venerdì 29 luglio 2016

La mia intervista su Ingresso Libero

Ebbene, una volta tanto non sono io a intervistare bensì l'oggetto dell'intervista. L'amico scrittore Luca Martini mi ha fatto otto domande per Ingresso Libero, una bella rivista digitale che invito a leggere in toto.
A questo link la potete scaricare in pdf

Per i più pigri riporto qui di seguito l'intervista

1. Carla, saltando i convenevoli che non ci piacciono: cosa rispondi a chi afferma che, molto spesso, conta più l’editor dello scrittore?Rispondo che non è così se intendiamo l'editor come un professionista che può contribuire a perfezionare un testo che ha già un proprio carattere, una trama ben costruita, dei contenuti interessanti. Certo può capitare che un editor trasformi un'opera ancora acerba in qualcosa di prezioso, ma ci vuole una buona materia prima. Come il tagliatore di diamanti: prende un minerale grezzo e ne fa un tesoro prezioso perché sa come valorizzare al meglio ciò che ha tra le mani. Ma non otterrebbe lo stesso risultato con una pietra comune. Di solito comunque il testo su cui l'editor lavora è già buono. C'è poi chi pensa che l'editor sappia compiere magie e trasformare un'accozzaglia di parole in un libro dignitoso: in questo caso però meglio rivolgersi alla fata turchina o a un bravo ghost writer.

2. Ci sono stati autori con i quali non avresti voluto lavorare? (vogliamo i cognomi, per i nomi va bene l’anonimato...)
L'editor fa voto di silenzio. No comment.

3. Ti senti più editor, scrittrice o lettrice? (non vale dire tutti e tre...ok?)
Lettrice: è nato tutto dal primo libro che ho letto da sola, ne è seguito un secondo, e un terzo. A otto anni divoravo già un romanzo dietro l'altro a cui mi ispiravo per storie incredibili che inventavo la sera prima di dormire. Da qui è nata la voglia di scrivere. A lungo è stata solo una passione, ma a 26 anni ho iniziato la mia prima collaborazione giornalistica e poi i casi della vita o il disegno del fato (a seconda di come la vedete) mi hanno offerto sempre nuove possibilità di lavorare nell'ambito della scrittura in un continuo evolversi professionale. Ho scritto come giornalista, come copy, come redattrice e da una decina d'anni ho intrapreso la professione dell'editor. Ma se vincessi alla lotteria e potessi costruirmi una vita ideale dividerei equamente il mio tempo tra la lettura e la scrittura.
Niente più editing.

4. Come fai a conciliare il tuo lavoro di scrittrice con quello di editor (ergo: non sei gelosa del successo di uno scrittore con cui hai lavorato che magari diventa più popolare di te?)
La gelosia e l'invidia non fanno parte del mio DNA. Quindi sono felice se uno scrittore con cui ho lavorato diventa popolare. Tra l'altro non sono nemmeno particolarmente ambiziosa, non mi interessa il successo – anche perché ho un carattere schivo e non amo trovarmi al centro dell'attenzione – tutto quello che mi interessa è che ciò che scrivo venga letto e che faccia breccia nel cuore o nella mente di qualcuno. O che comunque lasci un segno, susciti una riflessione, smuova un emozione, insomma che non siano parole al vento.

5. È vero che il tuo lavoro, alla lunga, logora e nuoce gravemente alla salute?
Verissimo. Nuoce soprattutto allo stomaco e alle coronarie vedere la nostra povera lingua italiana bistrattata. A parte gli scherzi, il lavoro dell'editor richiede pazienza, diplomazia e sensibilità (se uno non possiede queste doti meglio che faccia altro) ma dà anche grandi soddisfazioni e io sono molto orgogliosa quando un libro a cui ho contribuito viene apprezzato dai lettori e dalla critica.

6. Quando qualcuno ti avvicina, quanto tempo ci metti a capire che nasconde un libro nel cassetto da lasciarti nelle mani? E nel caso, che fai? Lo uccidi o bruci solo il manoscritto?
Considerando che secondo le statistiche un italiano su due ha scritto un libro, quando qualcuno mi avvicina so già quasi sicuramente che non è per i miei occhioni blu. Però visto che sono di indole pacifica provo a scoraggiarlo presentandogli scenari apocalittici del mondo dell'editoria. Se non desiste gli faccio un preventivo.

7. Quali sono gli scrittori che avresti voluto rappresentare o editare?
Editare. Il lavoro di rappresentanza è una necessità, è nato per vari e misteriosi influssi astrali ma non lo amo molto. Tornando alla domanda, sognare non costa niente. Avrei voluto editare Colum McCann, Paul Auster, Björn Larsson, di italiani Laura Pariani, Chiara Palazzolo, Aldo Nove, Loriano Macchiavelli, Massimo Carlotto. Se avessi la macchina del tempo John Steinbeck. Però devo dire che ho avuto la fortuna di lavorare con scrittori molto bravi.

8. Consiglieresti a un giovane di fare l’agente letterario? Come si impara, e, soprattutto, si guadagna bene?
Glielo sconsiglierei con tutto il cuore. La fatica e l'impegno sono grandissimi, occorre una lunga gavetta perché non esistono corsi di formazione ma si impara sul campo, e i risultati economici non sono per nulla proporzionali allo sforzo. A meno che uno non abbia la fortuna di entrare in quelle due o tre agenzie italiane che rappresentano il gotha della letteratura, è una professione che si intraprende solo per passione, come del resto molte altre professioni in ambito culturale.
 

venerdì 24 giugno 2016

Tranne il colore degli occhi di Roberta Marcaccio - Recensione

La recensione che segue è stata pubblicata su Bookavenue

Ci sono amicizie che ti accompagnano e sostengono lungo tutta una vita, che resistono ai cambiamenti di gusti e di carattere, e a tutti i percorsi tortuosi che si compiono dall'infanzia all'età matura. Si stringono legami più solidi di quelli di sangue che non temono il confronto con innamorati, famiglia, carriera o successo. E ancora più preziose sono quelle amicizie così importanti negli anni giovanili che crediamo perdute col passare del tempo, ma riscopriamo salde nei momenti più difficili.
Racconta tutto questo Tranne il colore degli occhi, romanzo d'esordio di Roberta Marcaccio, pubblicato nella collana Amaranta di Antonio Tombolini Editore, accompagnando Michela e Annamaria attraverso cinquant'anni di vita, dall'infanzia e l'adolescenza nel piccolo paese del Matese alla grande città - Roma - dove le ritroviamo adulte e donne in carriera.
Attorno alla loro storia di amicizia si intrecciano amori e un mistero a lungo tenuto gelosamente nascosto che accompagnerà le protagoniste durante tutto il romanzo e verrà svelato solo nelle ultime pagine, come nella migliore tradizione del giallo classico.
Roberta Marcaccio, con la sua scrittura che coinvolge ed emoziona, accompagna il lettore indietro nel tempo, in atmosfere vintage, offrendogli un racconto intriso di sentimento.
Un romanzo da leggere tutto d'un fiato col rischio - per i più sensibili - che ci scappi pure la lacrimuccia.

lunedì 20 giugno 2016

La vera storia del pirata Long John Silver di Björn Larsson - Recensione

La recensione che segue è stata pubblicata nel numero di giugno della rivista letteraria on line Il Colophon.

Perché scrivere la biografia  —  del tutto inventata  —  di un personaggio letterario nato dalla fantasia di un altro scrittore? Può essere il tentativo di dare risposta a questa curiosità che ci spinge ad iniziare la lettura de La vera storia del pirata Long John Silver di Björn Larsson, oppure il fatto che quella vecchia pellaccia senza una gamba abbia colpito in modo indelebile il nostro immaginario di bambini mentre leggevamo L’isola del tesoro. In un altro suo libro, Diario di bordo di uno scrittore, Larsson racconta che da piccolo aveva letto varie volte il romanzo di Stevenson ed era rimasto affascinato da Silver. “Era una fascinazione fatta di repulsione quanto di attrazione. Ma com’è possibile provare allo stesso tempo simpatia e avversione per uno spietato mascalzone come Long John? […] Quello che mi interessava capire era piuttosto cosa rendesse Long John Silver così diverso da tutti gli altri, cosa lo facesse piacere e insieme detestare. Un altro motivo per lasciare a Silver raccontare la propria storia era più evidente, e può essere sintetizzato nelle domande: «Cos’era successo prima?» e «Cosa successe dopo?»”. Infatti nel romanzo di Stevenson conosciamo Silver come gestore di una taverna a Bristol, ex master mariner, che viene ingaggiato come cuoco sull’Hispaniola. Ma perché conosce il latino? In quali circostanze ha perso la gamba? Da dove viene il suo soprannome Barbeque? Ce lo racconta Larsson assieme a tanti altri episodi interessanti che tracciano un ritratto piuttosto realistico di quella che doveva essere la vita dei pirati storicamente esistiti. Benché le vicende biografiche di Silver nascano infatti dalla sua immaginazione, Larsson per scrivere questo romanzo si è documentato su trattati di storia seri e attendibili e su altri libri che basandosi su fatti veri hanno alimentato l’immaginario su bucanieri e uomini della filibusta. Come A General History of the Pyrates, di un certo Capitano Charles Johnson, pseudonimo usato da Daniel Defoe per raccontare le imprese di celebri personaggi realmente esistiti e di altri inventati di sana pianta. E proprio Defoe compare nel romanzo di Larsson impegnato in edificanti conversazioni con Long John Silver. È l’apoteosi della finzione narrativa: uno scrittore realmente esistito ma truffaldino (ha spacciato per storie vere tutti i suoi romanzi salvo poi essere sbugiardato in alcuni casi quando era ancora in vita, in altri molto dopo essere morto) incontra un personaggio di fantasia che però vuole essere percepito come reale! Ma anche in questo caso Larsson ha un motivo valido per giustificare il memorabile incontro: “Se la premessa era che Silver non fosse solo un personaggio del romanzo di Stevenson ma un famigerato pirata in carne e ossa, temuto anche tra i suoi simili, ero costretto a chiedermi perché nella sua esaustiva A General History of the Pyrates Defoe non citasse nemmeno di sfuggita né lui né quello che era stato a lungo il suo comandante, il capitano Flint. Insomma, per amore di verosimiglianza, ero costretto a spiegare in qualche modo il silenzio di Defoe. La soluzione era ovvia: bastava far sì che i due si incontrassero e si scambiassero informazioni. Silver promise a Defoe di fornirgli materiale per il suo libro, e l’altro in cambio avrebbe mantenuto il silenzio su Silver e Flint”. Mentre divoriamo le oltre 500 pagine del libro, sempre più affascinati da questo pirata fuori dagli schemi che mette i risparmi (frutto di arrembaggi e rapine) in banca, non beve (per avere sempre il controllo totale di ciò che accade), non va a donne e quando è imbarcato porta i guanti (affinché le sue mani restino morbide e bianche, non tradendo così la sua identità di marinaio), arriviamo a capire anche noi, come Larsson, come mai Silver sia così temuto e allo stesso tempo così rispettato: per la sua grande sete di libertà e voglia di vivere che regola tutte le scelte che compie durante la propria esistenza. E con questa intuizione ne arriva un’altra: la vera isola del tesoro non è quella che ogni pirata spera di trovare grazie a qualche provvidenziale mappa, ma la nave corsara stessa, un piccolo mondo regolato da leggi dure eppure spesso molto più giuste di quelle della terraferma, in cui ogni uomo dell’equipaggio ha la possibilità di affrancarsi e crearsi il proprio destino.

