mercoledì 23 dicembre 2015

Buone feste a tutti voi

Finalmente le Feste sono arrivate. Aspettavo da un po' questo momento, per staccare la spina, ricaricarmi, stare insieme alle persone a cui voglio bene.
Saranno anche giornate di lunghe sessioni in cucina, e tutte le faccende necessarie a rendere più ospitale la mia casa, che - per inciso - è un porto di mare: gente (e per gente intendo due aitanti giovanotti e due delicate signorine) che entra ed esce a tutte l'ore (comprese quelle notturne), vasi di Nutella che vengono svuotati in tempi da record con abbinamenti ad altri cibi a dir poco raccapriccianti (avete provato la Nutella con le patatine barbeque? con le carote? e con gli Oreo?), frigorifero e dispensa da mantenere forniti (perchè si svuotano troppo in fretta), bollitori e caffettiere a pieno regime, e musica, giochi, risate e chiacchiere che riempiono non solo le stanze ma soprattutto il cuore. Ah, e c'è pure un fidanzato che va e viene e staziona di preferenza sul divano dello studio. E poi amici che passano, parenti in visita... Questo è il bello del Natale (ma anche di tutto il resto dell'anno).

Io spero di avere un po' di tempo per leggere, scrivere, e stare sola con me stessa.

A voi auguro di trascorrere giornate serene e rilassanti, ricche di abbracci, sorrisi e cose belle.

Ci rileggiamo nel 2016!

Buon Natale e Buon Anno Nuovo a tutti voi!

lunedì 21 dicembre 2015

Scritto sull'acqua: la recensione di Chiara

Mi sto abituando bene: è arrivata un'altra bella recensione a  Scritto sull'acqua, questa volta da Chiara del gruppo di lettura Quarta di copertina. Grazie Chiara per gli apprezzamenti e per il tuo punto di vista sui miei racconti!
Potete leggere la recensione originale a questo link.

Brevi racconti, intensi, fatti di nebbia, acqua, memorie antiche, attese, amore al vino rosso e menti intossicate.
Questi i protagonisti delle ambientazioni gotiche di Carla, suggestioni che si susseguono e poi ci inseguono con il loro sapore dolce e amaro.
Le nostre paure prendono forma leggendo “Passi nella nebbia” e in breve ci troviamo a fare nostre le ansie di Matilde, la giovane guardiana del faro in “Venti giorni” o la trepidazione del cavaliere in “La scelta”.
L’emozione tocca il vertice facendoci vibrare quando siamo accompagnati nel passato in “Fulgida stella”, un passato talmente compenetrato con il presente che riesce difficile scinderli.
Con questa opera Carla ci regala un momento veramente per noi, denso e piacevole.
Una lettura tutta d’un fiato, in sintonia con il ritmo scorrevole delle parole.
Una domanda all’interno di un racconto ci colpisce e resta nei nostri cuori:
Ci si può innamorare delle parole? Di chi le scrive?
La risposta è custodita all’interno delle pagine di “Scritto sull’acqua” e a noi non resta che andare a cercarla.

venerdì 18 dicembre 2015

Olos è pronta a partire

Ricordate che qualche mese fa vi ho parlato di Olos? È una collana di saggistica dedicata alle discipline olistiche, bio-natuarli e al self help, pubblicata da Antonio Tombolini Editore e per la quale io svolgo la mansione di direttore editoriale.
Il logo mi piace molto. Lo ha creato la bravissima desiger Marta D'Asaro.
Nei primi mesi del 2016 pubblicheremo i titoli che terranno a battesimo la collana, ma ne sto valutando altri, alcuni molto interessanti.
E ne sto cercando altri, quindi se avete testi relativi a queste tematiche inviatemeli alla mail carlacasazza67@gmail.com

Olos in greco significa tutto, intero. Da questo termine nasce il significato delle discipline olistiche, che analizzando l'individuo nel suo insieme cercano di comprendere l'origine dei suoi problemi fisici o emotivi e si adoperano affinché - grazie al riequilibrio di corpo, mente, spirito ed emozioni - tali problemi vengano superati.
In questa collana troverete quindi saggi dedicati alle diverse discipline olistiche, ma anche a quelle bio-naturali - cioè volte al benessere della persona - e testi che approfondiscono i temi legati al self help o auto aiuto.
I libri che proponiamo sono scritti da esperti del settore e vengono selezionati con cura per offrire una visione quanto più ampia possibile sulle tante metodologie antiche e moderne che sono a nostra disposizione per prenderci cura di noi stessi.
Crediamo sia importante fornire alle persone gli strumenti per stare bene nel proprio corpo e con sè stessi e riteniamo utile offrire una informazione più completa possibile relativamente alle tecniche naturali per raggiungere questo benessere.
Un benessere di cui molti sentono il bisogno, immersi come sono in una vita frenetica e carica di stress. Soffermarsi a leggere i libri utili a questo scopo è il primo passo verso una migliore qualità della propria vita.

mercoledì 16 dicembre 2015

Scritto sull'acqua: la recensione di Roberta Marcaccio

Quando si ricevono belle recensioni fa sempre piacere, ma lo è ancora di più quando gli apprezzamenti rivelano un'attenta lettura e non sono semplicemente una forma di cortesia.
Per questo ringrazio Roberta Marcaccio che con la recensione che segue ha colto molte sfumature inedite nei racconti del mio libro Scritto sull'acqua.
Potete leggere la recensione originale a questo link.

