuovi progetti ti farò sapere.
Quali sono le mie passioni al di fuori dei libri e della scrittura?
Amo viaggiare, il fai da te (uncinetto, punto croce, cucito, creazioni con la carta o le perline), quando ho l’ispirazione giusta cucino.
Se potessi scegliere una sola delle mie attività professionali? Scrittrice, senza alcuna esitazione!

Sentirti parlare della tua esperienza di ricerca e scrittura di Montecuccoli e dell’effetto che sta suscitando in coloro che hanno partecipato alla missione e nei loro parenti emoziona un po’ tutti noi ed io credo che questo sia un libro da leggere e consigliare. Io per prima lo leggerò al più presto.
Grazie Carla per averci dedicato il tuo tempo e per avere condiviso con noi le tue passioni e qualche tuo piccolo segreto. Ti aspetto di nuovo nel mio salotto!




martedì 13 dicembre 2016

Pane, marmellata e tè - Incipit

Ormai lo sanno anche i muri che è uscito il mio nuovo libro. Ma siccome "la pubblicità è l'anima del commercio", non posso evitare di parlarne, anche se cerco di farlo senza ammorbare troppo i miei lettori (o fan? o follower? decidete voi).
Quindi nelle prossime settimane vi offrirò qualche dettaglio in più su Pane, marmellata e tè.
Cominciamo dall'incipit.
E se siete curiosi di leggere il resto... basta andare a questo link e acquistare l'ebook.
Buona lettura!

Fango, ovunque, sulle mani, sul viso. Se lo sente fra i denti.
E sangue. Tanto sangue. Ne avverte intensamente l'odore.
Beatrice si sveglia con un grido muto in gola.
Annaspando trova l'interruttore dell'abat-jour sul comodino e la luce calda che si diffonde la tranquillizza. Si alza a sedere sul letto, abbraccia le ginocchia e cerca di ridare un ritmo meno frenetico al cuore e al respiro.
Ancora quell'incubo che ritorna sempre con maggiore frequenza da quando ha intrapreso le ricerche per il dossier sui delitti seriali.
Non si è mai occupata di cronaca nera. Ma stavolta il direttore ha preferito dare un taglio più introspettivo al pezzo: niente morbosa caccia alle streghe e sensazionalismi, piuttosto una ricerca psicologica dei motivi per cui la fredda brutalità ha preso il sopravvento sul raziocinio e la compassione.
Niente giornalisti dallo scoop facile abituati a scavare nelle vite di vittime e carnefici per suscitare l'attenzione dei lettori. È più adatta lei, che solitamente scrive di impegno civile e problematiche sociali.
Si alza dal letto: ormai sa che non riuscirà a riprendere sonno. E poi fra meno di un'ora dovrebbe suonare la sveglia.
Infila un cardigan sulla camicia da notte e va in cucina, accende il bollitore, mette la bustina di tè nella tazza.
Quello che la turba non è tanto l'angoscia che prova a causa dell'incubo, quanto il fatto che lo scenario in cui ogni notte si ritrova non è descritto in nessuno dei rapporti analizzati per l'articolo.
Avrò poteri divinatori?
si chiede mentre versa l'acqua bollente.
Scrolla le spalle e con un grosso sospiro saluta la nuova giornata che ha davanti.

lunedì 12 dicembre 2016

Il Colophon di dicembre: Al paese dei libri

Ultimo numero del 2016 de Il Colophon quello appena uscito col titolo Al paese dei libri. Titolo ispirato al libro di Paul Collins che proprio io ho recensito per la rivista letteraria on line.
In questo numero si parla di libri - ma dai? - però sotto una luce particolare.
Di libri e coraggio.
No, non di libri che parlano di coraggio.
Bensì del coraggio di pubblicare libri belli, o fuori dagli schemi, o particolari ma comunque interessanti, senza sottostare solo e unicamente alle leggi del mercato.
Coraggio di essere dei veri librai, che sanno consigliare e incuriosire, non dei semplici commessi che potrebbero vendere un libro come si vende un paio di scarpe.
Coraggio di leggere un libro e dire che non ci è piaciuto, che è brutto o mal tradotto anche se è in vetta alle classifiche. Perchè è solo questo coraggio, e tutte le sue altre infinite sfumature, che salveranno i libri.
Un numero davvero bello, ricco pieno di spunti e contenuti, da gustarvi pagina dopo pagina con calma. Tanto la prossima edizione esce fra due mesi!
P.S. Le belle illustrazioni sono di Marta D'Asaro (anche lei ha il coraggio di proporre copertine fantastiche ma completamente fuori dagli schemi).

martedì 6 dicembre 2016

Fotogrammi in 6x6 di Michele Marziani - Recensione

La recensione che segue è stata pubblicata su Bookavenue.

Tre fotografie, tre brevi episodi, possono contenere tanta forza narrativa da riuscire a raccontare vite intere. È quello che fa Michele Marziani in questo breve romanzo (o racconto lungo,come si preferisce) con la sua scrittura asciutta ma che con poche frasi riesce a dirti un sacco di cose, a farti entrare nel cuore dei personaggi e delle vicende.
Nel primo fotogramma siamo a Rimini nel 1968, conosciamo Stefano, bambino di prima elementare, che si sente fuori posto, diverso dai compagni di classe, e per questo ce l'ha un po' coi propri genitori che stanno a metà strada tra i “ricchi” e i “proletari”; la stessa divisione che Stefano vive anche tra i suoi compagni di classe dove si sente escluso da entrambi i gruppi. Suo padre insegna alle superiori, un lavoro “borghese” quindi, ma in casa si deve ugualmente fare economia con scelte insolite che il bambino a volte proprio non comprende.
Cambia fotogramma, siamo ancora a Rimini nel 1973. Stefano ha 11 anni e comincia ad essere cosciente di ciò che succede nel mondo. Ad accrescere la sua consapevolezza lo aiuta l'amicizia con Ursula, sua coetanea, figlia del segretario di un ministro di Allende scampato al colpo di stato e ospitata nel suo stesso condominio.
L'ultimo fotogramma è ambientato a Laigueglia, in Liguria, nel 1994. Non è più Stefano il protagonista, ma sua madre che scrive una lettera al nipotino Ernesto che dorme. Le è stato affidato perchè i genitori, entrambi brigatisti, sono in prigione.
Come ci si trasforma da bambini che si sentono fuori posto e cercano di capire il mondo a terroristi? Forse possiamo provare a capirlo leggendo questa storia.
Al contrario di quanto si può pensare, però, non è un libro “politicizzato” ma il racconto di pensieri ed emozioni legati ad alcuni frammenti del '900 visti attraverso gli occhi di un bambino che si chiede come mai le cose “vanno così” e deve scegliere se accettare le risposte che trova crescendo.

Fotogrammi in 6x6 di Michele Marziani
(Antonio Tombolini Editore – Collana Officina Marziani)

sabato 26 novembre 2016

La prima recensione a Pane, marmellata e tè

Mi sento un po' autoreferenziale in questo periodo, ma non posso evitare di parlare del mio nuovo libro che sta riscuotendo interesse e appprezzamenti. Quindi non me ne vogliate se vi stresserò un pochino.
Prima di lasciarvi alla lusingiera recensione di Roberta Marcaccio (se volete leggerla nel suo sito, questo è il link) aggiungo che fino il 6 dicembre il libro è in promozione a 1,99 euro (anziché 4,99) e che potete acquistarlo direttamente a questo link.