giovedì 16 giugno 2016

Il Colophon di giugno: L'isola riflessa

Lo so, lo so, questo blog non vede post da diverse settimane. Ma è stato un periodo impegnativo sul fronte lavorativo (e personale). Anche un periodo fruttuoso: presto vi racconterò di nuovi progetti  a cui sto lavorando.
Nel frattempo vi lascio in buone mani, anzi in buone letture!
Da pochi giorni è uscito il nuovo numero de Il Colophon che ha come tema L'isola riflessa.
Scrive Michele Marziani, direttore della rivista letteraria on line, "Cos’è un’isola se non un lembo di terra circondato dall’acqua? Ma ovunque ci sia un’isola quasi sempre appare un mondo a parte, isolato appunto, a volte ostinato. Cocciuto. Estremo. Che può contenere tesori. Ce l’ha raccontato Robert Louis Stevenson, ma dentro di noi lo sapevamo già, perché le isole le abbiamo lette nelle pagine indimenticabili di Jules Verne ed Emilio Salgari, le abbiamo visitate, alcuni di noi ci sono nati. L’isola è un luogo letterario senza pari. Non a caso la nostra vita perduta, l’infanzia, risiede in un’isola che non c’è (non c’è più).
Quando ho lanciato l’idea di questo numero de Il Colophon a tutti gli autori avevo dentro di me un piccolo desiderio: che ognuno di noi adottasse un’isola, grande o piccola, e la raccontasse. Attraverso un libro, una storia, un’intervista, un viaggio, un incontro. Ne è uscito un numero che credo sia particolarmente ricco, variegato, dove ogni lettore non è altro che il guardiano di un faro. La luce che ha dentro è lì per illuminare un pezzo di mondo. Attraverso le parole. È proprio vero: con i libri non si è mai soli. Al massimo qui, su un’isola.".
E davvero, in questo numero, trovete recensioni e articoli bellissimi, da perdercisi.
Tornerò qui presto, lo prometto, ma intanto buona lettura!

P.S. L'immagine è di Marta D'Asaro.

venerdì 15 aprile 2016

Il fuggiasco di Massimo Carlotto - Recensione

La recensione che segue è stata pubblicata nel numero di aprile della rivista letteraria on line Il Colophon.

 Oggi Massimo Carlotto è uno scrittore di successo ma fino a qualche decennio fa il suo nome veniva associato, non alla letteratura, bensì a uno dei casi giudiziari più controversi del dopoguerra: accusato ingiustamente di omicidio a diciannove anni (probabilmente a causa della sua militanza in Lotta Continua), condannato a trent’anni di carcere nonostante l’insufficienza di prove, dopo un periodo in prigione, in attesa che la giustizia italiana — intrappolata nei gorghi della burocrazia — facesse il suo corso e gli riconoscesse l’innocenza, scelse la strada della latitanza. Prima a Parigi, poi in Messico.
Il fuggiasco — libro grazie al quale ha preso il via la sua carriera di scrittore — racconta questo periodo della sua vita.
Al di là della vicenda biografica e umana, raccontata con ironia — benché si tratti per lo più di fatti drammatici — le pagine di questo memoir permettono al lettore di calarsi nelle abitudini di un latitante e comprenderne meccanismi di difesa e regole di sopravvivenza. Ne emerge un rapporto molto ambiguo tra lo scrittore e le città che lo hanno ospitato durante la clandestinità.
Di solito, in modo consapevole o meno, si crea sempre un legame tra noi e il luogo in cui viviamo: se ci siamo nati e ci abitiamo da sempre è più facile, ma non è detto: a volte possiamo sentirci “a casa” in un luogo dove siamo di passaggio o viviamo da poco. Quel che è certo è che cerchiamo di appropriarci degli spazi, dei tempi, affinché quel luogo divenga “nostro”. Accade anche con le case in cui abitiamo. Per Carlotto, invece l’imperativo è essere il più invisibile possibile e perché questo avvenga deve seguire delle regole che portano ad estraniarlo dal luogo che lo ospita: evitare di frequentare spesso gli stessi locali (quando di solito si “eleggono” i luoghi preferiti: il ristorante, il caffè, il parco…), non usare mezzi pubblici, non familiarizzare coi vicini, non ospitare amici, cambiare continuamente abitudini, e così via. Da un momento all’altro può essere necessario lasciare l’abitazione in cui vivi, luogo precario che in certi casi è la casa di amici, prendere un treno e sparire nel nulla.
Se ci si ferma a riflettere su una situazione del genere, noi così abitudinari e legati alle cose, percepiamo quanto possa essere spiazzante e difficile da gestire una vita così. Anche chi ama viaggiare, chi si sposta spesso per lavoro o passione, ha sempre una base a cui tornare, un luogo del cuore. In questo caso, invece, è tutto in continuo divenire, senza certezze e punti di riferimento. C’è da finire in analisi, come minimo. Ma è proprio grazie a queste constatazioni che riusciamo a rivalutare il legame che abbiamo col luogo in cui viviamo e quanto esso possa influenzare la nostra esistenza quotidiana e altri aspetti del nostro essere: ciò che scriviamo, che leggiamo, il nostro gusto estetico, il nostro carattere. Quanto assomigliamo alla nostra città? Saremmo diversi se vivessimo altrove? E, nello specifico della letteratura, quanto un luogo influisce sul lavoro di uno scrittore e sul suo successo? Domande oziose, certo, ma che potrebbero portare a riflessioni utili per rendere le nostre città più a misura d’uomo e fruibili culturalmente.
Mi sono persa nel labirinto delle mie riflessioni, come lo scrittore, ne Il fuggiasco, si perde tra i vicoli per non incappare nelle retate della polizia.
Dopo anni di latitanza Carlotto sceglie di tornare in patria e costituirsi. La sua odissea giudiziaria proseguirà ancora: altri anni di carcere alternati a scarcerazioni con il differimento della pena per gravi motivi di salute. Infine, nel 1993, gli viene concessa la grazia dal Presidente della Repubblica Scalfaro.

lunedì 11 aprile 2016

Bologna raccontata da Loriano Macchiavelli

L'articolo che segue è stato pubblicato nel numero di aprile della rivista letteraria on line Il Colophon.