Sottotitolo: Scritto con il cuore e grande maestria.
Scritto sull’acqua è una raccolta di sei brevi racconti, sei magnifiche perle che raccontano, ognuna, una condizione umana o un sentimento e che rimandano, a mio avviso, tutti indistintamente, alla fede.
Fede non per forza in un credo religioso di qualsiasi tipo, ma fede in un modello, in una persona, in un sentimento, in un ideale, in uno stile di vita.
In ogni racconto la forza trainante è quella del protagonista. Di colui, o colei, che ha fede in qualcosa. E tanta è la forza che esprime in ciò che crede che il lettore si sente catapultato lì, al suo fianco, ad avere paura, ad emozionarsi, a scappare, ad inorridire, ad amare, a fidarsi esattamente come lui.
Mi sono ritrovata anch’io, lì, e mi sono commossa, ho sperato fino all’ultimo che le cose succedessero sì, ma come volevo io, perché mi sentivo piena di quel sentimento che il personaggio viveva attraverso parole che non sono scelte a caso, ma studiate, meditate, costruite apposta per definire ogni più piccolo dettaglio.
Già dal sottotitolo (di mia attribuzione) è chiaro il mio giudizio su Scritto sull’acqua.
Vorrei aggiungere solo una cosa, come lettrice e come quasi-autrice.
Scrivere racconti è molto più difficile che scrivere un romanzo alla Guerra e pace (senza sminuire il lavoro del grande Tolstoj). È difficile perché l’autore deve riuscire a portare il lettore dentro una storia che è una parte infinitesimale della vita dei personaggi (di solito uno o due massimo). Il racconto è una contrazione, un concentrato di vita in tre o quattro cartelle. È il pasticcino mignon della narrativa: piccolo, gustoso, ricco di sapori che si spandono ovunque… una goduria.
Ecco! Mi permetto, e spero che l’autrice non me ne voglia, di paragonare Scritto sull’acqua ad un vassoio d’argento, con un bellissimo piatto di porcellana al centro sul quale sono disposti sei pasticcini finissimi, unici nel loro genere, ma tutti assolutamente gustosi e irresistibili.


venerdì 27 novembre 2015

Inventario dei pensieri felici: Pancake

Chi mi segue con attenzione sa che da qualche tempo ho deciso di dedicare un post ogni tanto ai luoghi magici che frequento, persone belle che incontro, e tutto ciò che della mia vita è degno di essere raccontato.
E raccolgo questi post sotto il titolo Inventario dei pensieri felici, perché i pensieri felici sono il motore che ci aiuta a stare bene e affrontare la quotidianità.
Pancake è una bakery americana, un laboratorio che produce torte, biscotti, muffin, cupcake ed altre prelibatezze dolci della tradizione statunitense, e anche hamburger, bagel, zuppe, muffin salati da leccarsi i baffi. Realizzati completamente in modo artigianale (dal pane alle salse, fanno tutto loro) e per quanto possibile con prodotti a km 0.
Si possono consumare nel locale arredato con uno stile minimal di grande eleganza, oppure prendere da asporto.
Io, che ho tantissimi problemi alimentari per questioni di salute, trovo da Pancake molte cose ammesse dalla mia rigorosa dieta (senza grano, senza lattosio) e sono anche buonissime!
Quindi, come potete immaginare, ci capito spesso, anche perchè i ragazzi che lo gestiscono e ci lavorano - tutti sotto i trenta - sono una ventata di simpatia e gioventù, che non guasta mai.
Insomma è uno dei miei "comfort place" per eccellenza.
Tanto che ho deciso di organizzare lì alcuni dei corsi che svolgo per lavoro. In effetti la location è piuttosto anticonformista, ma a me non importa, perchè è un luogo ospitale e dove si sta bene.
Per sapere qualcosa di più sui corsi potete andare a questo  link.
A dicembre ne terrò due da Pancake, occasione ottima anche per assaggiare la loro cucina, visto che hanno pensato un menù in promozione per chi partecipa ai corsi.

Persi nella rete - Mini corsi per usare al meglio i social network e sfruttare efficacemente le loro potenzialità
Facebook: utili strategie per un uso efficace. Le potenzialità meno conosciute. Le impostazioni per difendere la propria privacy
Mercoledì 2 dicembre 2015 ore 19-21
LinkedIn: creare un curriculum on line funzionale, costruirsi una reputazione professionale. Come usarlo per cercare lavoro o proporre professionalità
Mercoledì 16 dicembre 2015 ore 19-21
Dove: Pancake (Via Emilia 199/b, Imola)
Il costo di ciascun mini corso è di 25 €

martedì 24 novembre 2015

L’estate che non passerà di Tiziana Frosali - Recensione

La recensione che segue è stata pubblicata sulla rivista letteraria on line Critica Letteraria