Tre casi per Beatrice.
Dalla routine quotidiana di un piccolo giornale, Beatrice si ritrova catapultata nel mondo dei serial killer. Un salto notevole per la nostra giovane giornalista, che per la prima volta vedrà affidarsi un incarico importante: il “mostro della palude”.
Pane, marmellata e tè è una raccolta di tre racconti con omicidio; protagonista è una giornalista, improvvisata investigatrice, che con il suo inaspettato fiuto e un po’ di fortuna risolve i casi con grande abilità.
Beatrice è fresca, spontanea. Dice quello che pensa e vive le situazioni con trasporto.
Pane, marmellata e tè è un giallo a tinte rosa: non è crudo, contiene una storia d’amore, si legge con facilità e non è sdolcinato.
Leggendo Pane, marmellata e tè se ne possono sentire i profumi, osservare i colori, percepire i sentimenti.
Una storia ricca di elementi sensoriali: l’odore del pane, il sapore del tè, della marmellata. La scrittura scorre e i tre racconti si leggono in un fiato, grazie alla simpatia della protagonista e alla bravura dell’autrice.
Pane, marmellata e tè è adatto a chi ama estraniarsi per un attimo da ciò che c’è fuori e isolarsi in un mondo parallelo. Entrare in un’altra vita e viverla. Ti senti partecipe, al fianco di Beatrice, mentre si muove, indaga, parla, ragiona, si esprime.
Pane, marmellata e tè è una bella lettura, divertente e piacevole. Bellissima anche la copertina, delicata ed accattivante.
Pane, marmellata e tè è scritto dalla bravissima Carla Casazza e pubblicato nella collana Amaranta di Antonio Tombolini Editore.


venerdì 25 novembre 2016

Biografia imperfetta di una scrittrice: dedicato a Marina Sangiorgi

Martedì 29 novembre alle ore 20.30 alla Biblioteca Comunale di Imola (Via Emilia 80) Viaemiliaventicinque in collaborazione con Francesca Serragnoli organizzano l’incontro Biografia imperfetta di una scrittrice, serata intorno all’opera dell’autrice imolese Marina Sangiorgi prematuramente scomparsa alcuni mesi fa. Interverranno il professor Alberto Bertoni dell’Università di Bologna, Walter Raffaelli, editore, e Marisa Zattini, editrice.
Marina Sangiorgi, scrittrice imolese, ha pubblicato Frammenti di un’autobiografia imperfetta (Il Vicolo edizioni), Rubare tempo all’allegria (Raffaelli editore). I suoi racconti sono stati pubblicati in  La luna di traverso, Graphie, Fernandel e in varie antologie. Sulla rivista clanDestino ha curato la rubrica Salotto letterario. Membro attivo del gruppo di scrittura Viaemiliaventicinque, in ambito teatrale ha scritto testi messi in scena dal Tilt (trasgressivo imola laboratorio teatro).

venerdì 11 novembre 2016

Pane, marmellata e tè: il mio nuovo libro è uscito!

Ve lo avevo anticipato qualche giorno fa e finalmente il mio nuovo libro Pane, marmellata e tè è uscito!
Si tratta di  di tre racconti lunghi o di un romanzo in tre parti (come più vi piace) pubblicato nella collana Amaranta di Antonio Tombolini Editore.
Lo potete trovare in tutti gli store on line e tra l'altro fino ai primi  di dicembre, come tutti gli altri titoli di Antonio Tombolini Editore, è in offerta a 1,99.
Per la versione cartacea invece credo che ci vorranno ancora alcuni mesi.
Mi sono divertita molto a scrivere della sconclusionata giornalista Beatrice e spero che vi divertirete altrettanto voi a leggerlo. Niente di impegnativo, non ci troverete LA LETTERATURA, ma una storia tra il giallo e il rosa con qualche colpo di scena e tanta ironia.
Vi racconto nuovamente la trama che già avevo anticipato: Beatrice Ardenzi, giornalista precaria nella redazione di un quotidiano di provincia, si è sempre occupata di tematiche sociali, fino a quando il suo direttore le affida una inchiesta sul “mostro della palude”, serial killer che mutila e uccide persone anziane. Un caso difficile per il commissario Matteo Croci e il suo braccio destro, l'agente Alessio Pelliconi, in cui Beatrice si trova coinvolta suo malgrado. Tra i battibecchi con Croci e alcune intuizioni utili alle indagini, l'amicizia di Beatrice e Alessio si trasforma in qualcosa di più, complice un corso di panificazione. Beatrice e i poliziotti giungono all’epilogo del caso, ma non tutto è come sembra.
Tornata alla routine di tutti i giorni, Beatrice crede di avere smesso per sempre i panni dell'investigatrice, ma a quanto pare il suo destino è di cacciarsi nuovamente nei guai: la prima vacanza con Alessio si trasforma in un'indagine a Parigi, tra sale da tè e ambasciate esotiche, per aiutare un'amica indagata per l'omicidio del principe ereditario del Brunei. E se una degustazione di tè rovina la loro vacanza, una prozia stramba e una marmellata forse letale mettono a dura prova la loro festa di fidanzamento.
Riuscirà Beatrice, investigatrice “involontaria” e un po' maldestra a risolvere i tre casi e a tenersi il fidanzato?

Aspetto le vostre opinioni!

giovedì 3 novembre 2016

Pane, marmellata e tè: le prime anticipazioni sul mio nuovo libro

Finalmente posso anticiparvi le prime notizie sul mio nuovo libro che uscirà fra pochi giorni in ebook, e poi a seguire anche in cartaceo.
Pane, marmellata e tè - di cui potete ammirare la bellissima copertina disegnata dalla fantastica Marta D'Asaro - uscirà nella collana Amaranta di Antonio Tombolini Editore.
Si tratta di tre racconti lunghi o di un romanzo in tre parti (come più vi piace) che hanno come protagonista Beatrice, giornalista un po' sconclusionata.
Ma ecco qui la trama:
Beatrice Ardenzi, giornalista precaria nella redazione di un quotidiano di provincia, si è sempre occupata di tematiche sociali, fino a quando il suo direttore le affida una inchiesta sul “mostro della palude”, serial killer che mutila e uccide persone anziane. Un caso difficile per il commissario Matteo Croci e il suo braccio destro, l'agente Alessio Pelliconi, in cui Beatrice si trova coinvolta suo malgrado. Tra i battibecchi con Croci e alcune intuizioni utili alle indagini, l'amicizia di Beatrice e Alessio si trasforma in qualcosa di più, complice un corso di panificazione. Beatrice e i poliziotti giungono all’epilogo del caso, ma non tutto è come sembra.
Tornata alla routine di tutti i giorni, Beatrice crede di avere smesso per sempre i panni dell'investigatrice, ma a quanto pare il suo destino è di cacciarsi nuovamente nei guai: la prima vacanza con Alessio si trasforma in un'indagine a Parigi, tra sale da tè e ambasciate esotiche, per aiutare un'amica indagata per l'omicidio del principe ereditario del Brunei. E se una degustazione di tè rovina la loro vacanza, una prozia stramba e una marmellata forse letale mettono a dura prova la loro festa di fidanzamento.
Riuscirà Beatrice, investigatrice “involontaria” e un po' maldestra a risolvere i tre casi e a tenersi il fidanzato?