BOLOGNA? COSTRUITA PER IL MISTERO
La città indecifrabile e segreta raccontata dallo scrittore Loriano Macchiavelli


L’associazione di idee è inevitabile: quando si parla di Loriano Macchiavelli il pensiero va subito a Bologna, città che lo scrittore ha saputo raccontare in modo vivido e sincero, con affetto e senso critico, senza censure. La suggestione dei luoghi d’arte, il fascino segreto di vicoli medioevali e sotterranei sconosciuti, la città un tempo opulenta che assiste ai tormentati anni Settanta del Novecento fino ad essere dilaniata dalle due stragi più tragiche avvenute in Italia negli ultimi cinquant’anni.
Benché sia originario dell’Appennino, dove oggi è tornato a vivere, Macchiavelli ha imparato ad amare molto presto questa città che vide per la prima volta nel 1943, bambino sfollato in fuga dai bombardamenti, e in cui si stabilì definitivamente nel ’46. Un amore che ha fatto entrare di prepotenza Bologna nei suoi romanzi, fino a divenire uno dei protagonisti principali delle sue storie per lungo tempo.
Mi chiedo se sia stata una sua scelta ponderata oppure se la città stessa abbia preso il sopravvento.
E Macchiavelli mi risponde: «L’una e l’altra ipotesi. Quando, decidendo di scrivere un romanzo, mi chiesi se ambientarlo in un luogo di fantasia o reale, mi vennero subito in mente certi scorci di Bologna, certi suoi personaggi che stanno fra realtà e fantasia. Siamo nel 1974 e la città non era quella di oggi e quanto sto riportando potrebbe sembrare anacronistico. Subito dopo ricordai il passato di Bologna, pieno di misteri irrisolti e di situazioni fra drammatico e grottesco che avevo vissuto o mi erano state raccontate o avevo letto. Durante la guerra, quando vigeva l’oscuramento, Bologna mostrava il suo volto più misterioso. La penombra dei portici illuminati solo dalla luna, i vicoli segreti del centro, i tanti palazzi che nascondono giardini segreti… Be’, si dirà, sono cose che anche altre città… Vero, ma io ho vissuto a Bologna. Così l’ho conosciuta, così le ho voluto bene, così l’ho raccontata e, senza presunzione, credo di essere stato il primo a scrivere delle sue scene più nascoste, come i suoi misteriosi sotterranei, le colline, i sacrifici della guerra e la Resistenza in giallo».
Comincia a raccontare la città nel 1974 con Le piste dell’attentato, il suo primo romanzo, tenendo a battesimo anche Sarti Antonio, sergente, che nel 2014 ha festeggiato i quarant’anni di onorata carriera letteraria raggiungendo il record del Commissario Maigret.
Attraverso gli occhi del poliziotto, romanzo dopo romanzo, si assiste alla trasformazione di Bologna da fiorente e tranquillo polo industriale, un po’ provincialotta e un po’ snob, a città blindata e infiammata degli anni di piombo. Trasformazione che in Cos’è accaduto alla signora perbene (1979) ha il suo culmine tanto che Sarti Antonio la definisce “città di merda”.
Persino quando decide di pubblicare sotto pseudonimo, vestendo i panni dell’esperto di problemi di sicurezza svizzero Jules Quicher, Bologna è al centro delle sue storie. Una città messa in ginocchio dalla terribile estate di sangue del 1980: prima la strage di Ustica (l’aereo abbattuto era partito dall’aeroporto di Bologna il 27 giugno) e poi la bomba alla stazione il 2 agosto. Nascono così Funerale dopo Ustica (1989) e Strage (1990), libri controversi che non avranno vita facile.
Ma Bologna è anche suggestione, mistero, fascino di un centro che ha sulle spalle millenni di storia. La Bologna delle acque, ad esempio, la città sotto la città, dove scorre ancora il torrente Aposa. Ne I sotterranei di Bologna (2003) Macchiavelli ci svela un mondo sconosciuto che grazie a questo romanzo è divenuto oggetto d’interesse in Italia e all’estero. Sono nati itinerari turistici, progetti culturali, siti internet, grande attenzione per un aspetto della città che fino ad allora era sconosciuto anche alla maggioranza dei bolognesi stessi.
«Ho raccontato una Bologna che era alla portata di tutti, bastava guardarla per conoscerla. Poi improvvisamente non mi sono più accontentato di questa nel momento stesso in cui ho scoperto che Bologna aveva una sua controfigura che stava nel sottosuolo. È una Bologna sotto la Bologna di tutti, e questa Bologna sotterranea ricca di canali, di gallerie, di cubicoli era altrettanto misteriosa che quella superficiale» ha detto durante un’intervista in cui parlava del libro.
«Bologna è costruita per il mistero, è architettonicamente strutturata per nascondersi, bisogna andarla a cercare al di là delle facciate».
Per spiegarmi meglio l’essenza di questa città che è lo scenario ideale per la letteratura gialla e noir Macchiavelli usa un brano tratto da Sgumbéi (1998), probabilmente l’unico romanzo tradotto in dialetto bolognese: “Per conoscere una città, come per conoscere una persona, non c’è nulla di meglio che frugare nella sua immondizia e, per dio, l’ho fatto, oh, se l’ho fatto […] Ma forse hai ragione: è città indecifrabile anche per me che l’ho girata in lungo e in largo. […] Misteriosa e segreta e con una sua particolare cultura del delitto. Se la passeggi di notte, ti accade di vedere ombre che si muovono in uno scenario che è un invito a nascondere: una interminabile sfilata di portici bassi e in penombra, tagliati da chiaroscuri, sono il massimo del mistero […], lo si trova dietro a ogni colonna e a ogni angolo. Prendi le inferriate: ce ne sono tante sotto i portici e ad altezza dei passanti. Tu credi che siano state piantate lì per proteggere dai ladri? Nossignore! Sono lì per non far uscire i segreti che stanno dentro! […] Nonostante tutto ci si sta bene. Nonostante l’umidità delle stagioni, il freddo dell’inverno e l’afa dell’estate. Figurati che ci sono dei vicoli, nel centro storico, dove non è mai entrato un raggio di sole. Ci trovi certi androni, certi cortili, che nascondono chissà quali segreti. E le sue torri? Le hai viste? […] Ce ne sono molte e si alzano minacciose sulla distesa rossa dei coppi. Sono grigie e non hanno finestre e il loro interno e le scale che le salgono, nascondono segreti, delitti, trucchi, inganni… Un bel casino, credimi, per chi abbia il compito di decifrare la città”.
Proprio da queste righe lo scrittore trae quella che secondo lui potrebbe essere la definizione di Bologna.
«Dalla piana rossa dei coppi
s’alzano le torri,
forti, minacciose, grigie.
E inaccessibili».
Ma come spesso capita, le storie d’amore finiscono. Così Macchiavelli ad un certo punto si è accorto che la sua Bologna non esisteva più.
«Per colpa mia, naturalmente. Io me ne sono andato quando ho capito che Bologna stava tradendo le promesse che ci eravamo scambiati. Lei, di essere sempre un passo avanti; io di seguirla con le mie storie. E, come per gli amanti che si tradiscono a vicenda, ci siamo allontanati con astio nei confronti l’uno dell’altra. Le mie storie si sono trasferite in altri luoghi: L’Aquila, l’Appennino, la Sicilia… Lei, dal canto suo, fa finta che non ci siamo mai conosciuti. Dispetti di innamorati che non si amano più. Giusto così. Ci sono altre scrittrici e altri scrittori che la cantano con voci giovani e che la vedono con occhi nuovi. Lei, Bologna, è sempre la stessa ma io la vedo triste, abbandonata, trasandata, senza speranza e senza più la voglia di essere diversa dalle altre città. Insomma, una vecchia signora coi fianchi un po’ molli, come la canta Guccini. Per me, una vecchia signora che non ama più la vita. Tornerà ad amarla, naturalmente. Appena scoprirà di nuovo da che parte stare». 

giovedì 7 aprile 2016

Veduta di pianura con dame di Muriel Pavoni: la presentazione a Imola il 12 aprile

Tra le mie letture recenti, una di quelle che ho apprezzato di più è stata Veduta di pianura con dame di Muriel Pavoni. Quindi sono molto felice e onorata di fare da moderatrice alla presentazione del libro che avrà luogo martedì 12 aprile, alle ore 21, nel teatro underground di Quintoveda (Via Cavour 58) a Imola. Veduta di pianura con dame è una raccolta di racconti liberamente ispirati alle vite di dieci donne partigiane che dal 1800 hanno contribuito alla storia del nostro Paese in qualità di attiviste (come Giuseppina Cattani, Maria Goia, Maria Luisa Minguzzi), staffette (come Ida Camanzi, Maria Margotti, Benilde Verlicchi), artiste che non declinarono al loro ruolo di fare la resistenza (come Cordula Poletti e Sonia Micela) o, ancora, maestre (come Maria Maltoni e Giovanna Righini Ricci). Molte delle vicende di cui si parla sono geograficamente collocate in Romagna.
La presentazione fa parte degli eventi proposti da
ENJOY YOUR TOWN festival di arti performative (http://eyt.imola.city/) che si svolge fino al 30 aprile 2016 nel centro storico di Imola con l’obiettivo di innescare una vera e propria epidemia culturale all’interno della città.
Muriel Pavoni, nata a Imola, lavora in un centro di formazione. Nel tempo libero si occupa di promozione della cultura e della scrittura. Nel 2011 è uscito il suo libro di racconti dal titolo La discarica degli acrobati sbadati, Giraldi Editore, è coautrice dello spettacolo teatrale a più mani Voci – immagini dal manicomio, T.I.L.T. 2012, e del romanzo collettivo Il libro delle vergini imprudenti, Navarra Editore, 2014.

martedì 1 marzo 2016

IperSUR: a tu per tu con l'editore (preferito)

Se leggete questo blog avrete di certo capito che sono una fanatica dei libri, una book addicted, una lettrice compulsiva. E come tutti gli appassionati faccio anche il tifo. Non per una squadra di qualche sport, ma per alcune case editrici.
Non c'è pezza: se guardo l'elenco dei libri letti, alcune case editrici compaiono in modo molto ricorrente, non sono tante, tre o quattro. Tra queste c'è Iperborea. Immaginate quindi quando nella loro newsletter ho letto che una delle tappe di Editorintour sarebbe stata ospitata dalla libreria Moby Dick di Faenza, a pochi chilometri da casa mia.
Cos'è Editorintour? Pietro Biancardi, editore di Iperborea, e Marco Cassini di  SUR e minimum fax girano le librerie d'Italia e incontrano i lettori.
Mi sembra un'idea bellissima.
Anche perchè loro sono proprio simpatici e la chiacchierata con noi lettori è stata interessante e divertente. Sarei restata ancora ore ad ascoltarli e a fargli domande.
Al di là dell'esaltazione da groopie, comunque, trovo che questa sia una iniziativa davvero apprezzabile. Io come sapete lavoro nell'editoria, Quindi ho la fortuna di conoscere personalmente e apprezzare alcuni editori. Ma penso ad un lettore qualsiasi e alla curiosità di approfondire diversi argomenti a tu per tu con chi i libri li realizza.
Nelle parole di Biancardi e Cassini si avverte l'amore per i libri e per il loro lavoro e se sfogliate uno qualsiasi dei volumi di SUR, Iperborea, minimum fax, questo amore lo percepite anche voi.
Mi ha colpito in particolare una frase di Marco Cassini, sottoscritta anche da Pietro Biancardi: "vogliamo fare di ogni libro che pubblichiamo qualcosa di diverso".
Mi sembra che ci riescano alla grande.