 Ve le ricordate le fanzine? Chi ha intorno ai 40 anni (e anche più) certamente ne avrà sfogliate, collezionate, forse anche realizzate. E più erano artigianali e "underground" più parevano belle e interessanti. Nel romanzo L’estate che non passerà di Tiziana Frosali proprio una fanzine è al centro della storia: siamo nell'estate del 1998 e un gruppo di amici toscani, fan dei Duran Duran a cui hanno dedicato - appunto - una fanzine, casualmente scoprono la band italiana dei Bluevertigo che è impegnata a portare in giro il Metallo Non Metallo Tour. Il loro entusiasmo si trasforma in un fedele "vagabondaggio" per l'Italia seguendo per quanto possibile le tappe del tour e via via
scaturisce l'amicizia con Morgan, Livio, Andy e Sergio, i componenti della band. Ma fra un concerto e l'altro, le chiacchiere sulla musica e sulla vita e un progetto un po' folle che li coinvolge tutti, l'amicizia rischia di trasformarsi, per alcune delle ragazze, in un sentimento più complesso che può rovinare il fantastico clima di un'estate da non dimenticare.
Il romanzo - tributo ai Bluvertigo ma anche ai Duran Duran e a tutta la musica degli anni '80 e '90 - scritto con ritmo e uno stile fresco e coinvolgente, mi ha fatto fare un viaggio a ritroso e credo lo farà fare anche a molti altri lettori, un bell'amarcord per chi con
quella musica ci è cresciuto.
Ma è anche occasione per le generazioni più giovani di immergersi nelle atmosfere e nella musica di quegli anni e di farne una conoscenza più approfondita: ci si può persino creare una playlist tutta da scoprire individuando a quali canzoni si riferiscono i titoli dei capitoli - che rimandano a brani famosi degli ultimi decenni del XX secolo - e prendendo spunto dalla set list al termine del libro.
"Eravamo ragazzini in gita scolastica, con la faccia da adulti e la rara fortuna di coloro che ancora per un po’ possono permettersi di sentirsi leggeri, di giocare, cantare, ballare e tenersi per mano per non perdersi, per non essere portati via dall’entusiasmo della folla.
Il Nucleo, So Low, Vertigoblu, Storiamedievale, Oggi hai Parlato Troppo si susseguirono in un crescendo di passione spensierata. C’era un’atmosfera particolarmente festosa in quella notte settembrina in val Padana: il cielo nero era limpido e terso, pieno di piccoli puntini luminosi e un’enorme luna piena a fare sfoggio di sé e della sua perfetta rotondità.
Forse perché eravamo in tanti e ci divertivamo a ballare il twist, forse perché cantavamo tutti assieme, o perché i ragazzi erano in splendida forma e continuavano a sorridere tutti, anche Morgan che guardava verso di noi e gli scappavano sorrisi pieni. Forse per tutto questo o solo per il fatto di essere insieme in mezzo alla musica, eravamo felici."


L’estate che non passerà
di Tiziana Frosali
La Tana del Bianconiglio, 2015

venerdì 20 novembre 2015

Il libro è una lettera a destinatari sconosciuti: la mia intervista a Giulio Mozzi su Il Colophon

La seguente intervista è stata pubblicata nel numero di novembre della rivista letteraria on line Il Colophon.

Giulio Mozzi è scrittore e consulente editoriale (attualmente per Marsilio). Da vent'anni tiene corsi e laboratori di scrittura e narrazione e ha fondato con Laurana Editore la Bottega di narrazione. Tra gli autori che hanno pubblicato le loro prime opere grazie alla sua attività di scouting segnaliamo Tullio Avoledo, Marco Candida, Antonio Pagliaro, Mariolina Venezia.
 

Partiamo da una riflessione di David Foster Wallace che costituisce uno degli spunti attorno a cui è stato costruito questo numero della rivista: «Se uno scrittore si rassegna all’idea che il pubblico sia troppo stupido, ad aspettarlo ci sono due trappole. Una è la trappola dell’avanguardismo: si fa l’idea che sta scrivendo per altri scrittori, perciò non si preoccupa di rendersi accessibile o affrontare questioni rilevanti. Si preoccupa di far sì che ciò che scrive sia strutturalmente e tecnicamente raffinatissimo: involuto al punto giusto, ricco di appropriati riferimenti intertestuali… L’opera deve sprizzare intelligenza. Ma all’autore non importa nulla se sta comunicando o meno con un lettore interessato a provare quella stretta allo stomaco che è poi il motivo principale per cui leggiamo. Sul fronte opposto ci sono opere volgari, ciniche, commerciali, realizzate secondo formule prestabilite – essenzialmente, il corrispondente letterario della tv – che manipolano il lettore, che presentano materiale grottescamente semplificato con uno stile avvincente perché infantile.
La cosa strana è che vedo questi due fronti farsi la guerra quando in realtà hanno un’origine comune, che è il disprezzo per il lettore: l’idea che l’attuale emarginazione della letteratura sia colpa del lettore. Il progetto che vale la pena portare avanti è invece quello di scrivere qualcosa che abbia in parte la ricchezza, la complessità, la difficoltà emotiva e intellettuale dell’avanguardia, qualcosa che spinga il lettore ad affrontare la realtà invece che a ignorarla; ma farlo in maniera tale che il risultato provochi anche piacere a chi legge. Il lettore deve sentire che l’autore sta parlando con lui, non assumendo una serie di pose».
Cosa ne pensa? Condivide questo punto di vista?

Ma: in Italia, ho l’impressione che il luogo comune più corrente sia che l’attuale emarginazione della letteratura sia colpa degli editori. Peraltro io devo ancora trovare qualcuno che mi dimostri che la letteratura attualmente è emarginata.
Quanto al “progetto che vale la pena di portare avanti”, penso che si possa dirlo più brevemente così: buoni libri capaci di farsi leggere da molti (e così anche questo diventa un luogo comune).
 

