mercoledì 4 novembre 2009

Fulgida Stella: dedicato a John Keats

I primi giorni, dopo l’incidente e la lunga degenza in ospedale, Emma ci era tornata quasi senza pensarci, come se una forza di attrazione la conducesse sempre lì.
Poi aveva capito che era l’istinto del “ritorno a casa” perché, su quei gradini consunti dal tempo, si sentiva bene, molto meglio che nel piccolo appartamento che condivideva con la cugina.
Già dai tempi dell’università, quando si era stabilita definitivamente a Roma, la scalinata di Trinità dei Monti era il suo luogo preferito: si sedeva lì in ogni stagione per studiare, leggere i classici della letteratura, un giallo mozzafiato o, semplicemente, si incantava a guardare le persone che passavano.
Dopo la laurea il suo gradino preferito – il quinto a partire dal basso – era divenuto il luogo in cui preparava le lezioni e correggeva i compiti in classe, ma anche il testimone dei primi tentativi di dare corpo a qualche racconto.
Quel luogo doveva averle portato fortuna, (non si può mettere la virgola prima di una congiunzione subordinativa quindi mai la virgola prima di perché) perché i racconti erano piaciuti, tanto da essere pubblicati in un’antologia. Si era convinta così a fare il grande passo: scrivere il suo primo romanzo.
O la va o la spacca si era detta, e aveva consumato ore, giorni ed il (lo so che la d eufonica è corretta ma se leggi il brano a voce alta ed il è bruttissimo quindi in questo caso ho lasciato e il) gradino, dedicando tutto il tempo libero ad una storia che scaturiva dalla sua penna quasi con volontà propria.
Era primavera e la scalinata di Trinità dei Monti le faceva compagnia con i suoi fiori, mentre i turisti lanciavano monetine nella fontana della Barcaccia augurandosi che realmente quel rito scaramantico li avrebbe riportati ancora nella città caput mundi.
Immersa totalmente nella sua storia, quasi non si era accorta che la primavera aveva lasciato il posto all’estate.
Dove ho la testa? si diceva, ma viveva quella svagatezza come uno stato di grazia, quasi fosse innamorata.
Stava incamminandosi per rientrare nel suo caldo appartamentino di periferia quando era accaduto l’inevitabile: mentre si chinava per raccogliere un foglio sfuggitole dal quaderno un ciclista forsennato e distratto l’aveva travolta in pieno facendola cadere all’indietro e battere , battendo (in questo caso è proprio errato il modo verbale che hai messo visto che deve concordare con cadere) violentemente la testa sul selciato.
I parenti avevano temuto l’irreparabile vedendola giacere giorni e giorni nel reparto di rianimazione, esangue e senza apparenti segni di vita.
Poi, Emma aveva reagito ad un raggio di sole dispettoso che si era posato sui suoi occhi chiusi e la lenta risalita verso la vita era ripresa.

Sono stata fortunata pensò, mentre riponeva gli appunti. Quel giorno di autunno non era riuscita a fare grandi progressi col suo libro perché distratta dai turisti che si godevano Roma ed il (stesso discorso di prima sulla d eufonica) sole ancora caldo.
La coda dell’occhio le cadde di fronte, dalla parte opposta della scalinata, dove un giovane scriveva con foga (in) su di un taccuino. Era vestito come un dandy d’altri tempi e i capelli castani e ribelli si agitavano a ritmo della sua mano che nervosa, faceva scorrere una matita sul foglio.
Inglese, stabilì Emma che a furia di osservare i turisti era diventata esperta in materia.
Rimase ad osservarlo perché aveva qualcosa che la incantava: pallido, con un bel naso deciso e le labbra virili, aveva le guance scavate ma imporporate dalla foga della scrittura.
Bello e tormentato, decise prima di distogliere lo sguardo perché lui si era interrotto.
Emma si alzò a malincuore avviandosi rassegnata verso la trafila di metropolitana e autobus che la attendeva per rientrare a casa. Col pensiero però era ancora lì, sulla scalinata di Trinità dei Monti, ad osservare il dandy inglese, come lo aveva battezzato tra sé e sé.

