giovedì 18 marzo 2010

Fulgida Barattoni: il reportage dall'Iraq

Fulgida Barattoni è una donna tenace e coraggiosa che spende il suo tempo e le sue energie per un mondo in cui pace e giustizia siano un diritto di tutti. Lo fa con le parole ma soprattutto coi fatti dando voce, attraverso sè stessa, alla società civile in particolare dei paesi devastati dalla guerra.
In veste di presidente della delegazione dell’Ufficio Italiano dell’International Peace Bureau si trova in questi giorni in Iraq, assieme ad una delegazione di sindaci, membri dell'IPB e operatori taliani, per una missione di pace e cooperazione nonché per partecipare alla cerimonia commemorativa della terribile strage compiuta con armi chimiche nel 1988 dal regime di Saddam Hossein contro la popolazione civile ad Halabija, nel Kurdistan Iracheno. Fulgida, attraverso sms e mail ci ha raccontato la giornata trascorsa ad Halabija.

Voglio riportare qui la sua testimonianza integrale perchè la ritengo di grande rilevanza e molto utile per comprendere come vive quel paese oggi.

«Sveglia alle 7,00. Due ore di viaggio per una strada tutta dritta, asfaltata di nuovo ma con già tante buche.
Lungo la strada praticamente mano a mano che ci si avvicina alla città si vedono camionette nere con soldati vestiti di nero, con corsetti antiproiettile, armati fino ai denti con le mitragliette sul tetto dell'auto, disseminati lungo i bordi della strada e mano a mano che ci si avvicina si fanno più frequenti.»
« Stiamo andando a Halabja sotto scorta. Qua è tutto tranquillo, l’Iraq galleggia nell’attesa dell’esito delle elezioni alle quali quest’anno hanno partecipato in massa anche gli Shiiti che l’altra volta si astennero in segno di protesta. Si configura un governo di coalizione dove i riformisti sono molto forti.
Tutti convengono comunque che il passato Presidente Talabani ha rappresentato un momento di unità del Paese molto forte anche se a quasi egemonia curda. Oggi darò lettura dei messaggi del Presidente Napolitano, l’ambasciatore Melani e il Presidente IPB di Ginevra Tomas Magnusson.
Ieri sera siamo stati invitati a cena, a casa di Aso che è un amico di Forlì che sempre ci aiuta quando abbiamo bisogno di traduttori dal kurdo.
Caro Aso, ci hai regalato una serata magica dove persone che un’ora prima nemmeno si conoscevano, senza parlare la stessa lingua, di culture e religioni differenti, per un magico volere divino si sono sentiti tutti insieme FAMiGLIA. Con le donne abbiamo scambiato vestiti, orecchini, bracciali e piccoli monili, così tanto semplicemente come fossimo sorelle, zie, parenti. Una serata magica, nella quale Allah, Dio, il Signore degli uomini era con noi ed esultava di questa fratellanza tra i suoi figli.
C’è una sicurezza da far paura: ogni 100 metri militari con mitra e camionette armate. Lungo la strada, ragazzi con le bandiere del Kurdistan ci salutano e ricordano a tutti che siamo fra un popolo che dal loro dolore e sofferenza vogliono ripartire in pace.
Dai morti di Halabja IPB è con loro per costruire azioni concrete di pace. A maggio 20 studenti arriveranno in Italia, in Sicilia dalla nostra Socia Mariapia Indelicato a fare alta formazione.
E nella città di Mazzarino partirà una nuova mostra, su Halabja e le stragi dell’Anfal.»
« La cerimonia di commemorazione della strage di Halabja si e' svolta in grande compostezza nonostante il massiccio impiego di soldati impiegati per garantire la sicurezza.
