giovedì 28 gennaio 2010

L'amore non potrà mai essere descritto alla maniera del cielo o del mare o di un altro qualsiasi mistero: è l'occhio col quale vediamo, è il trasgressore nel santo, è la luce all'interno del colore.
(The million dollar hotel)

mercoledì 27 gennaio 2010

lunedì 25 gennaio 2010

La morte fa notizia di Lucia T. Ingrosso


Anche i pr rischiano la vita, anzi la perdono proprio.
E' quello che accade nell'agenzia in cui è ambientato "Anche la morte fa notizia" di Lucia T. Ingrosso. Tra il glamour del bel mondo e le piccole e grandi miserie umane un affascinante poliziotto indaga su una morte all'apparenza immotivata. Ma c'è anche chi si improvvisa detective perchè vuole capire cosa è accaduto realmente. Tra colpi di scena e un finale inaspettato.
E tra le righe della storia impariamo a conoscre più da vicino il mondo della comunicazione, della notizia a tutti i costi, dell'arrivismo e della professionalità. Descritto con tutte le sfumature del caso da chi questo mondo lo conosce molto bene.
Ci si meraviglia per atteggiamenti sfrontati all'eccesso ma allo stesso tempo ci si consola constatando che c'è anche chi prende sul serio una professione troppe volte stigmatizzata come sola apparenza.
Un giallo avvincente e ben concertato dall'autrice che fa restare il lettore col fiato sospeso fino all'ultima pagina.

venerdì 22 gennaio 2010

Frank Spada: Marlowe ti amo è in libreria!!!


Una sorpresa! Marlowe ti amo il primo romanzo di Frank Spada è già in libreria da ieri!
Leggetelo, ne vale la pena!
E sarete concordi con me nel fare i complimenti all'autore per il traguardo raggiunto e augurargli tutto il successo che merita!

venerdì 15 gennaio 2010

Sapete, tutto sta nel credere, e se noi crediamo fermamente in una cosa, allora quella cosa è vera, e se tanti altri credono nella stessa cosa, allora quella, è la realtà!
(The million dollar hotel - Wim Wenders)

mercoledì 13 gennaio 2010

Perchè gioco a rugby di Alessandro Franzoni

Tutti mi chedono perchè gioco a rugby, solitamente rispondo in fretta con motivi stupidi perchè spiegare la realtà è lungo e la spiegherò qui a voi.
Io gioco a rugby per tre motivi, ma questi possono essere capiti veramente solo da un giocatore.
Il primo motivo è perchè quando sei nello spogliatoio e ne stai per uscire senti il rumore dei tacchetti di ferro che sbattono sul pavimento e capisci che quello sarà l'ultimo suono tranquillo e ben preciso che sentirai prima di ottanta minuti di terra, fango, sudore e urla, ovvero prima della partita.
Il secondo motivo è racchiuso proprio all'inizio di quegli ottanta minuti di confusione, è il calcio d'inizio, quando una delle due squadre sta per calciare, non importa se è la tua o sono gli avversari, tu sai solo che quando la palla sarà in aria dovrai partire e fare il tuo dovere; la palla è stata calciata e tu scatti e in quel momento tutti i dubbi, problemi e le incertezze della vita scompaiono dalla tua mente perchè tu in quel momento pensi: ora c'è solo il rugby.
Infine il terzo motivo può essere capito solo da un flanker perchè avviene durante una mischia, quando l'arbitro fischia e ti posizioni, poi iniziano i comandi(bassi), e senti il peso della prima linea che ti schiaccia, ma il tuo dovere è sostenerla quindi ti carichi di quel peso, poi (tocco) è il modo con cui i piloni si dichiarano guerra e tu fai lo stesso con chi ti sta di fronte, ma tu lo fai con lo sguardo, (pausa) la calma prima della tempesta, tu sei pronto con tutti i muscoli pronti a tendersi per sostenere una prima linea e per poter spingere contro gli avversari, sai che tra un attimo sarà guerra aperta e tutto solo per un pallone, (ingaggio) inizia la guerra e tu devi anche vedere chi vince la palla, l'hanno vinta gli altri, cazzo, appena la palla esce scatti sei pronto e placchi l'apertura che ha appena ricevuto la palla, e la placchi con tutta la tua rabbia, e ti senti libero da tutti i pesi della vita. Così è anche dopo la partita quando insieme a quell'apertura ci mangi un piatto di pasta perchè non c'è rabbia fra voi, perchè tutto è rimasto sul campo dove i fili d'erba sono scossi da un lieve vento che basta a spargere le voci rimaste dalla tua battaglia di soli ottanta minuti.
 