sabato 27 febbraio 2016

La linea alba - Poesia di Antonio Santori

Perché essere in questo luogo
è molto, e certo dire
dove siamo
è nostro compito
Oscurità e acque,
albe, ventre dell'inferno,
albero di prua, inseguimento.
E, vedi, il corpo,
il nostro corpo soltanto può dire
bianco, tellina, lontano, vento.
Blues, inverno, ombra
delle cose, aldilà.
Ascolta, bacio.
Pensaci,
è un privilegio dire
odore delle case, mano
sopra la pelle,la prima volta.
Dire infinito
nelle erbe, è accaduto,
è strano, sorellina, madre, stelle.
Dire
per sempre,
innevato, accanto,
spaventato.
Sono
esistito.
Per questo mentre
vivo tutto mi sembra
innominato.

Antonio Santori

martedì 16 febbraio 2016

La minaccia della luce di Marguerite Duras - Recensione

La recensione che segue è stata pubblicata nel numero di febbraio della rivista letteraria on line Il Colophon.

 La grande scrittrice Marguerite Duras è stata anche autrice di teatro e di cinema. Tra i suoi film, uno in particolare — Il camion — propone un modo nuovo di fare cinema: invece che rendere visivamente la storia con attori che interpretano i personaggi, in una stanza chiusa — che l’autrice definisce “camera oscura”, la Duras stessa legge a Gerard Depardieu la sceneggiatura del film (Il camion appunto). Una donna chiede un passaggio ad un camionista e durante tutto il viaggio parla a ruota libera all’uomo che non la ascolta. Nel film ogni tanto compaiono delle riprese del camion che percorre la strada accompagnato da voci fuori campo della donna che parla col camionista. Nella “camera oscura” le tende sono tirate perché non entri la luce dall’esterno che potrebbe interferire con la lettura: la minaccia della luce.
“[…] forse si legge sempre al buio; il luogo in cui parliamo, lo chiamo camera oscura. Dico: stanza della lettura o camera oscura. Mi sembra che alla luce del giorno ci sarebbe stata una sorta di dispersione della portata del linguaggio. La lettura è legata all’oscurità, alla notte. Anche se si legge in pieno giorno, scende la notte attorno al libro”.
Da qui nasce il titolo italiano scelto per questa pubblicazione che contiene una lunga intervista rilasciata dalla scrittrice all’amica giornalista Michelle Porte dopo la proiezione privata de Il camion.
La donna del camion è un po’ la personificazione dell’idea di scrittura che ha la Duras: “Lei parla, è in uno stato di creazione in ogni istante, in una scrittura discontinua, ma senza fine”.
Così facendo ha già compiuto il primo passo importante perché — dice — “Penso che, per la creazione letteraria, basti cominciare con una salda convinzione, e poi continuare. Credo che lo scritto porti ad altro scritto, e insieme all’infinito”.
E alla domanda provocatoria di Michelle Porte che le chiede come mai ci sono persone che vorrebbero scrivere ma non riescono a farlo, Duras risponde “Sono quelli che non lo vogliono davvero, o piuttosto che non coltivano un vero desiderio. O meglio, sono quelli che vivono confinati nel loro mondo. Che aspettano la scrittura come qualcosa che arrivi da fuori, mentre invece è una sorta di ingiunzione interna. […] È voler scrivere prima di sapere cosa, prima di voler scrivere questa o quella storia. Scriviamo sempre, siamo come abitati, sempre, da un’ombra, in cui ogni cosa va, in cui l’integrità di ciò che viviamo si ammassa, si accalca. Ecco, questo rappresenta la materia prima della scrittura, la miniera di tutto. Questo “oblio” è la scrittura non scritta: la scrittura stessa”.
Durante la conversazione, la Duras non parla solo di cinema, di scrittura, di creatività, ma anche della sua idea politica che ammette essere utopistica, il suo rapporto col Partito Comunista di cui è stata attivista per anni, delle sue storie d’amore, della vita.
Una vita, che per lei diviene una totale dedizione alla parola scritta: “Gli scrittori sono in un’assenza totale di vita personale, non conosco nessun altro che abbia una vita personale minore della mia. […] Ma questa assenza, o piuttosto questo relegare la vita personale è a sua volta una passione”.

giovedì 11 febbraio 2016

Ginger Man J.P. Donleavy - Recensione

La recensione che segue è stata pubblicata nel numero di febbraio della rivista letteraria on line Il Colophon.

 Ginger Man è un romanzo interessante, provocatorio, irriverente. Non è detto che vi piaccia, anche se sarete costretti a riconoscerne le innegabili qualità narrative. Ma — soprattutto — non è un libro che va preso alla leggera, occorre sapere quando, come e perché è stato scritto, il percorso che ha compiuto. Solo così molte delle perplessità che vi nasceranno leggendolo troveranno una risposta e vi permetteranno di vederlo sotto la giusta luce.
Protagonista del romanzo è Sebastian Dangerfield, americano ventisettenne studente di giurisprudenza al Trinity College di Dublino: alcolizzato, irresponsabile, bugiardo, opportunista, violento, spendaccione, corre dietro ad ogni gonnella senza fare troppo il difficile con l’unico scopo di portarsela a letto e — se possibile — spillarle quanti più soldi riesce. Se già così ne risulta un personaggio per nulla simpatico e positivo, si aggiunga che è sposato e ha una figlia piccola per la quale manifesta apertamente insofferenza. Un anti-eroe, anzi proprio un bastardo, che si è perso nella propria libertà, rifugge le responsabilità, eterno bambino cattivo e amorale che ha paura di crescere e diventare uomo. Trascinerà in questo vortice distruttivo per un po’ anche la sventurata che abbagliata dal suo bel sorriso l’ha sposato, ma per fortuna poi lei saprà mettersi in salvo con la bambina abbandonandolo al suo destino. Insomma non si riesce a farselo risultare simpatico questo Dangerfield che non tratta male solo le donne, ma anche i pochi amici che continuano a dargli corda. E leggendo i primi capitoli del romanzo potreste anche chiedervi dove stia il valore del libro pubblicato a Parigi nel 1955 da Olympia Press, bandito negli Stati Uniti e in Irlanda, uscito censurato in Italia nel 1959, che oggi — ristampato in centinaia di edizioni — è considerato un classico sulla scia di di Henry Miller e James Joyce.
Ecco perché è utile approfondire i presupposti che hanno portato Donleavy a scriverlo e capire il messaggio che racchiude.
Quando ha deciso di scrivere Ginger Man, Donleavy che è newyorkese purosangue (nato nel Bronx), aveva appena lasciato il Trinity College dove aveva studiato scienze naturali. Era già un pittore apprezzato in Irlanda, ma il suo tentativo di “sfondare” anche a Londra era fallito perché non erano bastate le tre mostre di successo allestite a Dublino per renderlo un nome “spendibile” nella capitale inglese. Perciò — come racconta in una intervista — si rese conto che l’unico modo per sfondare era quello di scrivere qualcosa che nessuno potesse tenere a bada, un libro che sarebbe andato ovunque, nelle mani di tutti. Un romanzo che avrebbe scosso il mondo.
Così nacque Ginger Man ma — come era prevedibile — pur avendo ricevuto ottimi apprezzamenti, Donleavy non trovò nessun editore americano disponibile a pubblicarlo. Così tornò in Irlanda dove arrivò a Maurice Girodias, fondatore della parigina Olympia Press, che gli propose la pubblicazione. A fargli decidere di uscire col proprio nome vero — nonostante la scabrosità del romanzo — fu il fatto che con lo stesso editore era stato pubblicato Beckett. Purtroppo scoprì a pubblicazione avvenuta che il libro era stato incluso nella collana pornografica Traveller’s Companion. Dopo diverse traversie legali, comunque, il libro uscì anche in Inghilterra e Donleavy riuscì a recuperare credibilità e decoro.
Ginger Man racconta lo smarrimento degradante di chi non è capace di circoscrivere il proprio egoismo, la sete di libertà ad ogni costo, l’incapacità di porsi un freno, ma anche la rivincita di chi invece trova nella disperazione la forza per riscattarsi e costruire un futuro dignitoso.
La scrittura molto originale in cui si alternano prima e terza persona, presente e passato, rende efficacemente la confusione mentale di Dangerfield, parziale voce narrante della storia, tra delirio alcolico e momenti di grande lirismo.
Un libro che forse all’inizio vi lascerà perplessi, ma dategli il tempo di entrarvi dentro, di prendere ritmo, e capirete infine che valeva la pena leggerlo.