La prima fase ha avuto luogo nel piazzale antistante il museo ricostruito a nuovo dopo la sua distruzione nel 2006: noi eravamo l'unica delegazione straniera ufficiale che portava anche un messaggio del Capo dello Stato pertanto ci hanno dato grande rilievo riservandoci molte attenzioni (sia io che il sindaco di Mazzarino e la rappresentante del sindaco di Firenze Susanna Agostini con delega per le relazioni internazionali siamo stati intervistati da diverse televisioni).
Io accompagnata dai rappresentati delle due citta' italiane Mazzarino e Firenze sono salita sul palco ed ho aperto il mio discorso con alcune parole che ho pronunciato in kurdo perché tutti mi comprendessero: "Rosh Bash! Busi Peshmerga, im ro huda lagal mana" Buon giorno, saluto i partigiani, oggi Dio e' fra di noi".
Sono stata l'unica rappresentante straniera a parlare. Sono stata l'unica "donna" a tenere un discorso.
Dopo di me si sono alternati gli interventi istituzionali ma poi con una scusa mi sono allontanata e sono andata nel parchetto dietro il monumento, dove c'era un gruppo di bimbetti tutti vestiti a festa che venivano tenuti buoni "a fatica" in attesa che venisse il loro momento (dovevano sfilare con le bandierine del Kurdistan in mano alla fine della cerimonia).
Difficile tenere buoni 30 bambini vivaci, i bambini ovunque nel mondo sono pieni di vitalità e non si possono tenere fermi a lungo!
Allora ho pensato di sedermi sul prato insieme a loro e di giocare.
Prima ci siamo presentati. Ognuno diceva il suo nome e l'età', preciso che la nostra traduttrice ufficiale era una bimbetta magrina di 12 anni vestita di paillettes gialle.
Finite le presentazioni... che fare? Ci siamo messi a cantare "nella vecchia fattoria" facendo a turno i versi degli animali! Abbiamo riso tanto, alla fine temevamo di disturbare la cerimonia che si stava svolgendo poco distante con i nostri ia,ia oh! Un fantastico vocio di bambini che cercano riuscendoci a fatica di cantare sottovoce in italiano una canzoncina dove i versi degli animali sono l'unica cosa che non necessita di traduzione...
E abbiamo cantato anche "singhi iaia iuppi iuppi aia", canzone che di sicuro conoscono quelli che hanno fatto grandi dei figli.
Alla fine della cerimonia i bambini sono stati chiamati in fretta a fare la loro sfilata ed io sono stata "tanata" dalla guardia del corpo del ministero degli Interni che mi rimproverava di essere sparita e lui non mi trovava (per forza! mi ero vestita come tutte le donne kurde e in mezzo alla bambine kurde vestite anche loro a festa con le paillettes colorate lui per quanto mi avesse cercata non mi aveva vista - mi ero ben mimetizzata!)»
E Fulgida conclude raccontando una storia. « 16 marzo 1988 la strage ad Halabja. I primi giornalisti che accorsero ed ebbero occasione di precipitarsi trovarono l'inimmaginabile, strade cosparse di corpi, bambini, donne, vecchi, anche gli animali, TUTTI MORTI. Una donna iraniana inorridita cammina fra questi morti, sente un lamento, sposta il corpo di una giovane donna e trova un bambino di 40 giorni che piange. Un miracolo, lo prende, lo lava, lo avvolge e lo porta con se in Iran. Oggi quel bambino e' cresciuto, si chiama Ali',  e quella donna gli racconta la sua storia, lui chiede di tornare di tornare a visitare Halabja.
Nel monumento fra i tanti nomi che vede impressi sulle pareti dei morti di quel 16 marzo 1988 vede anche il suo. Esulta, chiama il direttore, dice "io sono vivo!" Vengono chiamati i parenti, viene fatto l'esame del DNA, il nome di quel ragazzo sulle pareti del monumento dedicato ai caduti di Halabja viene cerchiato di verde. Alì oggi in questo giorno di commemorazione rappresenta la speranza, la vita che continua, e che ritorna alle sue radici. Alì trascorre diverso tempo con noi, racconta la sua storia, ci abbracciamo. 