Alessandro Franzoni, 15 anni, ruolo flanker... mio figlio :-)

Frank Spada: esce i primi di febbraio Marlowe ti amo



“... mi chiedo come si fa a distinguere la verità quando guardi le cose con gli occhi deboli del tuo doppio”


Sarà nelle librerie i primi giorni di febbraio 2010 Marlowe ti amo - Una storia in sette giorni, romanzo d'esordio di Frank Spada pubblicato dalla Robin Edizioni - Biblioteca del Vascello (Roma).
Un intreccio scaturito dalla penna dell'autore quasi per magia, come se il personaggio stesso del romanzo avesse guidato la mano di Frank Spada per far rivivere l'omonimo eroe di Raymond Chandler a cinquant'anni dalla morte del celebre scrittore americano.
California, anni Cinquanta: una ragazza fuggita da casa, allo sbando tra i night club e il ricordo del padre morto in un incidente aereo. La matrigna, occhi di smeraldo, è in pena per trovarla. Un incarico apparentemente semplice per un detective come Marlowe, se non fosse per il suo doppio, il compare che lo tiene costantemente in bilico tra l’osservazione di un entomologo e il raccontarsela da solo. Un Cessna schiantato in circostanze misteriose e un’eredità da capogiro lo spingono a incontrare un uomo in carrozzella. E gli incarichi diventano due, riferiti alla stessa persona.
Tra un pranzo da Minnie’s, una visita a Mà, troppi liquori e sigarette fumate in conversazioni immaginarie con Pà, Marlowe percorre le strade di Bel Air e gli altopiani di San Ferdinando a bordo della sua Olds, cercando di allargare il panorama con l’aiuto di una lente, per comporre le scene di una storia che sembra più grande di quel che gli vogliono far credere. Finirà per oltrepassare i confini segnati per lui, in un universo popolato da figure ambigue che neppure un terremoto potrà scuotere. La colonna sonora è il jazz della West Coast e il regista uno che si scrive i copioni da solo.

Marlowe ti amo, il primo romanzo di Frank Spada, è un omaggio originale alle atmosfere di Chandler, tra un assolo di Art Pepper, Shorty Rogers e i suoi Giants e uno struggente Bobby Hackett che gira in un juke-box.

Frank Spada, pseudonimo, è nato a Udine. Dopo avere dato vita al suo detective Marlowe, ormai conquistato dalla scrittura, ha continuato a narrare storie. Suoi racconti sono stati selezionati in concorsi e premi letterari, e sono pubblicati in varie antologie e online.

martedì 12 gennaio 2010

Il gatto del soldato: un racconto di Romano Augusto Fiocchi

CI FU UN TEMPO in cui la terra dove sono nato si chiamava Persia. Ma io non appartengo alla razza persiana né a nessun’altra razza. Non sono un meticcio e, al contrario di tutti gli altri gatti del mondo, non ho neppure un nome. Meglio così, piuttosto che quei nomi idioti del tipo: Fuffi, Pallino o Ginger. Per il mio piccolo amico, Mustafà, ero semplicemente “il gatto del soldato”.


Io e Mustafà ci eravamo conosciuti a scuola. Suo padre lo accompagnava ogni giorno tenendolo per mano sino al cancello. Il padre di Mustafà, lungo e magro, portava sempre una giacca scura con le maniche troppo corte. Mustafà era minuto, di pelle olivastra, le manine gesticolanti, un tipetto tutto nervi e calzoncini corti. Entrava in classe con gli occhi neri che brillavano. Lì trovava i suoi compagni. I suoi prediletti erano Sultan, Mohammed, Kadim, Ismaeel, Alì. Quel giorno la maestra Shajida stava raccontando una storia straordinaria. L’ovale del suo volto da ragazzina era incorniciato dallo hijab. Nel silenzio dell’aula echeggiava la musica ininterrotta della sua voce. Tutti ascoltavano come se fosse la preghiera del venerdì.