lunedì 8 febbraio 2016

Write drunk, edit sober: il nuovo numero de Il Colophon

Si può intuire già dal titolo - l'esortazione di Hemingway Write drunk, edit sober (scrivi da ubriaco, edita da sobrio) - il tema affrontato nel nuovo numero de Il Colophon: la rivista letteraria on line indaga il rapporto tra gli scrittori e le loro dipenze, alcol o droghe che siano. 
«La cura, le parole rivisitate, l’edit sober, sono la salvezza della scrittura - scrive il direttore Michele Marziani nell'editoriale -  Dell’umanità diremmo. Questa l’indagine de Il Colophon, da ognuno degli autori interpretata a modo proprio. Per le vie di Carver, per le lunghe strade d’America di Kerouac, nell’Europa di Joseph Roth, nelle vigne celebrate da Veronelli, là dove invece il vino si fa processo collettivo di racconto… Tanto c’è da perdersi, inebriarsi, ritrovarsi pure. Poche le interviste, che da vivi dirsi bevitori non sta bene.»
Un numero denso da leggere e centellinare come un buon brandy. A cominciare dagli approfondimenti: i racconti di Carver, l'attualità di Hemingway, la visione di Kerouac, Luciano Bianciardi, "Sotto il vulcano" di Malcolm Lowry, appunti su Joseph Roth e Claudio Magris, il più perfetto dei piaceri imperfetti tra Gautier, Baudelaire, Huysmans e Oscar Wilde, una riflessione sulla scrittura come processo collettivo, l'intervista a Gian Arturo Rota per vent’anni stretto collaboratore di Luigi Veronelli. E poi le recensioni a "The trip to echo spring. On writers and drinking" di Olivia Lang, Un tenero barbaro" di Bohumil Hrabal, "Panegirico" di Guy Debord, "Ginger man" di J.P. Donleavy, "Non abitiamo più qui" di Andre Dubus, "African Psycho" di Alain Mabanckou, "Autobiografia alcolica" di Jack London, "Compagno di sbronze" di Charles Bukowski, "La minaccia della luce" di Marguerite Duras, "I miracoli della vita" di James Graham Ballard, "Le ceneri di Angela" di Frank McCourt. Ciliegina sulla torta i racconti di Alvaro Zerboni, Lorenzo Mercatanti, Simone Delos, Paolo Repetto, Roberta Marcaccio, Paola Giannelli, Milo Busanelli, Gigi Rocca.
Io vado a perdermi tra queste belle pagine!





martedì 2 febbraio 2016

Partenze di Maggie Van der Toorn: presentazione a Rimini il 13 febbraio

Sabato 13 febbraio alle ore 17.30 nell'auditorium dell'Istituto Musicale Pareggiato "G. Lettimi" (Via Cairoli 44) di Rimini, Maggie Van Der Toorn  presenterà il suo nuovo libro Partenze.
Maggie ha affidato a me il compito di fare da relatore e ne sono onorata. La presentazione sarà animata dalle letture di Francesco Tonti e dai brani musicali eseguiti dal soprano Samantha Faina e dal pianista Giacomo Fiori. Nel corso dell'evento si svolgerà anche la premiazione del concorso letterario Scintille in 100 parole 2015 con letture e consegna premi.
A seguire aperitivo letterario con i vini di Vitae Azienda Agricola. L'ingresso è libero.
Partenze sono racconti di transito, in un binario, in sala d’attesa, in un treno.
Treno di vita che simbolicamente li raccoglie tutti, ogni racconto si apre con l’attesa, sviluppandosi poi in un vero transito nell’interiorità. Così si trovano Antonio, la mamma di Francesca, Giacomo, e la cantante, Nimeha, la senzatetto e il gatto, spettatori di vite altrui, osservando situazioni esterne per distogliere la mente da quei macigni enormi che portano nel petto. Chi caduto nella voragine del gioco d’azzardo, chi testimone di sconvolgenti delitti, chi si scontra con i propri limiti, è poi costretto a presentare il conto, ad accettare quel verdetto.
Viaggiatori, quindi osservatori delle solite dinamiche con cui ci si scontra: una bimba che
fa i capricci, i telefoni cellulari che squillano, la signora con il cane, costituiscono un dolce riparo che allontana il pensiero vagando qua e là su dettagli rappresentativi, preamboli di personalità. L’attesa si trasforma in un espediente di rianalisi della memoria, ripercorrendo le tappe già percorse per avere una visione d’insieme in un gioco di passaggi.

martedì 19 gennaio 2016

La dieta su misura di Letizia Bernardi Cavalieri: esordio alla grande della collana Olos

Come vi ho preannunciato un mese fa, la collana Olos, diretta dalla sottoscritta, di ATEditore,  muove i primi passi ed esordisce con un titolo molto interessante: La dieta su misura di Letizia Bernardi Cavalieri.
Certo - penserete - subito dopo le feste ci vuole qualche suggerimento per smaltire i chili accumulati a forza di panettoni. Ma questo libro non è una banale guida per dimagrire. Tutt'altro.
"La dieta su misura", infatti, affronta in modo completo i problemi legati all’adozione di uno stile nutrizionale sano. Non vegano né vegetariano, ma privo di elementi tossici per l'organismo e di tutti quei fattori che incidono sull’innesco delle patologie contemporanee. Spiega come ritrovare un corpo sano mangiando con gusto. Insegna, passo dopo passo e in modo semplice e chiaro, come realizzare l’educazione nutrizionale persino di chi è più restio al cambiamento delle proprie abitudini e formula le linee guida per costruire una dieta “su misura” dei bisogni della persona. Inoltre fornisce consigli per venire incontro ai problemi che - in particolare- il disequilibrio della glicemia oggi pone, e suggerisce tecniche naturali soft che, liberando pian piano l’organismo affaticato dai tossici, alleggeriscono e liberano dai problemi metabolici. La dieta - ci insegna Letizia Bernardi Cavalieri - è l’epicentro del processo di detossificazione: almeno tre volte al giorno ricostituisce i “mattoni” della vita. Quindi è importantissimo alimentarsi bene anche se siamo in forma, non abbiamo chili superflui o patologie specifiche.
Un libro approfondito, curato, con tanti suggerimenti pratici, che  consiglio a tutti.
La dieta su misura
di Letizia Bernardi Cavalieri
(ATEditore, Collana Olos, 2016)

giovedì 7 gennaio 2016

L'amore ai tempi della neve di Simon Sebag Montefiore - Recensione

Come spesso accade, il titolo italiano del romanzo - l'originale è One night in winter - è sviante e fa pensare principalmente ad una storia romantica. In realtà - anche se due storie d'amore fanno parte dei tanti tasselli che compongono la vicenda - il romanzo è molto più articolato e complesso: siamo a Mosca nel 1945 e proprio il giorno in cui Stalin celebra in grande la vittoria sui nazisti, su un ponte vicino al Cremlino vengono uccisi a colpi di pistola due rampolli dell'intellighentia moscovita. Omicidio o doppio suicidio? Cospirazione contro lo Stato? Le indagini, dirette personalmente da Stalin, coinvolgono i liceali compagni di scuola delle vittime, tutti appartenenti all'istituto più in vista della città dove studiano i figli di dirigenti di partito, intellettuali, generali, la creme de la creme delle personalità sovietiche. E ben presto vengono trascinate nell'occhio del ciclone anche le famiglie, gli insegnanti e gli amici dei ragazzi, senza risparmiare persino i bambini. In un susseguirsi di giochi politici, sotterfugi e interrogatori che possono mettere a rischio non solo la carriera ma persino la vita delle persone più care ai giovani prigionieri.
Estremamente coinvolgente nella parte sulle indagini e interessante per le ricostruzioni storiche, il romanzo a mio avviso "fa acqua" proprio per le troppe pagine dedicate alle due storie d'amore che potevano essere molto più sintetiche e limitarsi ai fatti necessari per comprendere i vari intrecci che determinano gli eventi. Tante le domande e riflessioni che nascono dalla lettura e pure qualche perplessità che mi piacerebbe discutere con un esperto di storia russa. Nel complesso un buon libro che sarebbe potuto essere ottimo se l'autore non si fosse fatto prendere troppo nella rete del romanticismo.

mercoledì 23 dicembre 2015

Buone feste a tutti voi

Finalmente le Feste sono arrivate. Aspettavo da un po' questo momento, per staccare la spina, ricaricarmi, stare insieme alle persone a cui voglio bene.
Saranno anche giornate di lunghe sessioni in cucina, e tutte le faccende necessarie a rendere più ospitale la mia casa, che - per inciso - è un porto di mare: gente (e per gente intendo due aitanti giovanotti e due delicate signorine) che entra ed esce a tutte l'ore (comprese quelle notturne), vasi di Nutella che vengono svuotati in tempi da record con abbinamenti ad altri cibi a dir poco raccapriccianti (avete provato la Nutella con le patatine barbeque? con le carote? e con gli Oreo?), frigorifero e dispensa da mantenere forniti (perchè si svuotano troppo in fretta), bollitori e caffettiere a pieno regime, e musica, giochi, risate e chiacchiere che riempiono non solo le stanze ma soprattutto il cuore. Ah, e c'è pure un fidanzato che va e viene e staziona di preferenza sul divano dello studio. E poi amici che passano, parenti in visita... Questo è il bello del Natale (ma anche di tutto il resto dell'anno).

Io spero di avere un po' di tempo per leggere, scrivere, e stare sola con me stessa.

A voi auguro di trascorrere giornate serene e rilassanti, ricche di abbracci, sorrisi e cose belle.

Ci rileggiamo nel 2016!

Buon Natale e Buon Anno Nuovo a tutti voi!

lunedì 21 dicembre 2015

Scritto sull'acqua: la recensione di Chiara

Mi sto abituando bene: è arrivata un'altra bella recensione a  Scritto sull'acqua, questa volta da Chiara del gruppo di lettura Quarta di copertina. Grazie Chiara per gli apprezzamenti e per il tuo punto di vista sui miei racconti!
Potete leggere la recensione originale a questo link.