Vi ispira? Spero di sì. Seguitemi con attezione per nuovi aggiornamenti!

mercoledì 28 settembre 2016

Bologna meravigliosa - Recensione

La recensione che segue è stata pubblicata su Bookavenue

"Bologna meravigliosa" non è una delle tante guide turistiche più o meno approfondite dedicate alla città felsinea, piuttosto può essere definita una guida emozionale, un percorso narrativo - il libro raccoglie 36 racconti - alla scoperta delle suggestioni del capoluogo emiliano.
Cristina Orlandi miscela sapientemente ricordi personali e storie immaginarie facendoci conoscere il carattere dei bolognesi, il loro dialetto, le loro consuetudini. Attraverso gli occhi dell'autrice vediamo i luoghi frequentati dai turisti come le due torri, Piazza Maggiore e il Nettuno, San Petronio e San Luca, i portici. Scopriamo leggende e modi di dire e ci soffermiamo attoniti di fronte a due ferite che la città non può dimenticare: la strage di Ustica e quella della stazione ferroviaria, avvenute a poche settimane di distanza nel 1980. Ma i bolognesi si rialzano sempre rimboccandosi le maniche col sorriso sulle labbra. Perché una delle caratteristiche di questa città opulenta e colta è l'ironia. E da bolognese DOC Cristina Orlandi sa raccontare la sua città con umorismo, affetto e poesia.
Un libro avvincente come un romanzo che consiglio sia a chi vuole conoscere Bologna in maniera alternativa, sia a chi - come me - frequenta e ama questa città.
"Bologna meravigliosa" fa parte della collana Radici di Edizioni della Sera che racconta in maniera inconsueta anche Padova, Venezia, Trieste e Milano. La prefazione del libro è di Marilù Oliva.

giovedì 22 settembre 2016

Writing underground: corso di scrittura e lettura conviviale a Quintoveda

Mi piace molto tenere corsi e workshop. Sarà la mia anima da "maestrina" che riemerge dal passato (ho insegnato alle elementari per vari anni) oppure il fatto che ritengo stimolante condividere esperienze e "segreti del mestiere". Così com'è stimolante vedere che i miei allievi degli anni passati hanno messo a frutto ciò che hanno imparato ai miei corsi, alcuni hanno persino coronato il sogno di pubblicare il loro libro nel cassetto.
Perciò ho accettato volentieri di tenere un corso di scrittura e lettura a Quintoveda (Via Cavour 58) il locale di Imola gestito da Panta Rei, associazione di liberazione delle arti.
Il corso si intitola Writng underground e inizierà il 6 ottobre (ore 19-21) con una lezione gratuita in cui spiegherò anche nel dettaglio come si articoleranno i tre moduli in cui è suddiviso:
– Scrivere per raccontare, corso di scrittura narrativa
– Scrivere per comunicare, corso di scrittura argomentativa
– Leggere rende liberi, corso per lettori consapevoli.
È possibile iscriversi a un solo modulo per volta, oppure scegliere il “pacchetto” completo. In questo caso sarà applicato lo sconto di 40 euro sulla quota complessiva.

mercoledì 7 settembre 2016

Le donne che fecero l'impresa - Recensione

La recensione che segue è stata pubblicata su Bookavenue

Si parla spesso dei pionieri dell'imprenditoria italiana, come hanno creato grandi aziende, le loro storie, il coraggio e la creatività. Ad alcuni sono state intitolate persino strade e piazze, scuole, luoghi pubblici. E le pioniere?
Sono tante le donne che hanno dato vita ad attività imprenditoriali importanti e/o significative con tutto il coraggio e la fatica in più che l'essere donna 50, 100 anni fa comportava. Fatica che ancora oggi, a essere sinceri, accompagna chi fa imprenditoria al femminile, perchè le ccose sono un po' migliorate, ma cambiate nemmeno per sogno. Le donne che fecero l'impresa (Edizioni del Loggione) ci racconta, in chiave letteraria e quindi a volte romanzata, di alcune delle pioniere emiliano-romagnole. Dodici scrittrici di oggi prestano la propria voce e il proprio stile narrativo ad altrettante imprenditrici: Alda Masotti, Stella Pedrazzi, Isotta Zerri, Carla Cenacchi Bacchelli, la contessa Lina Bianconcini Cavazza, Gilberta Minganti, Giulia Fontanesi Maramotti, Luciana Gatti Emiliani, le sorelle Fontana, Elisabetta Sirani, Anna Quintavalla.
Alcune celebri come Ada Masotti, fondatrice de La Perla, o le famose stiliste sorelle Fontana, altre meno note ai più. Non ne conoscete le storie? Questo libro è un ottimo e piacevole strumento per scoprire qualcosa di loro.
Hanno partecipato al progetto Fosca Andraghetti, Katia Brentani, Marta Casarini, Carla Cenacchi Bacchelli, Maria Genovese, Sabrina Leonelli, Lorena Lusetti, Sara Magnoli, Cristina Orlandi, Francesca Panzacchi, Alba Piolanti e Rosalba Scaglioni. Con la prefazione di Camilla Ghedini.

venerdì 29 luglio 2016

La mia intervista su Ingresso Libero

Ebbene, una volta tanto non sono io a intervistare bensì l'oggetto dell'intervista. L'amico scrittore Luca Martini mi ha fatto otto domande per Ingresso Libero, una bella rivista digitale che invito a leggere in toto.
A questo link la potete scaricare in pdf

Per i più pigri riporto qui di seguito l'intervista

1. Carla, saltando i convenevoli che non ci piacciono: cosa rispondi a chi afferma che, molto spesso, conta più l’editor dello scrittore?Rispondo che non è così se intendiamo l'editor come un professionista che può contribuire a perfezionare un testo che ha già un proprio carattere, una trama ben costruita, dei contenuti interessanti. Certo può capitare che un editor trasformi un'opera ancora acerba in qualcosa di prezioso, ma ci vuole una buona materia prima. Come il tagliatore di diamanti: prende un minerale grezzo e ne fa un tesoro prezioso perché sa come valorizzare al meglio ciò che ha tra le mani. Ma non otterrebbe lo stesso risultato con una pietra comune. Di solito comunque il testo su cui l'editor lavora è già buono. C'è poi chi pensa che l'editor sappia compiere magie e trasformare un'accozzaglia di parole in un libro dignitoso: in questo caso però meglio rivolgersi alla fata turchina o a un bravo ghost writer.

2. Ci sono stati autori con i quali non avresti voluto lavorare? (vogliamo i cognomi, per i nomi va bene l’anonimato...)
L'editor fa voto di silenzio. No comment.

