martedì 12 gennaio 2010

Il gatto del soldato: un racconto di Romano Augusto Fiocchi

CI FU UN TEMPO in cui la terra dove sono nato si chiamava Persia. Ma io non appartengo alla razza persiana né a nessun’altra razza. Non sono un meticcio e, al contrario di tutti gli altri gatti del mondo, non ho neppure un nome. Meglio così, piuttosto che quei nomi idioti del tipo: Fuffi, Pallino o Ginger. Per il mio piccolo amico, Mustafà, ero semplicemente “il gatto del soldato”.


Io e Mustafà ci eravamo conosciuti a scuola. Suo padre lo accompagnava ogni giorno tenendolo per mano sino al cancello. Il padre di Mustafà, lungo e magro, portava sempre una giacca scura con le maniche troppo corte. Mustafà era minuto, di pelle olivastra, le manine gesticolanti, un tipetto tutto nervi e calzoncini corti. Entrava in classe con gli occhi neri che brillavano. Lì trovava i suoi compagni. I suoi prediletti erano Sultan, Mohammed, Kadim, Ismaeel, Alì. Quel giorno la maestra Shajida stava raccontando una storia straordinaria. L’ovale del suo volto da ragazzina era incorniciato dallo hijab. Nel silenzio dell’aula echeggiava la musica ininterrotta della sua voce. Tutti ascoltavano come se fosse la preghiera del venerdì.

Era la prima volta che Mustafà sentiva parlare a quel modo della sua città. Non aveva mai pensato che potesse essere diversa da come l’aveva sempre vista. Tutti quei popoli che l’avevano abitata – Sumeri Accadi Amorrei Assiri Persiani – ebbene, l’avevano anche amata. La maestra Shajida evocava un sacco di cose meravigliose: Babilonia, i giardini pensili, il codice di Hammurabi, i califfi abbàsidi, le mille e una notte, Madit el Salama – l’antico nome di Baghdad, che significa la Città-della-pace. Mustafà ascoltava e fantasticava. La maestra Shajida raccontava di un genio della lampada magica che a bordo del tappeto volante viaggiava attraverso il tempo e lo spazio. Il viaggio lo trasfigurava, logorava vesti e corpo, erodeva il potere della lampada sino a ridurla a un rottame. La lampada magica era Baghdad e il genio era il suo spirito.

– Tamerlano trionferà di nuovo, – disse la maestra Shajida. – È il destino di queste terre. La Città-della-pace verrà rasa al suolo per l’ennesima volta e insieme a questa scomparirà un pezzo di storia dell’umanità.
Mustafà rimase allibito:
– Scompariranno anche i gatti? – chiese, sgranando gli occhioni neri che brillavano.
Le labbra della maestra Shajida si incresparono e apparvero due file di perle bianchissime:
– Sì, – disse. – Anche i gatti.

All’improvviso nella scuola irruppero dei soldati. Americani. O forse Europei, per Mustafà non c’era differenza. Torsi corazzati, teste da crostacei, divise maculate, zaini come gobbe di cammelli. Dalle imbracature pendevano borracce e fucili mitragliatori. Aprivano le porte con calci violenti. Uno di loro aveva la pelle scura e le palme delle mani bianche. Spinse la maestra Shajida contro il muro e le fece cadere lo hijab. Sbocciò una chioma di capelli corvini. La maestra Shajida restò in silenzio. Un altro soldato, il viso disseminato di efelidi, impartì ordini nervosi e riunì tutti in un angolo. Sia lui che quello con la pelle scura sembravano divorati dalla paura. Dalla porta aperta Mustafà vide passare nel corridoio il bidello Abù e il direttore della scuola. Avevano le braccia dietro la schiena. Alcuni soldati li pungolavano con la punta dei fucili. Il bidello Abù e il direttore della scuola subivano in silenzio. Il soldato con la pelle scura minacciò la maestra Shajida e la costrinse in ginocchio. L’altro, quello con le efelidi, rivolse a Mustafà e ai compagni qualche parola sibilante e fece cenno di stare tranquilli. Con un gioco di prestigio estrasse dal taschino alcune caramelle. I compagni di Mustafà corsero a prenderle. Lui no. Il soldato allora rovistò nello zaino e ne cavò una lattina rossa con incomprensibili scritte bianche. I compagni l’assaggiarono e Kadim disse che era dolcissima. Ma Sultan disse che sapeva di metallo. Mustafà non volle provarla. A Mustafà non piaceva il sapore del metallo. Il soldato gli si avvicinò, sorrise. Aveva gli occhi di un azzurro trasparente. Si levò di tasca un piccolo taccuino e una matita. Fu allora che mi disegnò. Come se sapesse che a Mustafà piacevano i gatti.