Nelle sue lezioni di (non) un corso di scrittura e narrazione, afferma che una narrazione è, in fondo, una specie di lunga lettera inviata a uno sconosciuto. Ci spiega cosa intende?
Intendo ciò che ho scritto: che un libro è come una lunga lettera inviata a destinatari sconosciuti (notare il plurale).
Una volta non era così. Una volta le persone che leggevano erano così poche, e così prossime per condizione sociale economica culturale a quelli che i libri li scrivevano, che i libri erano lunghe lettere inviate a destinatari ben conosciuti.
Poi c’è stata la scolarizzazione di massa (cosa della quale possiamo essere solo felici), e oggi chi scrive i libri non ha un’idea precisa di chi li leggerà, né può presumersi prossimo a chi leggerà per condizione sociale economica e culturale.
Per questa ragione, nel risvolto di copertina del mio primo libro, lì dove si mette di solito la biografia dell’autore, feci scrivere: “Giulio Mozzi è nato nel 1960. Abita a Padova in via Michele Sanmicheli 5 bis”. Oggi ho cambiato casa (sto sempre a Padova, ma in via Comino 16/b) ma non logica. Chi voglia raggiungermi al telefono non deve spendere più di pochi secondi con un motore di ricerca.
Un libro è una lunga lettera inviata a destinatari sconosciuti; una lettera che non permette al destinatario di rispondere è una lettera insensata.
 

Alcuni scrittori dicono di scrivere solo per se stessi e di essere indifferenti alle reazioni che i loro libri hanno sul lettore, altri di scrivere ciò che vorrebbero leggere, altri ancora ritengono il lettore conditio sine qua non per l'esistenza dello scrittore. Lei perché scrive e quanto ritiene importante il lettore per la sua scrittura?
Scrivo perché mi pare che mi venga benino. Ovviamente se non ci fossero lettori non scriverei.
 

Ci parla del Giulio Mozzi lettore? È onnivoro o selettivo? Legge un libro alla volta con calma oppure porta avanti contemporaneamente più letture? Sottolinea, fa “orecchie” sulle pagine, mette post-it, si annota i passaggi interessanti oppure ha un rapporto meno “fisico” col libro?
Sono un lettore di molta poesia, parecchia saggistica letteraria filosofica sociologica, pohissimi romanzi.
Leggo in buona misura secondo il bisogno. Bisogno che ho di imparare certe forme, bisogno che ho di sapere certe cose per il mio lavoro, eccetera.
Leggo un libro per volta, ma ho un certo numero di libri sempre aperti (le Rime di Dante, le Poesie di Ciro di Pers, Dune di Frank Herbert ecc.).
Non sottolineo. Faccio qualche orecchio. Non schedo. Ho un’ottima memoria.
 

Ogni libro che leggiamo - come ogni esperienza che facciamo - ci rende diversi da ciò che eravamo prima di leggerlo. Non intendo che ci rende migliori, ma solo che ci cambia in modo impercettibile o più evidente. Per me la lettura è anche questo. Per lei?
Anche un’insalata di riso o una caduta in bicicletta ci rendono diversi da come eravamo prima.
 

E la scrittura?
Idem.
Posso dire che una volta, quand’ero ragazzino, per prendermi in giro mi dicevano che parlavo come un libro stampato. Oggi ai miei allievi càpita di accorgersi che scrivo esattamente come parlo.
Questo è stato il grande cambiamento: da un parlare che si appoggiava a ciò che leggevo, a uno scrivere che si appoggia su sé stesso.
 

C'è un libro (o più libri) che ha segnato una pietra miliare nella sua formazione personale, che le ha insegnato qualcosa di importante, senza il quale non sarebbe il Giulio Mozzi di oggi?
Il libro di Giobbe. Nel quale il creatore, per scommessa, lascia Giobbe nelle mani di Satana. Quando, dopo aver perduto tutto, Giobbe si rivolge al creatore domandando perché, il creatore risponde: “Che domande sono? Ciò che io faccio è giusto perché l’ho fatto io, e stop”.

giovedì 19 novembre 2015

Diario di bordo di uno scrittore di Björn Larsson - Recensione

La recensione che segue è stata pubblicata nel numero di novembre della rivista letteraria on line Il Colophon.

 Lo scrittore svedese Björn Larsson è conosciuto in Italia soprattutto per i romanzi La vera storia del pirata Long John Silver e Il cerchio celtico, ma la sua produzione letteraria è assai più ampia. Ad essa ha dedicato Diario di bordo di uno scrittore, realizzato in esclusiva per i lettori italiani in occasione dei 25 anni della Casa Editrice Iperborea (che pubblica Larsson nel nostro Paese), nel quale racconta il proprio percorso professionale analizzando uno per uno i suoi libri e il processo creativo da cui ciascuno di essi è scaturito.
Così Larsson dedica ad ogni libro un capitolo, procedendo in rigoroso ordine cronologico dalla sua prima pubblicazione, una raccolta di racconti intitolata Splitter (Relitti), fino al romanzo I poeti morti non scrivono gialli, ricostruendo la loro genesi ed evoluzione, le idee e le emozioni da cui sono nati. "[...] questa è una visita al cantiere dove viene impostata la chiglia, si disegna il progetto, si immagazzinano i materiali necessari, a volte con molte difficoltà di consegna. Un invito al lettore nell’officina dello scrittore. Ma ho anche voluto dire qualcosa sul dopo, su quello che succede una volta avvenuto il varo" scrive Larsson.
Secondo lui quello dello scrittore è un mestiere solitario che presuppone un costante interrogarsi sul senso di ciò a cui si dà vita, sentendo sulle proprie spalle la responsabilità di lasciare ai lettori non solo una bella storia con cui svagarsi per qualche ora, ma contenuti su cui riflettere, idee che lascino traccia e magari servano a cambiare in qualche modo la vita di chi legge. Possibilmente in senso positivo. Ritiene che scrivere sul serio, non come hobby o svago, ma nel tentativo di creare un buon libro, il migliore di cui si è capaci, sia una grande fatica. Un impegno totalizzante che ti monopolizza finchè non hai messo la parola “fine”.
"Potrà suonare retorico" - dice ancora Larsson - "ma uno dei motivi per cui scrivo è proprio perché qualcuno un giorno sappia che sono esistito e che ho fatto del mio meglio perché altri, in particolare i miei lettori, possano vivere un’esistenza che ha significato". Mi pare un patto impegnativo da stringere coi lettori, ma anche una bella promessa per chi si troverà in mano i suoi libri, una garanzia di qualità o almeno l'idea confortante che mentre l'autore buttava giù la sua storia, parola dopo parola, pensava un po' anche a noi che ora leggiamo il suo romanzo.
Forse è proprio per questo che molti di noi trovano la lettura non solo un'attività che arricchisce culturalmente, diverte, rilassa, insegna, ma anche qualcosa di rasserenante e terapeutico.
Tornando a Diario di bordo, è affascinante leggere i fatti, le coincidenze, i pensieri che hanno dato origine alle idee attorno a cui hanno preso corpo le trame dei vari libri, scoprire come questi abbiano influito sulla vita dello scrittore determinando, a volte, le successive scelte professionali o metodologiche. Vedere quanto studio c'è dietro ad ogni romanzo, e quali piccole "follie" può compiere lo scrittore in nome della propria storia.
Questo è un libro che sicuramente i lettori di Larsson ameranno, perché fornisce loro molte risposte agli interrogativi nati leggendo i suoi romanzi. Ma è interessante anche per chi scrive, per comprendere - senza tanta retorica e nessuna pretesa didattica - come funzionano le dinamiche della scrittura, qual'è l'approccio al "foglio bianco" di un professionista, il livello di coinvolgimento emotivo a cui chi vuole fare seriamente questo mestiere va incontro.
Ma Larsson non intende spaventare o scoraggiare nessuno, così questo libro è anche il racconto ironico e accattivante di un "mestiere" di sicuro impegnativo ma tuttavia molto soddisfacente.
Niente a che vedere con la scrittura come sofferenza ostentata da certi autori.
Perché - come scrisse il poeta francese Jean Malrieu - "Corre voce che si può essere felici".

