AVVERTENZA: non sono abituata a leggere i libri con la matita rossa in mano, per cui - salvo casi eclatanti di "malascrittura" - le recensioni che vedete pubblicate in questo blog raccontano le emozioni e/o le riflessioni che la lettura dei volumi citati mi suscita, senza la pretesa di criticare lo stile letterario altrui.

Se volete inviarmi comunicati, segnalazioni, libri da recensire, manoscritti per valutazione e/o editing, richieste di redazione testi e articoli, o semplicemente volete comunicare con me scrivete a carlacasazza67@gmail.com
Astenersi maleducati, polemici e attaccabrighe.


mercoledì 16 dicembre 2009

Mozziconi copiativi di Frank Spada

L’ispettore della Squadra mobile inizia il finale: entra in un bar. Si guarda attorno, liscia più volte i baffetti e ordina un caffè. Chi non lo aspettava raggiunge una quattro porte ferma in doppia fila, chiude al fianco la portiera, rinserra i pensieri della trama.
Sirena accesa e poco dopo l’anonima pantera balza nel traffico di un’ora sempre di punta. Il passeggero, un pubblicista che addomestica la stampa giocando una partita doppia, la notte scorsa l’ha passata con Ciro, l’amico che gli imbocca le parole – cresciuto nel rispetto dell’onorata società, ora è il figlio prediletto della “famiglia” più potente nella zona.

In fondo al tunnel l’istituto di medicina legale e un morto che li attende, privo d’identità. L’ispettore non ha detto altro.

La morte sceglie tanti volti. L’ultima faccia è la maschera perfetta per chi sa conquistarsi la sequenza finale della vita – e lui ci sta pensando, mentre cammina sospinto dai ricordi, strascicando le suole al ritmo delle scarpe che precedono le sue, cercando di adeguarsi a quello che gli altri vogliono da lui senza sorprese.

Riaffiora dal passato la scena di un uomo che si tuffa tra le onde del libeccio per farsi bello agli occhi di una ragazzina – lei si è appena esibita disinvolta per attirarlo in un posto defilato. Qualche bracciata e lo spavaldo nuotatore è sbattuto contro un frangiflutti – annaspa, si aggrappa alle pietre, chiama aiuto. Lui era là con Ciro, aspettavano acquattati il momento per frugare in un’uniforme americana. L’amico lo guarda interrogativo – pochi istanti, e un “pesciolino” a scatto segna la gola di quello sventurato. Poi arraffa quel che trova, strattona l’amichetta, s’infila nel varco di un recinto. Lui li segue mani in tasca, tormentando un coltello serramanico regalatogli da Ciro.
Arrivati in un capanno, il compare gli dà una parte del denaro, lo deride strafottente. Lei guarda lui che abbassa gli occhi senza dire una parola, che corre via lasciandoli soli.

L’invito disatteso, l’indecisione in tasca... ricordi che gli divorano la mente.

Lei adesso è la moglie di Ciro; e vive “in provincia”, come si dice. Hanno due figli e lui la tiene lontano dagli affari.

L’ispettore preme un pulsante. Si apre il chiarore di una porta: un camice li fa entrare.

Allestimenti sobri, luci fluorescenti di fenolo, pavimento piastrellato azzurro cielo – lungo due pareti una fila di riquadri in linea: la morte sullo stesso piano.

L’inserviente tira una maniglia – cigolio di rotelline, sbuffi di condensa – il cassone scorre fuori lucido di inox. Lenzuolo appena sollevato e l’inquadratura stringe su un busto, e un cranio, orribilmente bruciacchiati. Il resto del cadavere... lasciato a modellare incerte forme sotto il telo.

– Secondo te... il medico legale cosa ha detto?

Lo stomaco dell’interrogato si strozza; un fiotto di vomito si allarga declinando il verde tra le fughe piastrellate. Le sue scarpe si macchiano di giallo.

– Cosa vuole che le dica? Che questo è stato messo in forno per impedirne il riconoscimento...

– Guardalo meglio – continua l’altro sollevando il lenzuolo, passandolo in volo all’uomo in camice che lo afferra sorridendo: braccia lungo i fianchi, gambe rigidamente unite, i piedi insù che stingono di viola – lo squarcio di una lama mostra un colpo inferto sul costato.

– Guardagli la mano destra.

Indice e medio troncati... – Ciro... le sue dita unite verso l’alto, il saluto a lama di coltello – e chiede dove è stato trovato il morto.

– Sei pazzo o fai l’idiota tanto per campare? Il segreto istruttorio non ti permette curiosità! Su, inventati qualcosa per mandarmi in là il lavoro, facciamola finita.

– Non so cosa dirle... – balbetta allontanando la bava con il dorso della mano.

L’ispettore scuote la testa, fa un cenno all’inserviente – il cadavere rientra al suo posto cigolando.
La quattro porte si rimette in moto. L’ispettore dice che bruciare un morto è solo vilipendio di cadavere. Quanto al resto... dipenderà dal buon cuore di qualcuno, conclude lisciandosi i baffetti.

Saluti senza convenevoli. L’automobile scompare nel buio. Il pubblicista corre tra i vicoli, rallenta in un androne, scende in un mezzanino. Luce accesa e si accosta alla cassaforte a muro. Qualche giro tra le dita e vede il libretto al portatore che gli ha dato Ciro – se la fortuna gli girerà le spalle, aveva detto, lui dovrà provvedere ai bambini.

Lo scatto di un congegno. Si alza un doppiofondo... il serramanico – il regalo di Ciro di quand’erano ragazzi!

Un foglio, un lapis copiativo... scrivere, scrivere tutto... E invece afferra il coltello, lo apre, intacca il legno, lo scheggia via... crac, crac... vede il tempo che non muore, che lo imprigionerà per sempre nell’invidia per il morto. Compone un numero, trattiene ogni emozione. Poche parole e strappa la spina dalla presa. Va in bagno: due tagli secchi e lascia zampillare i polsi.

All’alba una donna entra là sotto – a terra mozziconi copiativi; in una vasca un coltello, un uomo senza onore, dissanguato in modo igienico – prende quel libretto, spegne la luce.

In fondo... qualcuno la riaccompagnerà “in provincia”; come si dice attorno a un golfo dove le regole del gioco cambiano assieme alla fortuna.

(Questo racconto è stato pubblicato nell'antologia L'accidia - Giulio Perrone Editore)

4 commenti:

butterfly ha detto...

questo racconto trabocca di ricordi e immagini che oserei definire cinematografiche.Nessun regista ha pensato di chiamare Frank Spada come sceneggiatore?

Carla Casazza ha detto...

Hai visto mai? :-)

frank spada ha detto...

Un avvocato di Udine, di cui non faccio il nome, letto il racconto mi ha chiesto se sono di Napoli.
Ho cercato di spiegargli che ogni luogo al mondo si adatta alle mie parole - naturalmente non ha capito.

Carla Casazza ha detto...

Un po' carente di acume l'avvocato eh?