Brevi racconti, intensi, fatti di nebbia, acqua, memorie antiche, attese, amore al vino rosso e menti intossicate.
Questi i protagonisti delle ambientazioni gotiche di Carla, suggestioni che si susseguono e poi ci inseguono con il loro sapore dolce e amaro.
Le nostre paure prendono forma leggendo “Passi nella nebbia” e in breve ci troviamo a fare nostre le ansie di Matilde, la giovane guardiana del faro in “Venti giorni” o la trepidazione del cavaliere in “La scelta”.
L’emozione tocca il vertice facendoci vibrare quando siamo accompagnati nel passato in “Fulgida stella”, un passato talmente compenetrato con il presente che riesce difficile scinderli.
Con questa opera Carla ci regala un momento veramente per noi, denso e piacevole.
Una lettura tutta d’un fiato, in sintonia con il ritmo scorrevole delle parole.
Una domanda all’interno di un racconto ci colpisce e resta nei nostri cuori:
Ci si può innamorare delle parole? Di chi le scrive?
La risposta è custodita all’interno delle pagine di “Scritto sull’acqua” e a noi non resta che andare a cercarla.

venerdì 18 dicembre 2015

Olos è pronta a partire

Ricordate che qualche mese fa vi ho parlato di Olos? È una collana di saggistica dedicata alle discipline olistiche, bio-natuarli e al self help, pubblicata da Antonio Tombolini Editore e per la quale io svolgo la mansione di direttore editoriale.
Il logo mi piace molto. Lo ha creato la bravissima desiger Marta D'Asaro.
Nei primi mesi del 2016 pubblicheremo i titoli che terranno a battesimo la collana, ma ne sto valutando altri, alcuni molto interessanti.
E ne sto cercando altri, quindi se avete testi relativi a queste tematiche inviatemeli alla mail carlacasazza67@gmail.com

Olos in greco significa tutto, intero. Da questo termine nasce il significato delle discipline olistiche, che analizzando l'individuo nel suo insieme cercano di comprendere l'origine dei suoi problemi fisici o emotivi e si adoperano affinché - grazie al riequilibrio di corpo, mente, spirito ed emozioni - tali problemi vengano superati.
In questa collana troverete quindi saggi dedicati alle diverse discipline olistiche, ma anche a quelle bio-naturali - cioè volte al benessere della persona - e testi che approfondiscono i temi legati al self help o auto aiuto.
I libri che proponiamo sono scritti da esperti del settore e vengono selezionati con cura per offrire una visione quanto più ampia possibile sulle tante metodologie antiche e moderne che sono a nostra disposizione per prenderci cura di noi stessi.
Crediamo sia importante fornire alle persone gli strumenti per stare bene nel proprio corpo e con sè stessi e riteniamo utile offrire una informazione più completa possibile relativamente alle tecniche naturali per raggiungere questo benessere.
Un benessere di cui molti sentono il bisogno, immersi come sono in una vita frenetica e carica di stress. Soffermarsi a leggere i libri utili a questo scopo è il primo passo verso una migliore qualità della propria vita.

mercoledì 16 dicembre 2015

Scritto sull'acqua: la recensione di Roberta Marcaccio

Quando si ricevono belle recensioni fa sempre piacere, ma lo è ancora di più quando gli apprezzamenti rivelano un'attenta lettura e non sono semplicemente una forma di cortesia.
Per questo ringrazio Roberta Marcaccio che con la recensione che segue ha colto molte sfumature inedite nei racconti del mio libro Scritto sull'acqua.
Potete leggere la recensione originale a questo link.

Sottotitolo: Scritto con il cuore e grande maestria.
Scritto sull’acqua è una raccolta di sei brevi racconti, sei magnifiche perle che raccontano, ognuna, una condizione umana o un sentimento e che rimandano, a mio avviso, tutti indistintamente, alla fede.
Fede non per forza in un credo religioso di qualsiasi tipo, ma fede in un modello, in una persona, in un sentimento, in un ideale, in uno stile di vita.
In ogni racconto la forza trainante è quella del protagonista. Di colui, o colei, che ha fede in qualcosa. E tanta è la forza che esprime in ciò che crede che il lettore si sente catapultato lì, al suo fianco, ad avere paura, ad emozionarsi, a scappare, ad inorridire, ad amare, a fidarsi esattamente come lui.
Mi sono ritrovata anch’io, lì, e mi sono commossa, ho sperato fino all’ultimo che le cose succedessero sì, ma come volevo io, perché mi sentivo piena di quel sentimento che il personaggio viveva attraverso parole che non sono scelte a caso, ma studiate, meditate, costruite apposta per definire ogni più piccolo dettaglio.
Già dal sottotitolo (di mia attribuzione) è chiaro il mio giudizio su Scritto sull’acqua.
Vorrei aggiungere solo una cosa, come lettrice e come quasi-autrice.
Scrivere racconti è molto più difficile che scrivere un romanzo alla Guerra e pace (senza sminuire il lavoro del grande Tolstoj). È difficile perché l’autore deve riuscire a portare il lettore dentro una storia che è una parte infinitesimale della vita dei personaggi (di solito uno o due massimo). Il racconto è una contrazione, un concentrato di vita in tre o quattro cartelle. È il pasticcino mignon della narrativa: piccolo, gustoso, ricco di sapori che si spandono ovunque… una goduria.
Ecco! Mi permetto, e spero che l’autrice non me ne voglia, di paragonare Scritto sull’acqua ad un vassoio d’argento, con un bellissimo piatto di porcellana al centro sul quale sono disposti sei pasticcini finissimi, unici nel loro genere, ma tutti assolutamente gustosi e irresistibili.


venerdì 27 novembre 2015

Inventario dei pensieri felici: Pancake

Chi mi segue con attenzione sa che da qualche tempo ho deciso di dedicare un post ogni tanto ai luoghi magici che frequento, persone belle che incontro, e tutto ciò che della mia vita è degno di essere raccontato.
E raccolgo questi post sotto il titolo Inventario dei pensieri felici, perché i pensieri felici sono il motore che ci aiuta a stare bene e affrontare la quotidianità.
Pancake è una bakery americana, un laboratorio che produce torte, biscotti, muffin, cupcake ed altre prelibatezze dolci della tradizione statunitense, e anche hamburger, bagel, zuppe, muffin salati da leccarsi i baffi. Realizzati completamente in modo artigianale (dal pane alle salse, fanno tutto loro) e per quanto possibile con prodotti a km 0.
Si possono consumare nel locale arredato con uno stile minimal di grande eleganza, oppure prendere da asporto.
Io, che ho tantissimi problemi alimentari per questioni di salute, trovo da Pancake molte cose ammesse dalla mia rigorosa dieta (senza grano, senza lattosio) e sono anche buonissime!
Quindi, come potete immaginare, ci capito spesso, anche perchè i ragazzi che lo gestiscono e ci lavorano - tutti sotto i trenta - sono una ventata di simpatia e gioventù, che non guasta mai.
Insomma è uno dei miei "comfort place" per eccellenza.
Tanto che ho deciso di organizzare lì alcuni dei corsi che svolgo per lavoro. In effetti la location è piuttosto anticonformista, ma a me non importa, perchè è un luogo ospitale e dove si sta bene.
Per sapere qualcosa di più sui corsi potete andare a questo  link.
A dicembre ne terrò due da Pancake, occasione ottima anche per assaggiare la loro cucina, visto che hanno pensato un menù in promozione per chi partecipa ai corsi.

Persi nella rete - Mini corsi per usare al meglio i social network e sfruttare efficacemente le loro potenzialità
Facebook: utili strategie per un uso efficace. Le potenzialità meno conosciute. Le impostazioni per difendere la propria privacy
Mercoledì 2 dicembre 2015 ore 19-21
LinkedIn: creare un curriculum on line funzionale, costruirsi una reputazione professionale. Come usarlo per cercare lavoro o proporre professionalità
Mercoledì 16 dicembre 2015 ore 19-21
Dove: Pancake (Via Emilia 199/b, Imola)
Il costo di ciascun mini corso è di 25 €

martedì 24 novembre 2015

L’estate che non passerà di Tiziana Frosali - Recensione

La recensione che segue è stata pubblicata sulla rivista letteraria on line Critica Letteraria