3. Ti senti più editor, scrittrice o lettrice? (non vale dire tutti e tre...ok?)
Lettrice: è nato tutto dal primo libro che ho letto da sola, ne è seguito un secondo, e un terzo. A otto anni divoravo già un romanzo dietro l'altro a cui mi ispiravo per storie incredibili che inventavo la sera prima di dormire. Da qui è nata la voglia di scrivere. A lungo è stata solo una passione, ma a 26 anni ho iniziato la mia prima collaborazione giornalistica e poi i casi della vita o il disegno del fato (a seconda di come la vedete) mi hanno offerto sempre nuove possibilità di lavorare nell'ambito della scrittura in un continuo evolversi professionale. Ho scritto come giornalista, come copy, come redattrice e da una decina d'anni ho intrapreso la professione dell'editor. Ma se vincessi alla lotteria e potessi costruirmi una vita ideale dividerei equamente il mio tempo tra la lettura e la scrittura.
Niente più editing.

4. Come fai a conciliare il tuo lavoro di scrittrice con quello di editor (ergo: non sei gelosa del successo di uno scrittore con cui hai lavorato che magari diventa più popolare di te?)
La gelosia e l'invidia non fanno parte del mio DNA. Quindi sono felice se uno scrittore con cui ho lavorato diventa popolare. Tra l'altro non sono nemmeno particolarmente ambiziosa, non mi interessa il successo – anche perché ho un carattere schivo e non amo trovarmi al centro dell'attenzione – tutto quello che mi interessa è che ciò che scrivo venga letto e che faccia breccia nel cuore o nella mente di qualcuno. O che comunque lasci un segno, susciti una riflessione, smuova un emozione, insomma che non siano parole al vento.

5. È vero che il tuo lavoro, alla lunga, logora e nuoce gravemente alla salute?
Verissimo. Nuoce soprattutto allo stomaco e alle coronarie vedere la nostra povera lingua italiana bistrattata. A parte gli scherzi, il lavoro dell'editor richiede pazienza, diplomazia e sensibilità (se uno non possiede queste doti meglio che faccia altro) ma dà anche grandi soddisfazioni e io sono molto orgogliosa quando un libro a cui ho contribuito viene apprezzato dai lettori e dalla critica.

6. Quando qualcuno ti avvicina, quanto tempo ci metti a capire che nasconde un libro nel cassetto da lasciarti nelle mani? E nel caso, che fai? Lo uccidi o bruci solo il manoscritto?
Considerando che secondo le statistiche un italiano su due ha scritto un libro, quando qualcuno mi avvicina so già quasi sicuramente che non è per i miei occhioni blu. Però visto che sono di indole pacifica provo a scoraggiarlo presentandogli scenari apocalittici del mondo dell'editoria. Se non desiste gli faccio un preventivo.

7. Quali sono gli scrittori che avresti voluto rappresentare o editare?
Editare. Il lavoro di rappresentanza è una necessità, è nato per vari e misteriosi influssi astrali ma non lo amo molto. Tornando alla domanda, sognare non costa niente. Avrei voluto editare Colum McCann, Paul Auster, Björn Larsson, di italiani Laura Pariani, Chiara Palazzolo, Aldo Nove, Loriano Macchiavelli, Massimo Carlotto. Se avessi la macchina del tempo John Steinbeck. Però devo dire che ho avuto la fortuna di lavorare con scrittori molto bravi.

8. Consiglieresti a un giovane di fare l’agente letterario? Come si impara, e, soprattutto, si guadagna bene?
Glielo sconsiglierei con tutto il cuore. La fatica e l'impegno sono grandissimi, occorre una lunga gavetta perché non esistono corsi di formazione ma si impara sul campo, e i risultati economici non sono per nulla proporzionali allo sforzo. A meno che uno non abbia la fortuna di entrare in quelle due o tre agenzie italiane che rappresentano il gotha della letteratura, è una professione che si intraprende solo per passione, come del resto molte altre professioni in ambito culturale.
 

venerdì 24 giugno 2016

Tranne il colore degli occhi di Roberta Marcaccio - Recensione

La recensione che segue è stata pubblicata su Bookavenue

Ci sono amicizie che ti accompagnano e sostengono lungo tutta una vita, che resistono ai cambiamenti di gusti e di carattere, e a tutti i percorsi tortuosi che si compiono dall'infanzia all'età matura. Si stringono legami più solidi di quelli di sangue che non temono il confronto con innamorati, famiglia, carriera o successo. E ancora più preziose sono quelle amicizie così importanti negli anni giovanili che crediamo perdute col passare del tempo, ma riscopriamo salde nei momenti più difficili.
Racconta tutto questo Tranne il colore degli occhi, romanzo d'esordio di Roberta Marcaccio, pubblicato nella collana Amaranta di Antonio Tombolini Editore, accompagnando Michela e Annamaria attraverso cinquant'anni di vita, dall'infanzia e l'adolescenza nel piccolo paese del Matese alla grande città - Roma - dove le ritroviamo adulte e donne in carriera.
Attorno alla loro storia di amicizia si intrecciano amori e un mistero a lungo tenuto gelosamente nascosto che accompagnerà le protagoniste durante tutto il romanzo e verrà svelato solo nelle ultime pagine, come nella migliore tradizione del giallo classico.
Roberta Marcaccio, con la sua scrittura che coinvolge ed emoziona, accompagna il lettore indietro nel tempo, in atmosfere vintage, offrendogli un racconto intriso di sentimento.
Un romanzo da leggere tutto d'un fiato col rischio - per i più sensibili - che ci scappi pure la lacrimuccia.

lunedì 20 giugno 2016

La vera storia del pirata Long John Silver di Björn Larsson - Recensione

La recensione che segue è stata pubblicata nel numero di giugno della rivista letteraria on line Il Colophon.