Era la prima volta che Mustafà sentiva parlare a quel modo della sua città. Non aveva mai pensato che potesse essere diversa da come l’aveva sempre vista. Tutti quei popoli che l’avevano abitata – Sumeri Accadi Amorrei Assiri Persiani – ebbene, l’avevano anche amata. La maestra Shajida evocava un sacco di cose meravigliose: Babilonia, i giardini pensili, il codice di Hammurabi, i califfi abbàsidi, le mille e una notte, Madit el Salama – l’antico nome di Baghdad, che significa la Città-della-pace. Mustafà ascoltava e fantasticava. La maestra Shajida raccontava di un genio della lampada magica che a bordo del tappeto volante viaggiava attraverso il tempo e lo spazio. Il viaggio lo trasfigurava, logorava vesti e corpo, erodeva il potere della lampada sino a ridurla a un rottame. La lampada magica era Baghdad e il genio era il suo spirito.

– Tamerlano trionferà di nuovo, – disse la maestra Shajida. – È il destino di queste terre. La Città-della-pace verrà rasa al suolo per l’ennesima volta e insieme a questa scomparirà un pezzo di storia dell’umanità.
Mustafà rimase allibito:
– Scompariranno anche i gatti? – chiese, sgranando gli occhioni neri che brillavano.
Le labbra della maestra Shajida si incresparono e apparvero due file di perle bianchissime:
– Sì, – disse. – Anche i gatti.

All’improvviso nella scuola irruppero dei soldati. Americani. O forse Europei, per Mustafà non c’era differenza. Torsi corazzati, teste da crostacei, divise maculate, zaini come gobbe di cammelli. Dalle imbracature pendevano borracce e fucili mitragliatori. Aprivano le porte con calci violenti. Uno di loro aveva la pelle scura e le palme delle mani bianche. Spinse la maestra Shajida contro il muro e le fece cadere lo hijab. Sbocciò una chioma di capelli corvini. La maestra Shajida restò in silenzio. Un altro soldato, il viso disseminato di efelidi, impartì ordini nervosi e riunì tutti in un angolo. Sia lui che quello con la pelle scura sembravano divorati dalla paura. Dalla porta aperta Mustafà vide passare nel corridoio il bidello Abù e il direttore della scuola. Avevano le braccia dietro la schiena. Alcuni soldati li pungolavano con la punta dei fucili. Il bidello Abù e il direttore della scuola subivano in silenzio. Il soldato con la pelle scura minacciò la maestra Shajida e la costrinse in ginocchio. L’altro, quello con le efelidi, rivolse a Mustafà e ai compagni qualche parola sibilante e fece cenno di stare tranquilli. Con un gioco di prestigio estrasse dal taschino alcune caramelle. I compagni di Mustafà corsero a prenderle. Lui no. Il soldato allora rovistò nello zaino e ne cavò una lattina rossa con incomprensibili scritte bianche. I compagni l’assaggiarono e Kadim disse che era dolcissima. Ma Sultan disse che sapeva di metallo. Mustafà non volle provarla. A Mustafà non piaceva il sapore del metallo. Il soldato gli si avvicinò, sorrise. Aveva gli occhi di un azzurro trasparente. Si levò di tasca un piccolo taccuino e una matita. Fu allora che mi disegnò. Come se sapesse che a Mustafà piacevano i gatti.

Mi disegnò in un modo molto buffo. Una testina tonda tonda, gli orecchi a triangolo, le zampette gommose, un codone grasso e grosso a forma di punto interrogativo. Soprattutto i baffi, lunghissimi, che uscivano dal taccuino. Ecco, così:




Gli occhi neri di Mustafà brillarono. Volle subito diventare mio amico e mi disse l’unica frase occidentale che conosceva:
– I have a dream.
Ho fatto un sogno. Gliel’aveva insegnata la maestra Shajida. Avrei voluto dirgli la stessa cosa, perché anche i gatti dei soldati hanno i loro sogni. Ma un urlo attraversò il corridoio. Spari nel cortile, grida più acute. Il soldato con le efelidi lasciò il taccuino, sfondò la finestra con il banco di Kadim e si affacciò impugnando il fucile mitragliatore. Sparò sparò sparò. Mustafà e i suoi compagni si tappavano gli orecchi. I colpi rimbombavano nell’aula come una scarica di fulmini. Facevano male ai timpani. Kadim disse qualcosa ma Mustafà non capì.