 Ve le ricordate le fanzine? Chi ha intorno ai 40 anni (e anche più) certamente ne avrà sfogliate, collezionate, forse anche realizzate. E più erano artigianali e "underground" più parevano belle e interessanti. Nel romanzo L’estate che non passerà di Tiziana Frosali proprio una fanzine è al centro della storia: siamo nell'estate del 1998 e un gruppo di amici toscani, fan dei Duran Duran a cui hanno dedicato - appunto - una fanzine, casualmente scoprono la band italiana dei Bluevertigo che è impegnata a portare in giro il Metallo Non Metallo Tour. Il loro entusiasmo si trasforma in un fedele "vagabondaggio" per l'Italia seguendo per quanto possibile le tappe del tour e via via
scaturisce l'amicizia con Morgan, Livio, Andy e Sergio, i componenti della band. Ma fra un concerto e l'altro, le chiacchiere sulla musica e sulla vita e un progetto un po' folle che li coinvolge tutti, l'amicizia rischia di trasformarsi, per alcune delle ragazze, in un sentimento più complesso che può rovinare il fantastico clima di un'estate da non dimenticare.
Il romanzo - tributo ai Bluvertigo ma anche ai Duran Duran e a tutta la musica degli anni '80 e '90 - scritto con ritmo e uno stile fresco e coinvolgente, mi ha fatto fare un viaggio a ritroso e credo lo farà fare anche a molti altri lettori, un bell'amarcord per chi con
quella musica ci è cresciuto.
Ma è anche occasione per le generazioni più giovani di immergersi nelle atmosfere e nella musica di quegli anni e di farne una conoscenza più approfondita: ci si può persino creare una playlist tutta da scoprire individuando a quali canzoni si riferiscono i titoli dei capitoli - che rimandano a brani famosi degli ultimi decenni del XX secolo - e prendendo spunto dalla set list al termine del libro.
"Eravamo ragazzini in gita scolastica, con la faccia da adulti e la rara fortuna di coloro che ancora per un po’ possono permettersi di sentirsi leggeri, di giocare, cantare, ballare e tenersi per mano per non perdersi, per non essere portati via dall’entusiasmo della folla.
Il Nucleo, So Low, Vertigoblu, Storiamedievale, Oggi hai Parlato Troppo si susseguirono in un crescendo di passione spensierata. C’era un’atmosfera particolarmente festosa in quella notte settembrina in val Padana: il cielo nero era limpido e terso, pieno di piccoli puntini luminosi e un’enorme luna piena a fare sfoggio di sé e della sua perfetta rotondità.
Forse perché eravamo in tanti e ci divertivamo a ballare il twist, forse perché cantavamo tutti assieme, o perché i ragazzi erano in splendida forma e continuavano a sorridere tutti, anche Morgan che guardava verso di noi e gli scappavano sorrisi pieni. Forse per tutto questo o solo per il fatto di essere insieme in mezzo alla musica, eravamo felici."


L’estate che non passerà
di Tiziana Frosali
La Tana del Bianconiglio, 2015

venerdì 20 novembre 2015

Il libro è una lettera a destinatari sconosciuti: la mia intervista a Giulio Mozzi su Il Colophon

La seguente intervista è stata pubblicata nel numero di novembre della rivista letteraria on line Il Colophon.

Giulio Mozzi è scrittore e consulente editoriale (attualmente per Marsilio). Da vent'anni tiene corsi e laboratori di scrittura e narrazione e ha fondato con Laurana Editore la Bottega di narrazione. Tra gli autori che hanno pubblicato le loro prime opere grazie alla sua attività di scouting segnaliamo Tullio Avoledo, Marco Candida, Antonio Pagliaro, Mariolina Venezia.
 

Partiamo da una riflessione di David Foster Wallace che costituisce uno degli spunti attorno a cui è stato costruito questo numero della rivista: «Se uno scrittore si rassegna all’idea che il pubblico sia troppo stupido, ad aspettarlo ci sono due trappole. Una è la trappola dell’avanguardismo: si fa l’idea che sta scrivendo per altri scrittori, perciò non si preoccupa di rendersi accessibile o affrontare questioni rilevanti. Si preoccupa di far sì che ciò che scrive sia strutturalmente e tecnicamente raffinatissimo: involuto al punto giusto, ricco di appropriati riferimenti intertestuali… L’opera deve sprizzare intelligenza. Ma all’autore non importa nulla se sta comunicando o meno con un lettore interessato a provare quella stretta allo stomaco che è poi il motivo principale per cui leggiamo. Sul fronte opposto ci sono opere volgari, ciniche, commerciali, realizzate secondo formule prestabilite – essenzialmente, il corrispondente letterario della tv – che manipolano il lettore, che presentano materiale grottescamente semplificato con uno stile avvincente perché infantile.
La cosa strana è che vedo questi due fronti farsi la guerra quando in realtà hanno un’origine comune, che è il disprezzo per il lettore: l’idea che l’attuale emarginazione della letteratura sia colpa del lettore. Il progetto che vale la pena portare avanti è invece quello di scrivere qualcosa che abbia in parte la ricchezza, la complessità, la difficoltà emotiva e intellettuale dell’avanguardia, qualcosa che spinga il lettore ad affrontare la realtà invece che a ignorarla; ma farlo in maniera tale che il risultato provochi anche piacere a chi legge. Il lettore deve sentire che l’autore sta parlando con lui, non assumendo una serie di pose».
Cosa ne pensa? Condivide questo punto di vista?

Ma: in Italia, ho l’impressione che il luogo comune più corrente sia che l’attuale emarginazione della letteratura sia colpa degli editori. Peraltro io devo ancora trovare qualcuno che mi dimostri che la letteratura attualmente è emarginata.
Quanto al “progetto che vale la pena di portare avanti”, penso che si possa dirlo più brevemente così: buoni libri capaci di farsi leggere da molti (e così anche questo diventa un luogo comune).
 

Nelle sue lezioni di (non) un corso di scrittura e narrazione, afferma che una narrazione è, in fondo, una specie di lunga lettera inviata a uno sconosciuto. Ci spiega cosa intende?
Intendo ciò che ho scritto: che un libro è come una lunga lettera inviata a destinatari sconosciuti (notare il plurale).
Una volta non era così. Una volta le persone che leggevano erano così poche, e così prossime per condizione sociale economica culturale a quelli che i libri li scrivevano, che i libri erano lunghe lettere inviate a destinatari ben conosciuti.
Poi c’è stata la scolarizzazione di massa (cosa della quale possiamo essere solo felici), e oggi chi scrive i libri non ha un’idea precisa di chi li leggerà, né può presumersi prossimo a chi leggerà per condizione sociale economica e culturale.
Per questa ragione, nel risvolto di copertina del mio primo libro, lì dove si mette di solito la biografia dell’autore, feci scrivere: “Giulio Mozzi è nato nel 1960. Abita a Padova in via Michele Sanmicheli 5 bis”. Oggi ho cambiato casa (sto sempre a Padova, ma in via Comino 16/b) ma non logica. Chi voglia raggiungermi al telefono non deve spendere più di pochi secondi con un motore di ricerca.
Un libro è una lunga lettera inviata a destinatari sconosciuti; una lettera che non permette al destinatario di rispondere è una lettera insensata.
 

Alcuni scrittori dicono di scrivere solo per se stessi e di essere indifferenti alle reazioni che i loro libri hanno sul lettore, altri di scrivere ciò che vorrebbero leggere, altri ancora ritengono il lettore conditio sine qua non per l'esistenza dello scrittore. Lei perché scrive e quanto ritiene importante il lettore per la sua scrittura?
Scrivo perché mi pare che mi venga benino. Ovviamente se non ci fossero lettori non scriverei.
 

Ci parla del Giulio Mozzi lettore? È onnivoro o selettivo? Legge un libro alla volta con calma oppure porta avanti contemporaneamente più letture? Sottolinea, fa “orecchie” sulle pagine, mette post-it, si annota i passaggi interessanti oppure ha un rapporto meno “fisico” col libro?
Sono un lettore di molta poesia, parecchia saggistica letteraria filosofica sociologica, pohissimi romanzi.
Leggo in buona misura secondo il bisogno. Bisogno che ho di imparare certe forme, bisogno che ho di sapere certe cose per il mio lavoro, eccetera.
Leggo un libro per volta, ma ho un certo numero di libri sempre aperti (le Rime di Dante, le Poesie di Ciro di Pers, Dune di Frank Herbert ecc.).
Non sottolineo. Faccio qualche orecchio. Non schedo. Ho un’ottima memoria.
 

Ogni libro che leggiamo - come ogni esperienza che facciamo - ci rende diversi da ciò che eravamo prima di leggerlo. Non intendo che ci rende migliori, ma solo che ci cambia in modo impercettibile o più evidente. Per me la lettura è anche questo. Per lei?
Anche un’insalata di riso o una caduta in bicicletta ci rendono diversi da come eravamo prima.
 

E la scrittura?
Idem.
Posso dire che una volta, quand’ero ragazzino, per prendermi in giro mi dicevano che parlavo come un libro stampato. Oggi ai miei allievi càpita di accorgersi che scrivo esattamente come parlo.
Questo è stato il grande cambiamento: da un parlare che si appoggiava a ciò che leggevo, a uno scrivere che si appoggia su sé stesso.
 

C'è un libro (o più libri) che ha segnato una pietra miliare nella sua formazione personale, che le ha insegnato qualcosa di importante, senza il quale non sarebbe il Giulio Mozzi di oggi?
Il libro di Giobbe. Nel quale il creatore, per scommessa, lascia Giobbe nelle mani di Satana. Quando, dopo aver perduto tutto, Giobbe si rivolge al creatore domandando perché, il creatore risponde: “Che domande sono? Ciò che io faccio è giusto perché l’ho fatto io, e stop”.

giovedì 19 novembre 2015

Diario di bordo di uno scrittore di Björn Larsson - Recensione

La recensione che segue è stata pubblicata nel numero di novembre della rivista letteraria on line Il Colophon.