Perché scrivere la biografia  —  del tutto inventata  —  di un personaggio letterario nato dalla fantasia di un altro scrittore? Può essere il tentativo di dare risposta a questa curiosità che ci spinge ad iniziare la lettura de La vera storia del pirata Long John Silver di Björn Larsson, oppure il fatto che quella vecchia pellaccia senza una gamba abbia colpito in modo indelebile il nostro immaginario di bambini mentre leggevamo L’isola del tesoro. In un altro suo libro, Diario di bordo di uno scrittore, Larsson racconta che da piccolo aveva letto varie volte il romanzo di Stevenson ed era rimasto affascinato da Silver. “Era una fascinazione fatta di repulsione quanto di attrazione. Ma com’è possibile provare allo stesso tempo simpatia e avversione per uno spietato mascalzone come Long John? […] Quello che mi interessava capire era piuttosto cosa rendesse Long John Silver così diverso da tutti gli altri, cosa lo facesse piacere e insieme detestare. Un altro motivo per lasciare a Silver raccontare la propria storia era più evidente, e può essere sintetizzato nelle domande: «Cos’era successo prima?» e «Cosa successe dopo?»”. Infatti nel romanzo di Stevenson conosciamo Silver come gestore di una taverna a Bristol, ex master mariner, che viene ingaggiato come cuoco sull’Hispaniola. Ma perché conosce il latino? In quali circostanze ha perso la gamba? Da dove viene il suo soprannome Barbeque? Ce lo racconta Larsson assieme a tanti altri episodi interessanti che tracciano un ritratto piuttosto realistico di quella che doveva essere la vita dei pirati storicamente esistiti. Benché le vicende biografiche di Silver nascano infatti dalla sua immaginazione, Larsson per scrivere questo romanzo si è documentato su trattati di storia seri e attendibili e su altri libri che basandosi su fatti veri hanno alimentato l’immaginario su bucanieri e uomini della filibusta. Come A General History of the Pyrates, di un certo Capitano Charles Johnson, pseudonimo usato da Daniel Defoe per raccontare le imprese di celebri personaggi realmente esistiti e di altri inventati di sana pianta. E proprio Defoe compare nel romanzo di Larsson impegnato in edificanti conversazioni con Long John Silver. È l’apoteosi della finzione narrativa: uno scrittore realmente esistito ma truffaldino (ha spacciato per storie vere tutti i suoi romanzi salvo poi essere sbugiardato in alcuni casi quando era ancora in vita, in altri molto dopo essere morto) incontra un personaggio di fantasia che però vuole essere percepito come reale! Ma anche in questo caso Larsson ha un motivo valido per giustificare il memorabile incontro: “Se la premessa era che Silver non fosse solo un personaggio del romanzo di Stevenson ma un famigerato pirata in carne e ossa, temuto anche tra i suoi simili, ero costretto a chiedermi perché nella sua esaustiva A General History of the Pyrates Defoe non citasse nemmeno di sfuggita né lui né quello che era stato a lungo il suo comandante, il capitano Flint. Insomma, per amore di verosimiglianza, ero costretto a spiegare in qualche modo il silenzio di Defoe. La soluzione era ovvia: bastava far sì che i due si incontrassero e si scambiassero informazioni. Silver promise a Defoe di fornirgli materiale per il suo libro, e l’altro in cambio avrebbe mantenuto il silenzio su Silver e Flint”. Mentre divoriamo le oltre 500 pagine del libro, sempre più affascinati da questo pirata fuori dagli schemi che mette i risparmi (frutto di arrembaggi e rapine) in banca, non beve (per avere sempre il controllo totale di ciò che accade), non va a donne e quando è imbarcato porta i guanti (affinché le sue mani restino morbide e bianche, non tradendo così la sua identità di marinaio), arriviamo a capire anche noi, come Larsson, come mai Silver sia così temuto e allo stesso tempo così rispettato: per la sua grande sete di libertà e voglia di vivere che regola tutte le scelte che compie durante la propria esistenza. E con questa intuizione ne arriva un’altra: la vera isola del tesoro non è quella che ogni pirata spera di trovare grazie a qualche provvidenziale mappa, ma la nave corsara stessa, un piccolo mondo regolato da leggi dure eppure spesso molto più giuste di quelle della terraferma, in cui ogni uomo dell’equipaggio ha la possibilità di affrancarsi e crearsi il proprio destino.

giovedì 16 giugno 2016

Il Colophon di giugno: L'isola riflessa

Lo so, lo so, questo blog non vede post da diverse settimane. Ma è stato un periodo impegnativo sul fronte lavorativo (e personale). Anche un periodo fruttuoso: presto vi racconterò di nuovi progetti  a cui sto lavorando.
Nel frattempo vi lascio in buone mani, anzi in buone letture!
Da pochi giorni è uscito il nuovo numero de Il Colophon che ha come tema L'isola riflessa.
Scrive Michele Marziani, direttore della rivista letteraria on line, "Cos’è un’isola se non un lembo di terra circondato dall’acqua? Ma ovunque ci sia un’isola quasi sempre appare un mondo a parte, isolato appunto, a volte ostinato. Cocciuto. Estremo. Che può contenere tesori. Ce l’ha raccontato Robert Louis Stevenson, ma dentro di noi lo sapevamo già, perché le isole le abbiamo lette nelle pagine indimenticabili di Jules Verne ed Emilio Salgari, le abbiamo visitate, alcuni di noi ci sono nati. L’isola è un luogo letterario senza pari. Non a caso la nostra vita perduta, l’infanzia, risiede in un’isola che non c’è (non c’è più).
Quando ho lanciato l’idea di questo numero de Il Colophon a tutti gli autori avevo dentro di me un piccolo desiderio: che ognuno di noi adottasse un’isola, grande o piccola, e la raccontasse. Attraverso un libro, una storia, un’intervista, un viaggio, un incontro. Ne è uscito un numero che credo sia particolarmente ricco, variegato, dove ogni lettore non è altro che il guardiano di un faro. La luce che ha dentro è lì per illuminare un pezzo di mondo. Attraverso le parole. È proprio vero: con i libri non si è mai soli. Al massimo qui, su un’isola.".
E davvero, in questo numero, trovete recensioni e articoli bellissimi, da perdercisi.
Tornerò qui presto, lo prometto, ma intanto buona lettura!

P.S. L'immagine è di Marta D'Asaro.

venerdì 15 aprile 2016

Il fuggiasco di Massimo Carlotto - Recensione

La recensione che segue è stata pubblicata nel numero di aprile della rivista letteraria on line Il Colophon.

 Oggi Massimo Carlotto è uno scrittore di successo ma fino a qualche decennio fa il suo nome veniva associato, non alla letteratura, bensì a uno dei casi giudiziari più controversi del dopoguerra: accusato ingiustamente di omicidio a diciannove anni (probabilmente a causa della sua militanza in Lotta Continua), condannato a trent’anni di carcere nonostante l’insufficienza di prove, dopo un periodo in prigione, in attesa che la giustizia italiana — intrappolata nei gorghi della burocrazia — facesse il suo corso e gli riconoscesse l’innocenza, scelse la strada della latitanza. Prima a Parigi, poi in Messico.
Il fuggiasco — libro grazie al quale ha preso il via la sua carriera di scrittore — racconta questo periodo della sua vita.
Al di là della vicenda biografica e umana, raccontata con ironia — benché si tratti per lo più di fatti drammatici — le pagine di questo memoir permettono al lettore di calarsi nelle abitudini di un latitante e comprenderne meccanismi di difesa e regole di sopravvivenza. Ne emerge un rapporto molto ambiguo tra lo scrittore e le città che lo hanno ospitato durante la clandestinità.
Di solito, in modo consapevole o meno, si crea sempre un legame tra noi e il luogo in cui viviamo: se ci siamo nati e ci abitiamo da sempre è più facile, ma non è detto: a volte possiamo sentirci “a casa” in un luogo dove siamo di passaggio o viviamo da poco. Quel che è certo è che cerchiamo di appropriarci degli spazi, dei tempi, affinché quel luogo divenga “nostro”. Accade anche con le case in cui abitiamo. Per Carlotto, invece l’imperativo è essere il più invisibile possibile e perché questo avvenga deve seguire delle regole che portano ad estraniarlo dal luogo che lo ospita: evitare di frequentare spesso gli stessi locali (quando di solito si “eleggono” i luoghi preferiti: il ristorante, il caffè, il parco…), non usare mezzi pubblici, non familiarizzare coi vicini, non ospitare amici, cambiare continuamente abitudini, e così via. Da un momento all’altro può essere necessario lasciare l’abitazione in cui vivi, luogo precario che in certi casi è la casa di amici, prendere un treno e sparire nel nulla.
Se ci si ferma a riflettere su una situazione del genere, noi così abitudinari e legati alle cose, percepiamo quanto possa essere spiazzante e difficile da gestire una vita così. Anche chi ama viaggiare, chi si sposta spesso per lavoro o passione, ha sempre una base a cui tornare, un luogo del cuore. In questo caso, invece, è tutto in continuo divenire, senza certezze e punti di riferimento. C’è da finire in analisi, come minimo. Ma è proprio grazie a queste constatazioni che riusciamo a rivalutare il legame che abbiamo col luogo in cui viviamo e quanto esso possa influenzare la nostra esistenza quotidiana e altri aspetti del nostro essere: ciò che scriviamo, che leggiamo, il nostro gusto estetico, il nostro carattere. Quanto assomigliamo alla nostra città? Saremmo diversi se vivessimo altrove? E, nello specifico della letteratura, quanto un luogo influisce sul lavoro di uno scrittore e sul suo successo? Domande oziose, certo, ma che potrebbero portare a riflessioni utili per rendere le nostre città più a misura d’uomo e fruibili culturalmente.
Mi sono persa nel labirinto delle mie riflessioni, come lo scrittore, ne Il fuggiasco, si perde tra i vicoli per non incappare nelle retate della polizia.
Dopo anni di latitanza Carlotto sceglie di tornare in patria e costituirsi. La sua odissea giudiziaria proseguirà ancora: altri anni di carcere alternati a scarcerazioni con il differimento della pena per gravi motivi di salute. Infine, nel 1993, gli viene concessa la grazia dal Presidente della Repubblica Scalfaro.