Mi disegnò in un modo molto buffo. Una testina tonda tonda, gli orecchi a triangolo, le zampette gommose, un codone grasso e grosso a forma di punto interrogativo. Soprattutto i baffi, lunghissimi, che uscivano dal taccuino. Ecco, così:




Gli occhi neri di Mustafà brillarono. Volle subito diventare mio amico e mi disse l’unica frase occidentale che conosceva:
– I have a dream.
Ho fatto un sogno. Gliel’aveva insegnata la maestra Shajida. Avrei voluto dirgli la stessa cosa, perché anche i gatti dei soldati hanno i loro sogni. Ma un urlo attraversò il corridoio. Spari nel cortile, grida più acute. Il soldato con le efelidi lasciò il taccuino, sfondò la finestra con il banco di Kadim e si affacciò impugnando il fucile mitragliatore. Sparò sparò sparò. Mustafà e i suoi compagni si tappavano gli orecchi. I colpi rimbombavano nell’aula come una scarica di fulmini. Facevano male ai timpani. Kadim disse qualcosa ma Mustafà non capì.

I soldati uscirono di corsa e non si videro più. La maestra Shajida riordinò lo hijab e si sedette al tavolo con il volto tra le mani. Un’esplosione fece tremare i vetri delle altre finestre. La maestra Shajida non si mosse. Mustafà guardò fuori con i suoi grandi occhi neri che brillavano. Sdraiato per terra, lo sguardo verso il cielo, c’era il soldato con le efelidi. Aveva una macchia rossa all’altezza dell’ascella sinistra. Non si muoveva. Un corpo come tanti, buttato là in mezzo alla strada. Di lui ero rimasto solo io, il suo gatto disegnato. Mustafà mi raccolse e mi parlò. Disse che sarebbe stata una bella cosa spedirmi alla famiglia del soldato con le efelidi, in qualche parte del mondo. Spedire altri gatti disegnati a tutte le famiglie di quei soldati. Per farlo avrebbe dovuto portarmi nel Castello dalle mille e una porta e lì, nella stanza esagonale, gli specchi mi avrebbero moltiplicato un numero sufficiente di volte per spedirmi in tutto il mondo. Ma forse non sarebbe servito a niente. I grandi non capiscono i gatti disegnati.

– I grandi no, – gli dissi con un miagolio, – però ti capirebbero i bambini di tutto il mondo. E forse anche quei grandi che di notte sognano di essere bambini. Ma raccontami di questo castello, a noi gatti piacciono molto le storie.

– Sì, gatto del soldato, – disse Mustafà. – Una notte ho sognato che Allah, il Clemente e il Misericordioso, mi mostrava un Castello con mille e una porta. Erano porte di legno massiccio. Ogni califfo che vi aveva regnato ne aveva aggiunta una, ma soltanto la prima, quella più interna, nascondeva il terribile segreto. Nella serratura di ogni porta era infilata una chiave. La gente del vicino villaggio diceva che il castello era abitato dal leggendario Harùn al-Rashìd, il califfo dei califfi, colui che decide il destino di ogni credente. La porta più interna nascondeva il futuro di ciascuno di noi. Ma io non davo ascolto e le aprivo tutte. Alla fine c’era una stanza esagonale con le pareti ricoperte di specchi. In mezzo a questa, moltiplicato mille e una volta dagli specchi in fuga, trovavo il leggendario califfo Harùn al-Rashìd e il suo fedele portaspada Masrur. La mano del destino, per mezzo del portaspada Masrur, stava per giustiziare una fila di condannati. Mi avvicinavo e inorridivo. Era un solo bambino riflesso negli specchi mille e una volta. E quel bambino ero io.