mercoledì 18 novembre 2015

Diorama di Sergio Sozi - Recensione

La recensione che segue è stata pubblicata sulla rivista letteraria on line Critica Letteraria

 La quarta di copertina recita: “Diorama è sinonimo di veduta panoramica, ma è anche una forma di spettacolo costituita da quadri o vedute di grandi dimensioni. È il caso di questa raccolta di racconti, ai quali il lettore aggiungerà colori, movimento, suoni e volumi” e davvero le storie spesso surreali che Sergio Sozi racconta con ironia ed eleganza offrono la visione su squarci di esistenze che ogni lettore può trasformare nella propria mente assegnando significati e dettagli secondo la propria sensibilità.
Già dai primi racconti si capisce che il fil rouge che accomuna molte delle storie raccolte nel libro è la letteratura contemporanea e i protagonisti del mondo editoriale, tematica che diviene però pretesto per affrontare anche altri argomenti, come il dramma dell'immigrazione, e l'alienazione, lo straniamento indotto in molte persone dalle abitudini di vita di questo nuovo millennio.
Con una scrittura fantasiosa, arguta e ironica, a volte sarcastica, impertinente e provocatoria, altre volte soffusa di malinconia, ma sempre molto elegante e curata, Sozi ci racconta in “Sevdalinka” di una strana ragazza bosniaca condannata allʼavversione per lʼacqua, figlia di due immigrati arrivati da Banja Luka, due intellettuali (Mirana traduttrice, Dragomir traduttore e critico letterario) che vivono ora nel Sud Italia e si sono ridotti lui a fare il muratore e lei a raccogliere pomodori.
“Don Chisciotte è diverso”, si apre con una stilettata assai decisa nei confronti di una certa tipologia di scrittori.

 “Molti oggi iniziano a raccontare qualcosa facendo capire prima di tutto che gliene frega poco di scrivere e sono depressi e inconsolabili – anche pure pessimisti e sfiduciati del mondo dell’Italia e della vita: quanti sforzi di petto!
Credo che se tutte le energie impiegate dagli autori per farsi credere negletti operai delle parole venissero utilizzate ai fini della ricerca della fantasia, avremmo un Manzoni ad ogni angolo, tre Leopardi in ogni paese e qualche centinaio di Calvino fra mari e monti.”
E prosegue con una descrizione piuttosto “cattiva” di certi festival letterari senza risparmiare critiche agli editori.
Critico letterario è anche il protagonista de “L'ultimo giro”: dopo avere saputo dal suo medico che gli rimane solo un mese da vivere, impiega quest'ultimo cercando di ridare dignità alla propria scrittura e giustizia alla letteratura.
Ma ci sono anche racconti su altri temi, come “Carosello” che racconta di un creativo pubblicitario forse fallito, “Suppergiù oggi” in cui seguiamo le disavventure del manager Bongi capitato in un paese inverosimile, “Addavevì' a jurnate” che ha come protagonista l'improbabile nipote di un amministratore di giornate, “Vendetta, tremenda vendetta!” dedicato nientemeno che a Babbo Natale.
Il risultato è una lettura piacevolissima e divertente, che però lascia spazio a riflessioni ben più serie.