lunedì 11 aprile 2016

Bologna raccontata da Loriano Macchiavelli

L'articolo che segue è stato pubblicato nel numero di aprile della rivista letteraria on line Il Colophon.

BOLOGNA? COSTRUITA PER IL MISTERO
La città indecifrabile e segreta raccontata dallo scrittore Loriano Macchiavelli


L’associazione di idee è inevitabile: quando si parla di Loriano Macchiavelli il pensiero va subito a Bologna, città che lo scrittore ha saputo raccontare in modo vivido e sincero, con affetto e senso critico, senza censure. La suggestione dei luoghi d’arte, il fascino segreto di vicoli medioevali e sotterranei sconosciuti, la città un tempo opulenta che assiste ai tormentati anni Settanta del Novecento fino ad essere dilaniata dalle due stragi più tragiche avvenute in Italia negli ultimi cinquant’anni.
Benché sia originario dell’Appennino, dove oggi è tornato a vivere, Macchiavelli ha imparato ad amare molto presto questa città che vide per la prima volta nel 1943, bambino sfollato in fuga dai bombardamenti, e in cui si stabilì definitivamente nel ’46. Un amore che ha fatto entrare di prepotenza Bologna nei suoi romanzi, fino a divenire uno dei protagonisti principali delle sue storie per lungo tempo.
Mi chiedo se sia stata una sua scelta ponderata oppure se la città stessa abbia preso il sopravvento.
E Macchiavelli mi risponde: «L’una e l’altra ipotesi. Quando, decidendo di scrivere un romanzo, mi chiesi se ambientarlo in un luogo di fantasia o reale, mi vennero subito in mente certi scorci di Bologna, certi suoi personaggi che stanno fra realtà e fantasia. Siamo nel 1974 e la città non era quella di oggi e quanto sto riportando potrebbe sembrare anacronistico. Subito dopo ricordai il passato di Bologna, pieno di misteri irrisolti e di situazioni fra drammatico e grottesco che avevo vissuto o mi erano state raccontate o avevo letto. Durante la guerra, quando vigeva l’oscuramento, Bologna mostrava il suo volto più misterioso. La penombra dei portici illuminati solo dalla luna, i vicoli segreti del centro, i tanti palazzi che nascondono giardini segreti… Be’, si dirà, sono cose che anche altre città… Vero, ma io ho vissuto a Bologna. Così l’ho conosciuta, così le ho voluto bene, così l’ho raccontata e, senza presunzione, credo di essere stato il primo a scrivere delle sue scene più nascoste, come i suoi misteriosi sotterranei, le colline, i sacrifici della guerra e la Resistenza in giallo».
Comincia a raccontare la città nel 1974 con Le piste dell’attentato, il suo primo romanzo, tenendo a battesimo anche Sarti Antonio, sergente, che nel 2014 ha festeggiato i quarant’anni di onorata carriera letteraria raggiungendo il record del Commissario Maigret.
Attraverso gli occhi del poliziotto, romanzo dopo romanzo, si assiste alla trasformazione di Bologna da fiorente e tranquillo polo industriale, un po’ provincialotta e un po’ snob, a città blindata e infiammata degli anni di piombo. Trasformazione che in Cos’è accaduto alla signora perbene (1979) ha il suo culmine tanto che Sarti Antonio la definisce “città di merda”.
Persino quando decide di pubblicare sotto pseudonimo, vestendo i panni dell’esperto di problemi di sicurezza svizzero Jules Quicher, Bologna è al centro delle sue storie. Una città messa in ginocchio dalla terribile estate di sangue del 1980: prima la strage di Ustica (l’aereo abbattuto era partito dall’aeroporto di Bologna il 27 giugno) e poi la bomba alla stazione il 2 agosto. Nascono così Funerale dopo Ustica (1989) e Strage (1990), libri controversi che non avranno vita facile.
Ma Bologna è anche suggestione, mistero, fascino di un centro che ha sulle spalle millenni di storia. La Bologna delle acque, ad esempio, la città sotto la città, dove scorre ancora il torrente Aposa. Ne I sotterranei di Bologna (2003) Macchiavelli ci svela un mondo sconosciuto che grazie a questo romanzo è divenuto oggetto d’interesse in Italia e all’estero. Sono nati itinerari turistici, progetti culturali, siti internet, grande attenzione per un aspetto della città che fino ad allora era sconosciuto anche alla maggioranza dei bolognesi stessi.
«Ho raccontato una Bologna che era alla portata di tutti, bastava guardarla per conoscerla. Poi improvvisamente non mi sono più accontentato di questa nel momento stesso in cui ho scoperto che Bologna aveva una sua controfigura che stava nel sottosuolo. È una Bologna sotto la Bologna di tutti, e questa Bologna sotterranea ricca di canali, di gallerie, di cubicoli era altrettanto misteriosa che quella superficiale» ha detto durante un’intervista in cui parlava del libro.
«Bologna è costruita per il mistero, è architettonicamente strutturata per nascondersi, bisogna andarla a cercare al di là delle facciate».
Per spiegarmi meglio l’essenza di questa città che è lo scenario ideale per la letteratura gialla e noir Macchiavelli usa un brano tratto da Sgumbéi (1998), probabilmente l’unico romanzo tradotto in dialetto bolognese: “Per conoscere una città, come per conoscere una persona, non c’è nulla di meglio che frugare nella sua immondizia e, per dio, l’ho fatto, oh, se l’ho fatto […] Ma forse hai ragione: è città indecifrabile anche per me che l’ho girata in lungo e in largo. […] Misteriosa e segreta e con una sua particolare cultura del delitto. Se la passeggi di notte, ti accade di vedere ombre che si muovono in uno scenario che è un invito a nascondere: una interminabile sfilata di portici bassi e in penombra, tagliati da chiaroscuri, sono il massimo del mistero […], lo si trova dietro a ogni colonna e a ogni angolo. Prendi le inferriate: ce ne sono tante sotto i portici e ad altezza dei passanti. Tu credi che siano state piantate lì per proteggere dai ladri? Nossignore! Sono lì per non far uscire i segreti che stanno dentro! […] Nonostante tutto ci si sta bene. Nonostante l’umidità delle stagioni, il freddo dell’inverno e l’afa dell’estate. Figurati che ci sono dei vicoli, nel centro storico, dove non è mai entrato un raggio di sole. Ci trovi certi androni, certi cortili, che nascondono chissà quali segreti. E le sue torri? Le hai viste? […] Ce ne sono molte e si alzano minacciose sulla distesa rossa dei coppi. Sono grigie e non hanno finestre e il loro interno e le scale che le salgono, nascondono segreti, delitti, trucchi, inganni… Un bel casino, credimi, per chi abbia il compito di decifrare la città”.
Proprio da queste righe lo scrittore trae quella che secondo lui potrebbe essere la definizione di Bologna.
«Dalla piana rossa dei coppi
s’alzano le torri,
forti, minacciose, grigie.
E inaccessibili».
Ma come spesso capita, le storie d’amore finiscono. Così Macchiavelli ad un certo punto si è accorto che la sua Bologna non esisteva più.
«Per colpa mia, naturalmente. Io me ne sono andato quando ho capito che Bologna stava tradendo le promesse che ci eravamo scambiati. Lei, di essere sempre un passo avanti; io di seguirla con le mie storie. E, come per gli amanti che si tradiscono a vicenda, ci siamo allontanati con astio nei confronti l’uno dell’altra. Le mie storie si sono trasferite in altri luoghi: L’Aquila, l’Appennino, la Sicilia… Lei, dal canto suo, fa finta che non ci siamo mai conosciuti. Dispetti di innamorati che non si amano più. Giusto così. Ci sono altre scrittrici e altri scrittori che la cantano con voci giovani e che la vedono con occhi nuovi. Lei, Bologna, è sempre la stessa ma io la vedo triste, abbandonata, trasandata, senza speranza e senza più la voglia di essere diversa dalle altre città. Insomma, una vecchia signora coi fianchi un po’ molli, come la canta Guccini. Per me, una vecchia signora che non ama più la vita. Tornerà ad amarla, naturalmente. Appena scoprirà di nuovo da che parte stare». 