 Lo scrittore svedese Björn Larsson è conosciuto in Italia soprattutto per i romanzi La vera storia del pirata Long John Silver e Il cerchio celtico, ma la sua produzione letteraria è assai più ampia. Ad essa ha dedicato Diario di bordo di uno scrittore, realizzato in esclusiva per i lettori italiani in occasione dei 25 anni della Casa Editrice Iperborea (che pubblica Larsson nel nostro Paese), nel quale racconta il proprio percorso professionale analizzando uno per uno i suoi libri e il processo creativo da cui ciascuno di essi è scaturito.
Così Larsson dedica ad ogni libro un capitolo, procedendo in rigoroso ordine cronologico dalla sua prima pubblicazione, una raccolta di racconti intitolata Splitter (Relitti), fino al romanzo I poeti morti non scrivono gialli, ricostruendo la loro genesi ed evoluzione, le idee e le emozioni da cui sono nati. "[...] questa è una visita al cantiere dove viene impostata la chiglia, si disegna il progetto, si immagazzinano i materiali necessari, a volte con molte difficoltà di consegna. Un invito al lettore nell’officina dello scrittore. Ma ho anche voluto dire qualcosa sul dopo, su quello che succede una volta avvenuto il varo" scrive Larsson.
Secondo lui quello dello scrittore è un mestiere solitario che presuppone un costante interrogarsi sul senso di ciò a cui si dà vita, sentendo sulle proprie spalle la responsabilità di lasciare ai lettori non solo una bella storia con cui svagarsi per qualche ora, ma contenuti su cui riflettere, idee che lascino traccia e magari servano a cambiare in qualche modo la vita di chi legge. Possibilmente in senso positivo. Ritiene che scrivere sul serio, non come hobby o svago, ma nel tentativo di creare un buon libro, il migliore di cui si è capaci, sia una grande fatica. Un impegno totalizzante che ti monopolizza finchè non hai messo la parola “fine”.
"Potrà suonare retorico" - dice ancora Larsson - "ma uno dei motivi per cui scrivo è proprio perché qualcuno un giorno sappia che sono esistito e che ho fatto del mio meglio perché altri, in particolare i miei lettori, possano vivere un’esistenza che ha significato". Mi pare un patto impegnativo da stringere coi lettori, ma anche una bella promessa per chi si troverà in mano i suoi libri, una garanzia di qualità o almeno l'idea confortante che mentre l'autore buttava giù la sua storia, parola dopo parola, pensava un po' anche a noi che ora leggiamo il suo romanzo.
Forse è proprio per questo che molti di noi trovano la lettura non solo un'attività che arricchisce culturalmente, diverte, rilassa, insegna, ma anche qualcosa di rasserenante e terapeutico.
Tornando a Diario di bordo, è affascinante leggere i fatti, le coincidenze, i pensieri che hanno dato origine alle idee attorno a cui hanno preso corpo le trame dei vari libri, scoprire come questi abbiano influito sulla vita dello scrittore determinando, a volte, le successive scelte professionali o metodologiche. Vedere quanto studio c'è dietro ad ogni romanzo, e quali piccole "follie" può compiere lo scrittore in nome della propria storia.
Questo è un libro che sicuramente i lettori di Larsson ameranno, perché fornisce loro molte risposte agli interrogativi nati leggendo i suoi romanzi. Ma è interessante anche per chi scrive, per comprendere - senza tanta retorica e nessuna pretesa didattica - come funzionano le dinamiche della scrittura, qual'è l'approccio al "foglio bianco" di un professionista, il livello di coinvolgimento emotivo a cui chi vuole fare seriamente questo mestiere va incontro.
Ma Larsson non intende spaventare o scoraggiare nessuno, così questo libro è anche il racconto ironico e accattivante di un "mestiere" di sicuro impegnativo ma tuttavia molto soddisfacente.
Niente a che vedere con la scrittura come sofferenza ostentata da certi autori.
Perché - come scrisse il poeta francese Jean Malrieu - "Corre voce che si può essere felici".

mercoledì 18 novembre 2015

Diorama di Sergio Sozi - Recensione

La recensione che segue è stata pubblicata sulla rivista letteraria on line Critica Letteraria

 La quarta di copertina recita: “Diorama è sinonimo di veduta panoramica, ma è anche una forma di spettacolo costituita da quadri o vedute di grandi dimensioni. È il caso di questa raccolta di racconti, ai quali il lettore aggiungerà colori, movimento, suoni e volumi” e davvero le storie spesso surreali che Sergio Sozi racconta con ironia ed eleganza offrono la visione su squarci di esistenze che ogni lettore può trasformare nella propria mente assegnando significati e dettagli secondo la propria sensibilità.
Già dai primi racconti si capisce che il fil rouge che accomuna molte delle storie raccolte nel libro è la letteratura contemporanea e i protagonisti del mondo editoriale, tematica che diviene però pretesto per affrontare anche altri argomenti, come il dramma dell'immigrazione, e l'alienazione, lo straniamento indotto in molte persone dalle abitudini di vita di questo nuovo millennio.
Con una scrittura fantasiosa, arguta e ironica, a volte sarcastica, impertinente e provocatoria, altre volte soffusa di malinconia, ma sempre molto elegante e curata, Sozi ci racconta in “Sevdalinka” di una strana ragazza bosniaca condannata allʼavversione per lʼacqua, figlia di due immigrati arrivati da Banja Luka, due intellettuali (Mirana traduttrice, Dragomir traduttore e critico letterario) che vivono ora nel Sud Italia e si sono ridotti lui a fare il muratore e lei a raccogliere pomodori.
“Don Chisciotte è diverso”, si apre con una stilettata assai decisa nei confronti di una certa tipologia di scrittori.

 “Molti oggi iniziano a raccontare qualcosa facendo capire prima di tutto che gliene frega poco di scrivere e sono depressi e inconsolabili – anche pure pessimisti e sfiduciati del mondo dell’Italia e della vita: quanti sforzi di petto!
Credo che se tutte le energie impiegate dagli autori per farsi credere negletti operai delle parole venissero utilizzate ai fini della ricerca della fantasia, avremmo un Manzoni ad ogni angolo, tre Leopardi in ogni paese e qualche centinaio di Calvino fra mari e monti.”
E prosegue con una descrizione piuttosto “cattiva” di certi festival letterari senza risparmiare critiche agli editori.
Critico letterario è anche il protagonista de “L'ultimo giro”: dopo avere saputo dal suo medico che gli rimane solo un mese da vivere, impiega quest'ultimo cercando di ridare dignità alla propria scrittura e giustizia alla letteratura.
Ma ci sono anche racconti su altri temi, come “Carosello” che racconta di un creativo pubblicitario forse fallito, “Suppergiù oggi” in cui seguiamo le disavventure del manager Bongi capitato in un paese inverosimile, “Addavevì' a jurnate” che ha come protagonista l'improbabile nipote di un amministratore di giornate, “Vendetta, tremenda vendetta!” dedicato nientemeno che a Babbo Natale.
Il risultato è una lettura piacevolissima e divertente, che però lascia spazio a riflessioni ben più serie.


Diorama
di Sergio Sozi
Splēn Edizioni, 2015

martedì 17 novembre 2015

Il nuovo numero de Il Colophon è on line

Di cosa parliamo quando parliamo di libri? Qual è il rapporto tra scrittore e lettore? Tra lettore e letture?
Da queste domande prende ispirazione il quarto numero della rivista digitale di letteratura Il Colophon, on line da oggi.
Scriveva David Foster Wallace: "Se uno scrittore si rassegna all’idea che il pubblico sia troppo stupido, ad aspettarlo ci sono due trappole. Una è la trappola dell’avanguardismo: si fa l’idea che sta scrivendo per altri scrittori, perciò non si preoccupa di rendersi accessibile o affrontare questioni rilevanti. Si preoccupa di far sì che ciò che scrive sia strutturalmente e tecnicamente raffinatissimo: involuto al punto giusto, ricco di appropriati riferimenti intertestuali… L’opera deve sprizzare intelligenza. Ma all’autore non importa nulla se sta comunicando o meno con un lettore interessato a provare quella stretta allo stomaco che è poi il motivo principale per cui leggiamo. Sul fronte opposto ci sono opere volgari, ciniche, commerciali, realizzate secondo formule prestabilite  -  essenzialmente, il corrispondente letterario della tv  - che manipolano il lettore, che presentano materiale grottescamente semplificato con uno stile avvincente perché infantile. La cosa strana è che vedo questi due fronti farsi la guerra quando in realtà hanno un’origine comune, che è il disprezzo per il lettore: l’idea che l’attuale emarginazione della letteratura sia colpa del lettore. Il progetto che vale la pena portare avanti è invece quello di scrivere qualcosa che abbia in parte la ricchezza, la complessità, la difficoltà emotiva e intellettuale dell’avanguardia, qualcosa che spinga il lettore ad affrontare la realtà invece che a ignorarla; ma farlo in maniera tale che il risultato provochi anche piacere a chi legge. Il lettore deve sentire che l’autore sta parlando con lui, non assumendo una serie di pose".
Ecco, questa riflessione è il punto di partenza del nuovo numero de Il Colophon, ricco di interviste, articoli, recensioni, racconti, tutti declinati secondo il rapporto tra lettore, scrittore, libri e lettura.
"Parlavo di recente con mio figlio di 17 anni - scrive il direttore della rivista, Michele Marziani - che, come tutti i suoi coetanei, possiede quel briciolo di intelligenza che poi normalmente nella vita si perde. Discutevamo delle domande ultime dell’uomo  -  del perché siamo al mondo con tutte le declinazioni del caso  -  gli rispondevo con tutta l’onestà possibile per un signore di 53 anni quale sono: non ne ho la più pallida idea, ma visto che sono qui provo a fare qualcosa perché il mondo in cui vivo sia un po’ più bello, se non proprio migliore. Poi a bruciapelo gli ho chiesto: «Tu invece che risposta vorresti trovare?»
«Nessuna. Mi piace passeggiare sulla spiaggia al mattino facendomi molte domande».
In questo l’incontro tra generazioni: ci piacciono le domande. Ci importa poco delle risposte.
Non a caso questo numero de Il Colophon è orgogliosamente dedicato a Pier Vittorio Tondelli e a Pier Paolo Pasolini".
Questo è il link alla rivista.
Buona lettura e...buone domande!