Diorama
di Sergio Sozi
Splēn Edizioni, 2015

martedì 17 novembre 2015

Il nuovo numero de Il Colophon è on line

Di cosa parliamo quando parliamo di libri? Qual è il rapporto tra scrittore e lettore? Tra lettore e letture?
Da queste domande prende ispirazione il quarto numero della rivista digitale di letteratura Il Colophon, on line da oggi.
Scriveva David Foster Wallace: "Se uno scrittore si rassegna all’idea che il pubblico sia troppo stupido, ad aspettarlo ci sono due trappole. Una è la trappola dell’avanguardismo: si fa l’idea che sta scrivendo per altri scrittori, perciò non si preoccupa di rendersi accessibile o affrontare questioni rilevanti. Si preoccupa di far sì che ciò che scrive sia strutturalmente e tecnicamente raffinatissimo: involuto al punto giusto, ricco di appropriati riferimenti intertestuali… L’opera deve sprizzare intelligenza. Ma all’autore non importa nulla se sta comunicando o meno con un lettore interessato a provare quella stretta allo stomaco che è poi il motivo principale per cui leggiamo. Sul fronte opposto ci sono opere volgari, ciniche, commerciali, realizzate secondo formule prestabilite  -  essenzialmente, il corrispondente letterario della tv  - che manipolano il lettore, che presentano materiale grottescamente semplificato con uno stile avvincente perché infantile. La cosa strana è che vedo questi due fronti farsi la guerra quando in realtà hanno un’origine comune, che è il disprezzo per il lettore: l’idea che l’attuale emarginazione della letteratura sia colpa del lettore. Il progetto che vale la pena portare avanti è invece quello di scrivere qualcosa che abbia in parte la ricchezza, la complessità, la difficoltà emotiva e intellettuale dell’avanguardia, qualcosa che spinga il lettore ad affrontare la realtà invece che a ignorarla; ma farlo in maniera tale che il risultato provochi anche piacere a chi legge. Il lettore deve sentire che l’autore sta parlando con lui, non assumendo una serie di pose".
Ecco, questa riflessione è il punto di partenza del nuovo numero de Il Colophon, ricco di interviste, articoli, recensioni, racconti, tutti declinati secondo il rapporto tra lettore, scrittore, libri e lettura.
"Parlavo di recente con mio figlio di 17 anni - scrive il direttore della rivista, Michele Marziani - che, come tutti i suoi coetanei, possiede quel briciolo di intelligenza che poi normalmente nella vita si perde. Discutevamo delle domande ultime dell’uomo  -  del perché siamo al mondo con tutte le declinazioni del caso  -  gli rispondevo con tutta l’onestà possibile per un signore di 53 anni quale sono: non ne ho la più pallida idea, ma visto che sono qui provo a fare qualcosa perché il mondo in cui vivo sia un po’ più bello, se non proprio migliore. Poi a bruciapelo gli ho chiesto: «Tu invece che risposta vorresti trovare?»
«Nessuna. Mi piace passeggiare sulla spiaggia al mattino facendomi molte domande».
In questo l’incontro tra generazioni: ci piacciono le domande. Ci importa poco delle risposte.
Non a caso questo numero de Il Colophon è orgogliosamente dedicato a Pier Vittorio Tondelli e a Pier Paolo Pasolini".
Questo è il link alla rivista.
Buona lettura e...buone domande!

venerdì 13 novembre 2015

C’era un italiano in Argentina...di Claudio Martino e Paolo Pedrini - Recensione

La recensione che segue è stata pubblicata sulla rivista letteraria on line Bookavenue

 Vittorio Meano era un architetto piemontese vissuto tra la fine dell'800 e i primi del '900, sconosciuto in Italia, ma che – emigrato in Argentina – progettò a Buenos Aires il Palazzo del Congresso e il Teatro Colón – celebre per la sua acustica perfetta – e il Palazzo legislativo di Montevideo. Una figura interessante per il contributo che i suoi edifici diedero all'architettura di quegli anni, ma anche avvolta nel mistero, poiché morì assassinato al culmine della carriera a 44 anni. Le indagini dell'epoca lo liquidarono come omicidio passionale: un amante scoperto in flagrante che uccide il marito della donna con la quale ha una liason. Ma forse il movente era ben altro, e l'amante un semplice esecutore.
I giornalisti Claudio Martino e Paolo Pedrini hanno scoperto la storia di Meano mentre svolgevano ricerche per un altro progetto e – incuriositi da questo personaggio affascinante nonché dal mistero che ne ha avvolto la tragica fine – hanno deciso di dedicargli un libro che indaga, con brio e interessanti approfondimenti la carriera di uno degli architetti più geniali della sua epoca, e i retroscena personali di una vita piuttosto “movimentata”, soprattutto dal punto di vista sentimentale, e di un'anima tormentata.
Progetto di non facile realizzazione visto che in Italia le uniche notizie su Meano sono conservate al Museo dell'emigrazione di Frossasco (Torino) e in qualche raro testo, e pure in Argentina quello che fu un architetto famosissimo è oggi dimenticato.
Il risultato, comunque, è un libro molto interessante che può essere letto in due modi: la biografia appassionante di un uomo che raggiunse il successo dopo varie vicissitudini e attorno alla cui morte si addensa un fitto mistero mai svelato, oppure un saggio che approfondisce diverse tematiche interessanti come la realtà dell'emigrazione italiana alla fine dell'800, la situazione socio-economica di Torino e Buenos Aires in quegli anni e la pregevole opera architettonica di un grande artista.
Una via di mezzo tra il noir e l'inchiesta giornalistica, scritto in modo piacevole e coinvolgente, che racconta la corruzione dilagante di una nazione – l'Argentina – in quegli anni protagonista di uno sviluppo enorme, gli insabbiamenti e i depistaggi delle indagini dopo l'omicidio, la capacità di Meano di destreggiarsi tra il potere politico e la volontà di creare qualcosa di bello comunque.