I soldati uscirono di corsa e non si videro più. La maestra Shajida riordinò lo hijab e si sedette al tavolo con il volto tra le mani. Un’esplosione fece tremare i vetri delle altre finestre. La maestra Shajida non si mosse. Mustafà guardò fuori con i suoi grandi occhi neri che brillavano. Sdraiato per terra, lo sguardo verso il cielo, c’era il soldato con le efelidi. Aveva una macchia rossa all’altezza dell’ascella sinistra. Non si muoveva. Un corpo come tanti, buttato là in mezzo alla strada. Di lui ero rimasto solo io, il suo gatto disegnato. Mustafà mi raccolse e mi parlò. Disse che sarebbe stata una bella cosa spedirmi alla famiglia del soldato con le efelidi, in qualche parte del mondo. Spedire altri gatti disegnati a tutte le famiglie di quei soldati. Per farlo avrebbe dovuto portarmi nel Castello dalle mille e una porta e lì, nella stanza esagonale, gli specchi mi avrebbero moltiplicato un numero sufficiente di volte per spedirmi in tutto il mondo. Ma forse non sarebbe servito a niente. I grandi non capiscono i gatti disegnati.

– I grandi no, – gli dissi con un miagolio, – però ti capirebbero i bambini di tutto il mondo. E forse anche quei grandi che di notte sognano di essere bambini. Ma raccontami di questo castello, a noi gatti piacciono molto le storie.

– Sì, gatto del soldato, – disse Mustafà. – Una notte ho sognato che Allah, il Clemente e il Misericordioso, mi mostrava un Castello con mille e una porta. Erano porte di legno massiccio. Ogni califfo che vi aveva regnato ne aveva aggiunta una, ma soltanto la prima, quella più interna, nascondeva il terribile segreto. Nella serratura di ogni porta era infilata una chiave. La gente del vicino villaggio diceva che il castello era abitato dal leggendario Harùn al-Rashìd, il califfo dei califfi, colui che decide il destino di ogni credente. La porta più interna nascondeva il futuro di ciascuno di noi. Ma io non davo ascolto e le aprivo tutte. Alla fine c’era una stanza esagonale con le pareti ricoperte di specchi. In mezzo a questa, moltiplicato mille e una volta dagli specchi in fuga, trovavo il leggendario califfo Harùn al-Rashìd e il suo fedele portaspada Masrur. La mano del destino, per mezzo del portaspada Masrur, stava per giustiziare una fila di condannati. Mi avvicinavo e inorridivo. Era un solo bambino riflesso negli specchi mille e una volta. E quel bambino ero io.

– Non so cosa significhi, mio piccolo amico, – gli dissi con un miagolio, – ma non è certo un bel sogno.
– Non lo è. Come non lo è il destino che è toccato a noi bambini di Baghdad. Ma io sono fortunato perché ho te, gatto del soldato.
Prese la matita e sotto le mie zampette gommose disegnò un minareto.
– Dall’alto del minareto vedrai tutto, – disse Mustafà, – potrai persino sognare di volare. Io lo faccio spesso, sai? Quando c’è il vento che soffia dal deserto chiudo gli occhi e sogno di volare. Ci riesco davvero. Persino quando scoppiano le bombe. Sogno che lo spostamento d’aria mi faccia volare via. Nella vita l’importante non è volare ma sognare di farlo.

Fu allora che Mustafà incominciò a disegnarmi. Dapprima si limitò a ricopiare il disegno che aveva fatto il soldato. Lo ripeté due, tre, quattro volte. La sua mano divenne più sicura e riempì il taccuino di miei ritratti. I gatti disegnati si moltiplicavano tra i fogli come nel Castello dalle mille e una porta. A scuola, mentre la maestra Shajida spiegava, Mustafà mi disegnava, staccava accuratamente la pagina del taccuino e la regalava al compagno più vicino. Non soltanto la classe di Mustafà, ma l’intera scuola si riempì di gatti disegnati. Feci la mia apparizione persino su qualche lavagna. Alcuni compagni di Mustafà, tra cui l’amico Kadim, impararono a disegnarmi. Ben presto Baghdad pullulò di gatti disegnati. Incominciai a circolare in altre scuole, nei luoghi di ristoro, nei mercati. Molti dei disegni riportavano un titolo in inglese: Soldier’s cat. Per questo ci fu chi mi scambiò per un marchio di fabbrica, chi per il simbolo di un partito o di un gruppo terroristico, chi mi credette un segnale in codice, chi una spia americana. Nessuno si chiedeva che nome potessi avere e neppure sapeva che non l’avevo affatto, né conosceva il nome del mio padrone, né dove abitassi. Ma non ero un gatto anonimo: per tutti i bambini di Baghdad ero “il gatto del soldato”.