«Emma? Emmaaaaaaa? Hei! Sto parlando con te! Pronto, pronto, mi senti?»
Si riscosse alla vista della cugina che le sventolava il tovagliolo davanti al viso.
«Scusami Lisa, ero soprapensiero!»
«Me ne sono accorta» sorrise la ragazza «che hai, sei innamorata?»
«No, stavo pensando ad una persona…»
«Mmmmm una persona carina?»
La incalzò Lisa.
«No, no, non pensare chissà cosa. C’è un ragazzo – io l’ho soprannominato il dandy inglese – che da qualche giorno viene sempre a sedersi sulla scalinata di Trinità dei Monti proprio di fronte a me. E scrive in continuazione, con foga. Non si guarda mai intorno. Tanto che sono riuscita ad osservarlo bene perché non alza mai gli occhi verso di me. Mi incuriosisce. Magari anch’io quando scrivo sembro così assorta come lui…»
«Sì, sì, ho capito. Uno di questi giorni mi ospiti sul tuo gradino preferito così vedo anch’io questo romantico misterioso che ti distoglie dalla scrittura del libro. Ma ora ascoltami che ti devo raccontare di ieri sera con Giacomo.»

Ormai era diventata un’abitudine: Emma si sedeva, apriva il suo quadernetto di appunti e iniziava a scrivere.
Poi – dopo una decina di minuti – sbirciava di fronte a sé con discrezione per assicurarsi che il dandy fosse lì.
Sembrava che l’aspettasse perché puntualmente, tutte le volte che la ragazza si sincerava della sua presenza, lui c’era.
Impossibile che non si guardi mai attorno, pensava Emma che sperava di incontrare il suo sguardo almeno una volta.
Aveva provato a fissarlo per lungo tempo, ma niente da fare.
Poi si era resa conto di essere un po’ troppo invadente ed aveva rivolto la propria attenzione alle bozze del libro: le mancava l’ultimo capitolo, ma la storia – ora – non fluiva veloce come era accaduto all’inizio.
Devo distrarmi di meno, pensò.
Qualcuno le mise le mani davanti agli occhi e per un folle attimo pensò che fosse lui. Ma la voce di Lisa la riportò alla realtà.
«Sorpresa!!!!!» le sorrise la cugina. Poi abbassando la voce ad un sussurro «allora dov’è il tuo romantico dandy?»
Emma glielo indicò con discrezione, arrossendo.
«Non prendermi in giro: per venire qui ho discusso con la titolare che non voleva darmi un’ora di permesso!»
Emma guardò Lisa stupita e incalzò «Ma non lo vedi? E’ proprio qui di fronte. Ha una giacca marrone e una camicia bianca con un grande colletto aperto. Segui il mio dito, guarda, lì.»
Lisa guardò nella direzione indicata dalla cugina mentre il sorriso le si spegneva in viso. Poi si voltò con aria preoccupata verso Emma.
«Ma lì non c’è niente. Solo un vaso di fiori…»
«Lisa, smettila!»
«Emma, non sto scherzando»
Emma impallidì.
«Oddio» sussurrò «eppure io lo vedo, davvero...»

Quella sera nessuna delle due ragazze aveva fame. Spiluccavano la cena ed intanto cercavano di spiegare l’accaduto.
«Non prendertela, Emma, in fondo è poco che ti sei riavuta dall’incidente, hai battuto violentemente la testa, magari soffri di allucinazioni…»
«Un’allucinazione sempre uguale tutti i giorni? Mi sembra difficile… Io una teoria ce l’avrei. Ma te la dico solo se prometti di non prendermi per matta.»
«Promesso!» e Lisa incrociò le dita come quando erano bambine e si scambiavano segreti, nascoste sotto al tavolo della cucina della nonna.
«Ho letto» proseguì Emma « che chi è stato tra la vita e la morte come me, sviluppa una sensibilità particolare, che gli permette di vedere e di percepire presenze sospese tra due dimensioni»
«Vuoi dire che…»
«Che lui è un fantasma» la interruppe Emma con voce tremante.
Lisa rimase in silenzio.
«Voglio scoprire chi è» continuò Emma in un sussurro.

Non ne parlarono più.
Evitavano accuratamente di toccare l’argomento nei momenti che trascorrevano insieme, ma una sottile barriera ora le divideva. Si sforzavano di essere quelle di sempre tuttavia, a volte, Emma sorprendeva la cugina ad osservarla con aria preoccupata. Le loro chiacchierate di un tempo sembravano divenute ad un tratto artificiose.
Nonostante fosse inverno, Emma continuava a sedersi ogni giorno sulla scalinata, ma invece che concentrarsi sul proprio romanzo, sfogliava volumi di storia della città per capire chi fosse il misterioso fantasma.
La presenza costante di quella figura tormentata però non la preoccupava, anzi, le faceva compagnia e si sentiva davvero serena solo quando lo guardava scrivere, quando sapeva che lui era lì.
Ormai il lungo permesso per malattia che aveva ottenuto stava per scadere e presto sarebbe tornata alle supplenze qua e là nelle scuole superiori della provincia romana.
Voleva terminare il romanzo prima di riprendere a lavorare.
Così cercò di accantonare per un po’ il mistero del dandy e di mettersi d’impegno a scrivere le poche pagine che le mancavano alla parola “fine”.