C’era un italiano in Argentina...

di Claudio Martino e Paolo Pedrini
(Hever Edizioni)

mercoledì 11 novembre 2015

Inventario dei pensieri felici: la Cioccolateria

So cosa state pensando: cioccolata è già di per sé sinonimo di felicità. Ma in realtà in Cioccolateria ci vado per tanti altri motivi, oltre ovviamente perché hanno cioccolatini e cioccolate deliziosi.
Il primo motivo è perché la gestisce una coppia di amici che conosco da quando eravamo ragazzini: due persone molto carine, andateli a trovare e mi darete ragione.
Mi piace chiacchierare con loro del più e del meno, magari infilandoci qualche "ti ricordi...".
In secondo luogo perché oltre alla cioccolata preparano delle gaufre buonissime. Le conoscete? Sono una specialità belga, un incrocio tra una frittella e una brioche di forma quadrata che sprigiona un profumo al quale è impossibile resistere. Le ho assaggiate la prima volta a Bruxelles e quelle della Cioccolateria sono  esattamente uguali. L'unico difetto è che possono creare dipendenza. Ve le consiglio, ora che stiamo andando verso la stagione fredda, accompagnate da una bella cioccolata calda. E non dite che siete a dieta: l'abbinamento gaufre+cioccolata calda può benissimo sostituire un pasto ma vi regala una tale carica di endorfine che sarete felici per le successive sei ore almeno!
Ma vale la pena passarci anche perché propongono laboratori, eventi per bambini e ragazzi, e appuntamenti culturali come presentazioni di libri, mostre d'arte, e tanto altro ancora. Sono una delle attività che cercano di mantenere vivo il nostro centro storico (assieme ad altre di cui vi parlerò prossimamente) e chi crede importante salvaguardare queste realtà può sostenerle semplicemente preferendole ai grandi centri commerciali.
Ultimamente vado in Cioccolateria anche perché stiamo organizzando lì dei corsi di cui ho parlato diffusamente in questo post:  cosa c'è di meglio che abbinare scrittura e lettura a queste golosità?
Insomma, se siete di Imola o dintorni fateci un giro: non ve ne pentirete!

lunedì 9 novembre 2015

La mia intervista a BookTribu


Qualche settimana fa sono stata intervistata dalla redazione di BookTribu, community letteraria e casa editrice che ha un approccio molto interessante ed innovativo nei confronti di editoria e libri.
Ecco cosa mi hanno chiesto e come ho risposto (se volete leggere l'intervista nel sito originale cliccate qui)


Rompiamo subito il ghiaccio, parlaci di te. Chi sei?
Ho divorato libri e scritto fin dai primi anni delle elementari. Questa passione ha influito anche sulle mie scelte lavorative: ho una laurea in scienze dell'educazione ma sono anche iscritta all'ordine dei giornalisti come pubblicista. Così per vari anni ho percorso due binari professionali paralleli, l'insegnamento e il giornalismo. Per scegliere infine il giornalismo, professione che svolgo da vent'anni. Al giornalismo, nel tempo e per fortuite coincidenze, si è affiancato il lavoro in ambito editoriale, come agente, editor e manager culturale.
Che cosa ti ha fatto appassionare all'Editing?
Ho sempre corretto testi altrui: prima come insegnante, poi come coordinatore delle pagine culturali di un settimanale per cui ho lavorato vari anni. Già allora ero un editor in embrione. Poi alcuni amici scrittori mi hanno chiesto di leggere le stesure definitive dei loro romanzi prima che andassero in stampa e hanno trovato utili e circostanziate le mie osservazioni e correzioni. Così ho iniziato a occuparmene in modo più professionale finché, da una decina d'anni, è diventato parte del mio lavoro.
Quale è il rapporto con gli Autori delle opere su cui lavori?
È un rapporto molto costruttivo e principalmente di rispetto. Credo che occorra sempre rispettare il lavoro altrui quindi quando devo editare un testo cerco di immedesimarmi nell'autore, nel suo stile di scrittura, nel genere che ha scelto per raccontare la sua storia, affinché le mie correzioni e i miei suggerimenti siano coerenti con la sua “personalità letteraria”. L'editing è la fase in cui si “confeziona” al meglio un testo perciò il mio intervento deve servire a questo, non a stravolgere o modificare il testo nella sue essenza. È molto importante quindi che editor e autore si confrontino e che l'autore accetti di apportare solo i miglioramenti e le correzioni che condivide e che sente in linea col proprio testo.
Su quali tipologie di testo ami lavorare?
Non ho preferenze: ogni nuovo testo è un'avventura stimolante da affrontare.
Quale è il primo obiettivo per un buon lavoro di Editing?
Come dicevo, l'editing serve a migliorare un testo, a “confezionarlo al meglio” affinché sia corretto, coinvolgente, che funzioni. Ma deve rispettare lo stile di chi l'ha scritto, includendo in questo anche i “segni particolari” che distinguono ogni autore. Ci sono libri bellissimi che non sono scritti in italiano perfetto, ma hanno quel pizzico di originalità che li rende vivi, accattivanti, che li fa amare al lettore. Può essere l'uso frequente di una costruzione sintattica non proprio corretta ma che in quel contesto ha un senso, oppure il discorso diretto espresso in modo alternativo senza virgolette caporali o altri segni distintivi, o l'uso di termini dialettali – sto facendo degli esempi banali. Tutte cose che in linea di massima andrebbero corrette ma in un determinato testo hanno ragione d'essere, lo colorano. L'editor deve capire se è il caso di conservare queste imperfezioni o “limare” il tutto col rischio di rendere la narrazione piatta e anonima.
Da “divoratrice di libri”, come ti definisci, che cosa ti piace leggere?
Amo leggere un po' di tutto, narrativa, saggistica. Non ho un genere preferito. Sono quella che viene definita lettrice forte. Leggo moltissimo sia per lavoro che per piacere personale, una media di 8-10 libri al mese.
E che cosa ti aspetti dal primo Contest Letterario di BookTribu?
Mi piace il principio su cui si fonda BookTribu: offrire a tutti coloro che scrivono per passione la possibilità di proporre il proprio lavoro e di essere valutati da un campione reale di lettori. Senza i “filtri” che spesso la logica delle case editrici impone. Valutare una storia per ciò che è, per l'impatto che ha sui lettori, non in base alle leggi di mercato o a criteri di stile pseudo intellettuale. Quindi mi aspetto che dal contest emergano nuovi autori interessanti.
Quale è il tuo sogno nel cassetto?
Amo il mio lavoro e mi ritengo fortunata per questo, ma vorrei mettere da parte i testi degli altri e potermi dedicare esclusivamente alla mia scrittura.