– Non so cosa significhi, mio piccolo amico, – gli dissi con un miagolio, – ma non è certo un bel sogno.
– Non lo è. Come non lo è il destino che è toccato a noi bambini di Baghdad. Ma io sono fortunato perché ho te, gatto del soldato.
Prese la matita e sotto le mie zampette gommose disegnò un minareto.
– Dall’alto del minareto vedrai tutto, – disse Mustafà, – potrai persino sognare di volare. Io lo faccio spesso, sai? Quando c’è il vento che soffia dal deserto chiudo gli occhi e sogno di volare. Ci riesco davvero. Persino quando scoppiano le bombe. Sogno che lo spostamento d’aria mi faccia volare via. Nella vita l’importante non è volare ma sognare di farlo.

Fu allora che Mustafà incominciò a disegnarmi. Dapprima si limitò a ricopiare il disegno che aveva fatto il soldato. Lo ripeté due, tre, quattro volte. La sua mano divenne più sicura e riempì il taccuino di miei ritratti. I gatti disegnati si moltiplicavano tra i fogli come nel Castello dalle mille e una porta. A scuola, mentre la maestra Shajida spiegava, Mustafà mi disegnava, staccava accuratamente la pagina del taccuino e la regalava al compagno più vicino. Non soltanto la classe di Mustafà, ma l’intera scuola si riempì di gatti disegnati. Feci la mia apparizione persino su qualche lavagna. Alcuni compagni di Mustafà, tra cui l’amico Kadim, impararono a disegnarmi. Ben presto Baghdad pullulò di gatti disegnati. Incominciai a circolare in altre scuole, nei luoghi di ristoro, nei mercati. Molti dei disegni riportavano un titolo in inglese: Soldier’s cat. Per questo ci fu chi mi scambiò per un marchio di fabbrica, chi per il simbolo di un partito o di un gruppo terroristico, chi mi credette un segnale in codice, chi una spia americana. Nessuno si chiedeva che nome potessi avere e neppure sapeva che non l’avevo affatto, né conosceva il nome del mio padrone, né dove abitassi. Ma non ero un gatto anonimo: per tutti i bambini di Baghdad ero “il gatto del soldato”.

Finché un giorno uno dei miei ritratti finì tra le mani di un giornalista europeo, Enzo Baldoni. Più che un giornalista, credo che fosse un idealista. Con uno scanner digitalizzò la mia immagine e la inviò non soltanto alla sua redazione, ma la divulgò attraverso la rete raggiungendo i computer di tutto il mondo. Mi trovai così sulle prime pagine di molti giornali, fra cui l’iracheno Al-Sabah.

Mustafà era contento:
– Hai visto, gatto del soldato? – mi disse. – Il Castello dalle mille e una porta esiste davvero e tu sei entrato nella stanza esagonale senza accorgertene. Non sei fortunato?
– Certo, mio piccolo amico, fortunato davvero. Quando ti dissi che avevo anch’io un mio sogno, ebbene era questo: che tutti, nel mondo, si accorgessero che esistono ancora gatti disegnati.
– Se ne accorgeranno anche i capi di questi soldati?
– Oh no, Mustafà. Chi comanda questi soldati continuerà a fingere di non vederli.
– Vorrei che non fosse così, gatto del soldato. Vorrei che i gatti disegnati si ribellassero e che miagolassero a tutti gli abitanti della Terra quanto può essere bello avere un gatto come te.

Fu l’ultima volta che vidi brillare gli occhi neri di Mustafà. Da allora incominciai a fare dei brutti sogni. Il più brutto riguardava proprio il mio piccolo amico. Sognai suo padre, lungo e magro, che lo teneva per mano sino al cancello. Sognai un’esplosione devastante come l’urlo delle orde di Tamerlano. Il padre di Mustafà fu scagliato per aria. Lo sognai che si rialzava smarrito, la giacca scura imbiancata di polvere. Il califfo Harùn al-Rashìd e il suo fedele Masrur si erano portati via Mustafà.

Poi sognai che qualcuno scriveva questa storia e qualcun altro, con raccapriccio, la leggeva.
Un gatto disegnato non dovrebbe fare questi sogni.


Ringrazio Romano Augusto Fiocchi per avermi autorizzato a pubblicare il racconto

1 commento:

Khadija ha detto...

Salve cara Carla,

ho trovato entusiasmante questo racconto che narra (in parte) quel mio amato Medio Oriente così tanto lontano, ma che posso ritrovare in narrazioni simili ---> non certo le storie "strappa lacrime" di qualche donna in cerca di notorietà.
Ti ho aggiunto ai link che preferisco (nel mio blog).

Spero che sia una delle innumerevoli volte in cui ci scambiamo pareri ed opinioni ^^.