Ci siamo, ci siamo quasi, pensò leggendo e rileggendo l’ultimo capitolo del romanzo. Era il 23 febbraio: ancora quattro giorni e poi sarebbe dovuta tornare a scuola. Si sentiva incalzata dalla necessità di scrivere un finale all’altezza del resto, qualcosa di magico ed evocativo.
Aveva trascorso la notte a spulciare poesie d’amore perché voleva che la sua storia terminasse così, con dei versi che lei non era in grado di comporre ma che toccassero il cuore.
Aveva letto frasi bellissime, da Prevert a Neruda, ma non erano ciò che cercava: sapeva che la poesia giusta l’avrebbe fatta palpitare.
Le accadeva sempre così: leggeva, leggeva, leggeva poi si soffermava su alcune righe e sentiva il cuore in gola. Pensandoci su era da un po’ che non provava quel tipo di emozione leggendo poesia. Ma sperava che capitasse di nuovo.
Assorta nei suoi propri pensieri non si accorse di fissare da qualche tempo il “suo” fantasma, o quello che era.
La risata fragorosa di un turista la riscosse e mentre indugiava ancora un attimo sul giovane misterioso, lui alzò lo sguardo e la guardò diritta negli occhi.
Il cuore di Emma si fermò un istante poi iniziò a battere veloce mentre paralizzata lo osservava alzarsi e, con un sorriso malinconico, dirigersi verso di lei. Sentiva di avere il viso in fiamme e le orecchie che fischiavano.
In pochi passi lui le fu di fronte e le tese un foglio, stavolta sorridendo apertamente.
Emma non riusciva a parlare ma prese il foglio sfiorando le sue dita: pareva reale, in carne ed ossa, non era evanescente come avrebbe dovuto essere un fantasma.
Quando le loro mani si sfiorarono lui le fece (come) come (nel senso di quasi lasciamo così) una carezza ed Emma, per l’emozione, lasciò cadere il foglio.
Si chinò per raccoglierlo e quando rialzò la testa lui era sparito.
Con le mani tremanti e un groppo in gola lesse ciò che le aveva scritto:

Fulgida stella, come tu lo sei
fermo foss'io, però non in solingo
splendore alto sospeso nella notte
con rimosse le palpebre in eterno
a sorvegliare come paziente
ed insonne Romito di natura
le mobili acque in loro puro ufficio
sacerdotale di lavacro intorno
ai lidi umani della terra, oppure
guardar la molle maschera di neve
quando appena coprì monti e pianure.

No, eppure sempre fermo, sempre senza
mutamento sul vago seno in fiore
dell'amor mio, come guanciale; sempre
sentirne il su e giù soave d'onda, sempre
desto in un dolce eccitamento
a udire sempre sempre il suo respiro
attenuato, e così viver sempre,
o se no, venir meno nella morte.

John Keats

Emma aveva trovato la sua poesia.

John Keats (1795-1821) poeta inglese immaginifico e malinconico, compose le sue migliori opere dopo avere conosciuto nel 1818 Fanny Brawne ed essersene innamorato ricambiato.
Nel 1820 a causa della salute sempre più cagionevole dovette lasciare Fanny e l’Inghilterra per stabilirsi a Roma in un palazzo affacciato sulla scalinata di Trinità dei Monti.
Morì il 23 febbraio 1821 e fu sepolto nel Cimitero protestante di Roma dove, su sua richiesta, fu posta una lapide la cui epigrafe aveva composto lui stesso: Here lies One Whose Name was writ in water (Qui giace colui il cui nome fu scritto nell'acqua).

3 commenti:

frank spada ha detto...

i complimenti al suo bel racconto li avevo già fatti augurandole buon compleanno, quanto alla nuova veste del suo blog leggete su "aria nuova"!

Carla Casazza ha detto...

E' un racconto che ho "sentito" fin dalla prima parola abbozzata sulla carta quindi mi fa particolarmente piacere se viene apprezzato. Grazie!

Anonimo ha detto...

Ancora ci sarai, eterna, tra nuovi dolori non più nostri, amica dell'uomo, cui dirai "Bellezza è verità, verità è bellezza", questo solo sulla terra sapete, ed è quanto basta.
Bel racconto!
Ciao :-)
Chiara