Finché un giorno uno dei miei ritratti finì tra le mani di un giornalista europeo, Enzo Baldoni. Più che un giornalista, credo che fosse un idealista. Con uno scanner digitalizzò la mia immagine e la inviò non soltanto alla sua redazione, ma la divulgò attraverso la rete raggiungendo i computer di tutto il mondo. Mi trovai così sulle prime pagine di molti giornali, fra cui l’iracheno Al-Sabah.

Mustafà era contento:
– Hai visto, gatto del soldato? – mi disse. – Il Castello dalle mille e una porta esiste davvero e tu sei entrato nella stanza esagonale senza accorgertene. Non sei fortunato?
– Certo, mio piccolo amico, fortunato davvero. Quando ti dissi che avevo anch’io un mio sogno, ebbene era questo: che tutti, nel mondo, si accorgessero che esistono ancora gatti disegnati.
– Se ne accorgeranno anche i capi di questi soldati?
– Oh no, Mustafà. Chi comanda questi soldati continuerà a fingere di non vederli.
– Vorrei che non fosse così, gatto del soldato. Vorrei che i gatti disegnati si ribellassero e che miagolassero a tutti gli abitanti della Terra quanto può essere bello avere un gatto come te.

Fu l’ultima volta che vidi brillare gli occhi neri di Mustafà. Da allora incominciai a fare dei brutti sogni. Il più brutto riguardava proprio il mio piccolo amico. Sognai suo padre, lungo e magro, che lo teneva per mano sino al cancello. Sognai un’esplosione devastante come l’urlo delle orde di Tamerlano. Il padre di Mustafà fu scagliato per aria. Lo sognai che si rialzava smarrito, la giacca scura imbiancata di polvere. Il califfo Harùn al-Rashìd e il suo fedele Masrur si erano portati via Mustafà.

Poi sognai che qualcuno scriveva questa storia e qualcun altro, con raccapriccio, la leggeva.
Un gatto disegnato non dovrebbe fare questi sogni.


Ringrazio Romano Augusto Fiocchi per avermi autorizzato a pubblicare il racconto

giovedì 7 gennaio 2010

Entro nel sogno di Ermes Ricci


Anche se non è fresco di pubblicazione (è uscito nel 2006) Entro nel sogno - Immagini a contatto con l'India (Bacchilega Editore) di Ermes Ricci racchiude un fascino senza tempo che lo rende costantemente attuale e meritevole di essere sfogliato. Fascino senza tempo come quello dell'umanità colorata e assorta in preghiera sulle rive del Gange che Ermes, fotografo imolese quotato a livello nazionale e internazionale, ritrae abbinandole a scene di ordinaria quotidianità. Foto a colori dalle tinte cangianti e immagini in bianco e nero che rimandano l'essenza poetica di un popolo e di un paese ricchissimi di suggestioni. Ci si sofferma su espressioni intense, assorte, sui colori incredibili delle vesti, su scene di massa che ci riportano un mondo diversissimo dal nostro sentire ma che, stranamente, ci dà l'idea di una serenità che non appartiene alle nostre città più ricche, pulite e ordinate (almeno in molti casi).

Scrive Angela Staude Terzani nella prefazione cogliendo in pieno - a mio avviso - l'essenza di questo libro: «Si può fotografare l'India in tanti modi, si possono fotografare i morenti, i lebbrosi, gli affamati, gli storpi, i poverissimi - e sono tanti. Oppure si possono fotografare i ricchi, i grassi, i prepotenti - e non sono poi tanto pochi nemmeno quelli oggigiorno. Ma si perde allora quel che più conta di capire degli Indiani: la loro filosofia del vivere. Ermes è riuscito a compiere il passo, a "entrare nel sogno". Lui non è l'osservatore di cose curiose, strambe, crudeli o magiche, di cui in India ce ne sono tante. Lui è un partecipante. Entra nelle celebrazioni, cammina sul fuoco, mangia, beve, dorme con la gente. [...]"É arrivata. Tutta l'India è arrivata a me", scrive in uno dei bei testi che accompagnano le sue foto. "Agguanto la macchina fotografica ed entro nel sogno." E c'entra davvero.»
Accompagnano le immagini appunti e suggestioni in cui Ermes annota storie, impressioni, commenti che completano e arricchiscono questo intenso viaggio ideale nell'India che lui ha imparato ad amare.