giovedì 7 aprile 2016

Veduta di pianura con dame di Muriel Pavoni: la presentazione a Imola il 12 aprile

Tra le mie letture recenti, una di quelle che ho apprezzato di più è stata Veduta di pianura con dame di Muriel Pavoni. Quindi sono molto felice e onorata di fare da moderatrice alla presentazione del libro che avrà luogo martedì 12 aprile, alle ore 21, nel teatro underground di Quintoveda (Via Cavour 58) a Imola. Veduta di pianura con dame è una raccolta di racconti liberamente ispirati alle vite di dieci donne partigiane che dal 1800 hanno contribuito alla storia del nostro Paese in qualità di attiviste (come Giuseppina Cattani, Maria Goia, Maria Luisa Minguzzi), staffette (come Ida Camanzi, Maria Margotti, Benilde Verlicchi), artiste che non declinarono al loro ruolo di fare la resistenza (come Cordula Poletti e Sonia Micela) o, ancora, maestre (come Maria Maltoni e Giovanna Righini Ricci). Molte delle vicende di cui si parla sono geograficamente collocate in Romagna.
La presentazione fa parte degli eventi proposti da
ENJOY YOUR TOWN festival di arti performative (http://eyt.imola.city/) che si svolge fino al 30 aprile 2016 nel centro storico di Imola con l’obiettivo di innescare una vera e propria epidemia culturale all’interno della città.
Muriel Pavoni, nata a Imola, lavora in un centro di formazione. Nel tempo libero si occupa di promozione della cultura e della scrittura. Nel 2011 è uscito il suo libro di racconti dal titolo La discarica degli acrobati sbadati, Giraldi Editore, è coautrice dello spettacolo teatrale a più mani Voci – immagini dal manicomio, T.I.L.T. 2012, e del romanzo collettivo Il libro delle vergini imprudenti, Navarra Editore, 2014.

martedì 1 marzo 2016

IperSUR: a tu per tu con l'editore (preferito)

Se leggete questo blog avrete di certo capito che sono una fanatica dei libri, una book addicted, una lettrice compulsiva. E come tutti gli appassionati faccio anche il tifo. Non per una squadra di qualche sport, ma per alcune case editrici.
Non c'è pezza: se guardo l'elenco dei libri letti, alcune case editrici compaiono in modo molto ricorrente, non sono tante, tre o quattro. Tra queste c'è Iperborea. Immaginate quindi quando nella loro newsletter ho letto che una delle tappe di Editorintour sarebbe stata ospitata dalla libreria Moby Dick di Faenza, a pochi chilometri da casa mia.
Cos'è Editorintour? Pietro Biancardi, editore di Iperborea, e Marco Cassini di  SUR e minimum fax girano le librerie d'Italia e incontrano i lettori.
Mi sembra un'idea bellissima.
Anche perchè loro sono proprio simpatici e la chiacchierata con noi lettori è stata interessante e divertente. Sarei restata ancora ore ad ascoltarli e a fargli domande.
Al di là dell'esaltazione da groopie, comunque, trovo che questa sia una iniziativa davvero apprezzabile. Io come sapete lavoro nell'editoria, Quindi ho la fortuna di conoscere personalmente e apprezzare alcuni editori. Ma penso ad un lettore qualsiasi e alla curiosità di approfondire diversi argomenti a tu per tu con chi i libri li realizza.
Nelle parole di Biancardi e Cassini si avverte l'amore per i libri e per il loro lavoro e se sfogliate uno qualsiasi dei volumi di SUR, Iperborea, minimum fax, questo amore lo percepite anche voi.
Mi ha colpito in particolare una frase di Marco Cassini, sottoscritta anche da Pietro Biancardi: "vogliamo fare di ogni libro che pubblichiamo qualcosa di diverso".
Mi sembra che ci riescano alla grande.

sabato 27 febbraio 2016

La linea alba - Poesia di Antonio Santori

Perché essere in questo luogo
è molto, e certo dire
dove siamo
è nostro compito
Oscurità e acque,
albe, ventre dell'inferno,
albero di prua, inseguimento.
E, vedi, il corpo,
il nostro corpo soltanto può dire
bianco, tellina, lontano, vento.
Blues, inverno, ombra
delle cose, aldilà.
Ascolta, bacio.
Pensaci,
è un privilegio dire
odore delle case, mano
sopra la pelle,la prima volta.
Dire infinito
nelle erbe, è accaduto,
è strano, sorellina, madre, stelle.
Dire
per sempre,
innevato, accanto,
spaventato.
Sono
esistito.
Per questo mentre
vivo tutto mi sembra
innominato.

Antonio Santori

martedì 16 febbraio 2016

La minaccia della luce di Marguerite Duras - Recensione

La recensione che segue è stata pubblicata nel numero di febbraio della rivista letteraria on line Il Colophon.