Oggi la delegazione incontrerà tutti quei giornalisti e ci sarà una giornata dedicata ai media, alla comunicazione. Senza quei coraggiosi giornalisti, senza le loro macchine fotografiche, senza quelle immagini, oggi la strage di Halabja sarebbe una delle tante dimenticate, invece quello che Saddam Hussein fece con le armi chimiche oggi si vede, su quelle immagini sono stati fatti i processi e sono state pronunciate le condanne.
C'è da segnalare che in Irak il Kurdistan e' l'unica regione autonoma, e con la sua autonomia se la sta cavando alla grande perché il paese che ci ospita e noi percorriamo in auto tutti i giorni lo vediamo anno dopo anno crescere anzi "esplodere" sotto tutti gli aspetti, architettonico, stradale, delle infrastrutture. Si sviluppa un poco a patch work per via degli appalti che non sono effettuati sulla base di piani regolatori ma comunque e' bello vedere la vita che rinasce.
Quando arrivammo qui per la prima volta rimasi colpita dal fatto che il paesaggio era brullo, non c'erano alberi perché Saddam Hussein li aveva abbattuti per potere meglio scovare i partigiani, non c'erano volatili ne' insetti.
Oggi l'orizzonte ci riempie gli occhi di colline verdi, ci sono rondini, passeracei, e i soliti immancabili corvi, oggi i fiori che sono stati portati al cimitero delle vittime di Halabja non sono di carta come furono i nostri primi fiori che noi come italiani portammo per la prima volta. Oggi i fiori sono veri, questo significa che ci sono nel paese serre dove coltivano i fiori. quindi anche gli insetti sono tornati.
La vita vince sempre!!!!! anche sui cattivi!!!!! Sarà dura riuscire a parlare di RICONCILIAZIONE e di PERDONO ma questa e' la nostra di missione di italiani, cristiani, cattolici che nel perdono trovano la salvezza. In Iraq i nemici li hanno impiccati, in Kurdistan si fa fatica a parlare di perdono quando ancora i morti sono sepolti senza nome, ma noi ci proviamo perché nella nostra diversità abbiamo anche noi qualche cosa di dire e regalare come opzione di pace.
PENSATE alla città di Halabja era stata data l'opzione di potere giustiziare nella propria piazza il chimico Ali, quello che materialmente costruì per ordine di Saddam Hussein le bombe micidiali che sconvolsero la popolazione di questo piccolo paesino. Eppure i cittadini hanno detto di NO! non hanno voluto che l'esecuzione del chimico Ali avvenisse del loro paese. Mi hanno detto: il nostro e' un paese di martiri, di cittadini morti ingiustamente, non e' un paese di assassini.
La nostra legge prevede la pena di morte
I giudici giustizino coloro che ritengono si siano macchiati di colpe gravi, i giudici, non la gente sia chiamata a fare questo.
A mio parere credo che anche queste poche parole rappresentino e diano il chiaro senso della dignità di questo popolo. Un popolo che ha sofferto e che fondamentalmente guarda al futuro, guarda al loro Kurdistan diviso "unito solo nelle loro preghiere" ma vogliono la pace, non la vendetta, vogliono che il mondo parli di loro, vogliono che i loro morti riposino nella memoria di tutti gli uomini che insieme a loro lotteranno perché siano per sempre bandite le armi chimiche dalla faccia della terra.
Questa e' la mission, mia e di Kareem Khder all'interno della Commissione delle Nazioni Unite per la regolamentazione delle armi chimiche e batteriologiche e per l'abolizione delle armi di distruzione di massa. Notate che si tratta di tre commissioni distinte e separate! CHIMICHE - BATTERIOLOGICHE - DI DISTRUZIONE DI MASSA! mentre noi vorremmo e lavoreremo perché ce ne sia una soltanto! Quando sono in troppi si fa caos e non si mettono mai d'accordo...!»

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