 La grande scrittrice Marguerite Duras è stata anche autrice di teatro e di cinema. Tra i suoi film, uno in particolare — Il camion — propone un modo nuovo di fare cinema: invece che rendere visivamente la storia con attori che interpretano i personaggi, in una stanza chiusa — che l’autrice definisce “camera oscura”, la Duras stessa legge a Gerard Depardieu la sceneggiatura del film (Il camion appunto). Una donna chiede un passaggio ad un camionista e durante tutto il viaggio parla a ruota libera all’uomo che non la ascolta. Nel film ogni tanto compaiono delle riprese del camion che percorre la strada accompagnato da voci fuori campo della donna che parla col camionista. Nella “camera oscura” le tende sono tirate perché non entri la luce dall’esterno che potrebbe interferire con la lettura: la minaccia della luce.
“[…] forse si legge sempre al buio; il luogo in cui parliamo, lo chiamo camera oscura. Dico: stanza della lettura o camera oscura. Mi sembra che alla luce del giorno ci sarebbe stata una sorta di dispersione della portata del linguaggio. La lettura è legata all’oscurità, alla notte. Anche se si legge in pieno giorno, scende la notte attorno al libro”.
Da qui nasce il titolo italiano scelto per questa pubblicazione che contiene una lunga intervista rilasciata dalla scrittrice all’amica giornalista Michelle Porte dopo la proiezione privata de Il camion.
La donna del camion è un po’ la personificazione dell’idea di scrittura che ha la Duras: “Lei parla, è in uno stato di creazione in ogni istante, in una scrittura discontinua, ma senza fine”.
Così facendo ha già compiuto il primo passo importante perché — dice — “Penso che, per la creazione letteraria, basti cominciare con una salda convinzione, e poi continuare. Credo che lo scritto porti ad altro scritto, e insieme all’infinito”.
E alla domanda provocatoria di Michelle Porte che le chiede come mai ci sono persone che vorrebbero scrivere ma non riescono a farlo, Duras risponde “Sono quelli che non lo vogliono davvero, o piuttosto che non coltivano un vero desiderio. O meglio, sono quelli che vivono confinati nel loro mondo. Che aspettano la scrittura come qualcosa che arrivi da fuori, mentre invece è una sorta di ingiunzione interna. […] È voler scrivere prima di sapere cosa, prima di voler scrivere questa o quella storia. Scriviamo sempre, siamo come abitati, sempre, da un’ombra, in cui ogni cosa va, in cui l’integrità di ciò che viviamo si ammassa, si accalca. Ecco, questo rappresenta la materia prima della scrittura, la miniera di tutto. Questo “oblio” è la scrittura non scritta: la scrittura stessa”.
Durante la conversazione, la Duras non parla solo di cinema, di scrittura, di creatività, ma anche della sua idea politica che ammette essere utopistica, il suo rapporto col Partito Comunista di cui è stata attivista per anni, delle sue storie d’amore, della vita.
Una vita, che per lei diviene una totale dedizione alla parola scritta: “Gli scrittori sono in un’assenza totale di vita personale, non conosco nessun altro che abbia una vita personale minore della mia. […] Ma questa assenza, o piuttosto questo relegare la vita personale è a sua volta una passione”.

giovedì 11 febbraio 2016

Ginger Man J.P. Donleavy - Recensione

La recensione che segue è stata pubblicata nel numero di febbraio della rivista letteraria on line Il Colophon.

 Ginger Man è un romanzo interessante, provocatorio, irriverente. Non è detto che vi piaccia, anche se sarete costretti a riconoscerne le innegabili qualità narrative. Ma — soprattutto — non è un libro che va preso alla leggera, occorre sapere quando, come e perché è stato scritto, il percorso che ha compiuto. Solo così molte delle perplessità che vi nasceranno leggendolo troveranno una risposta e vi permetteranno di vederlo sotto la giusta luce.
Protagonista del romanzo è Sebastian Dangerfield, americano ventisettenne studente di giurisprudenza al Trinity College di Dublino: alcolizzato, irresponsabile, bugiardo, opportunista, violento, spendaccione, corre dietro ad ogni gonnella senza fare troppo il difficile con l’unico scopo di portarsela a letto e — se possibile — spillarle quanti più soldi riesce. Se già così ne risulta un personaggio per nulla simpatico e positivo, si aggiunga che è sposato e ha una figlia piccola per la quale manifesta apertamente insofferenza. Un anti-eroe, anzi proprio un bastardo, che si è perso nella propria libertà, rifugge le responsabilità, eterno bambino cattivo e amorale che ha paura di crescere e diventare uomo. Trascinerà in questo vortice distruttivo per un po’ anche la sventurata che abbagliata dal suo bel sorriso l’ha sposato, ma per fortuna poi lei saprà mettersi in salvo con la bambina abbandonandolo al suo destino. Insomma non si riesce a farselo risultare simpatico questo Dangerfield che non tratta male solo le donne, ma anche i pochi amici che continuano a dargli corda. E leggendo i primi capitoli del romanzo potreste anche chiedervi dove stia il valore del libro pubblicato a Parigi nel 1955 da Olympia Press, bandito negli Stati Uniti e in Irlanda, uscito censurato in Italia nel 1959, che oggi — ristampato in centinaia di edizioni — è considerato un classico sulla scia di di Henry Miller e James Joyce.
Ecco perché è utile approfondire i presupposti che hanno portato Donleavy a scriverlo e capire il messaggio che racchiude.
Quando ha deciso di scrivere Ginger Man, Donleavy che è newyorkese purosangue (nato nel Bronx), aveva appena lasciato il Trinity College dove aveva studiato scienze naturali. Era già un pittore apprezzato in Irlanda, ma il suo tentativo di “sfondare” anche a Londra era fallito perché non erano bastate le tre mostre di successo allestite a Dublino per renderlo un nome “spendibile” nella capitale inglese. Perciò — come racconta in una intervista — si rese conto che l’unico modo per sfondare era quello di scrivere qualcosa che nessuno potesse tenere a bada, un libro che sarebbe andato ovunque, nelle mani di tutti. Un romanzo che avrebbe scosso il mondo.
Così nacque Ginger Man ma — come era prevedibile — pur avendo ricevuto ottimi apprezzamenti, Donleavy non trovò nessun editore americano disponibile a pubblicarlo. Così tornò in Irlanda dove arrivò a Maurice Girodias, fondatore della parigina Olympia Press, che gli propose la pubblicazione. A fargli decidere di uscire col proprio nome vero — nonostante la scabrosità del romanzo — fu il fatto che con lo stesso editore era stato pubblicato Beckett. Purtroppo scoprì a pubblicazione avvenuta che il libro era stato incluso nella collana pornografica Traveller’s Companion. Dopo diverse traversie legali, comunque, il libro uscì anche in Inghilterra e Donleavy riuscì a recuperare credibilità e decoro.
Ginger Man racconta lo smarrimento degradante di chi non è capace di circoscrivere il proprio egoismo, la sete di libertà ad ogni costo, l’incapacità di porsi un freno, ma anche la rivincita di chi invece trova nella disperazione la forza per riscattarsi e costruire un futuro dignitoso.
La scrittura molto originale in cui si alternano prima e terza persona, presente e passato, rende efficacemente la confusione mentale di Dangerfield, parziale voce narrante della storia, tra delirio alcolico e momenti di grande lirismo.
Un libro che forse all’inizio vi lascerà perplessi, ma dategli il tempo di entrarvi dentro, di prendere ritmo, e capirete infine che valeva la pena leggerlo.