lunedì 2 novembre 2015

I segnati da Dio di Giuseppe Risi - Recensione

Fino a quando, nei primi anni '60, è entrato in uso il vaccino antipolio sviluppato da Sabin, la poliomelite ha invalidato decine di migliaia di bambini in tutto il mondo. Basti pensare che in Italia, solo nel 1958, furono notificati oltre ottomila casi. Chi veniva colpito in maniera meno grave, seguendo terapie spesso molto dolorose e sottoponendosi ad interventi, riusciva a recuperare tutta o in parte la mobilità, ma a quale prezzo. Se pensiamo che si trattava di bambini anche piccolissimi e che le cure dovevano essere fatte entro il periodo dello sviluppo.
Giuseppe Risi, ex bambino poliomelitico, grazie alla sua autobiografia "I segnati da Dio" ci fa entrare in questo mondo di piccoli invalidi, spesso ricoverati a lungo  in case di cura, e ci racconta una realtà che molti di noi conoscono appena o, nel caso di chi ha meno di quarant'anni, non conoscono affatto.
Giuseppe, nato le 1946 e al quale la poliomelite venne diagnosticata a pochi mesi, con una prosa semplice ma che coinvolge, ripercorre la propria infanzia e giovinezza, gli anni trascorsi all'Istituto Ortopedico Toscano - ai tempi struttura all’avanguardia in Italia nel campo della cura della poliomielite - la forza d'animo per combattere e superare questa malattia: merito in particolare della tenacia della sua matrigna Marì che non si arrese nemmeno di fronte ad ostacoli che parevano insormontabili.
E proprio a Marì è dedicato il libro, all'amore per quel figlio non suo che grazie a lei è riuscito a camminare normalmente, crearsi una carriera professionale e una famiglia. Dimenticandosi il nomignolo di "zopèt" che per anni l'aveva fatto sentire diverso dagli altri bambini e ragazzini del paese.
«In questo libro – spiega Risi – ho voluto raccontare il senso di inferiorità che ho superato soltanto negli ultimi anni, ma ho anche voluto omaggiare Marì, la matrigna che mi ha cresciuto dandomi l’amore di una madre naturale». E riguardo al titolo del libro chiarisce: «Non si tratta di un effettivo riferimento religioso. Volevo indicare semplicemente l’epiteto affibbiato a coloro che, come me, erano affetti da questa patologia».
Dicevo che la prosa con cui è scritto il libro è semplice, senza pretese letterarie: è chiaro che l'intento dell'autore è unicamente quello di raccontare la propria esperienza. Ma il risultato è una testimonianza preziosa e piacevole, che si legge come un romanzo, e racconta non solo il dramma della poliomelite, ma anche la semplice vita nelle campagne emiliane del dopoguerra e la delicata storia d'amore nata tra le mura dell'Istituto Ortopedico Toscano tra Giuseppe ed Eleonora.


I segnati da Dio
di Giuseppe Risi
Editoriale Sometti

giovedì 29 ottobre 2015

Quando Guardo Verso Ovest di Massimo Lazzari

La recensione che segue è stata pubblicata sulla rivista letteraria on line Critica Letteraria

 Leggendo Quando guardo verso Ovest mi è venuto subito in mente un videoclip, anzi un film composto da 33 videoclip. 33 istantanee, 33 ritratti di altrettanti frammenti di vita a cui fanno da colonna sonora alcuni dei più celebri brani della storia del rock: Doors, Pearl Jam, Beatles, Rolling Stones, Jimy Hendrix, Queen, Led Zeppelin, Pink Floyd, Aerosmith, Guns n’Roses, Nirvana, U2, Red Hot Chili Peppers.
Quanto di meglio, in fatto di musica, ci hanno offerto gli ultimi decenni del XX secolo. Hanno il ritmo delle canzoni di cui portano il titolo questi racconti brevi in cui Lazzari tratteggia personaggi comuni sorpresi a vivere un breve tassello della loro esistenza. All'apparenza accomunati solo dal fil rouge della musica, ma in realtà legati ben più strettamente da un'emozione particolare. La donna che fa parapendio, il ragazzo che continua a suonare una canzone sulla sua chitarra, la coppia di neo genitori un po' spaesati, il figlio che continua a dialogare col padre anche se lui non c'è più, il maratoneta, la pattinatrice, la ragazza dell'Est, e tanti altri personaggi di oggi o di un passato non troppo lontano che Lazzari riesce a rendere con grande realismo, un'istantanea fatta di parole. Nel fermo-immagine, come dicevo, li lega tutti un'emozione particolare: quella di chi ha trovato un varco, un passaggio verso i propri sogni, di chi ha capito che forse ce la fa e sta muovendo il primo passo verso la libertà, reale o virtuale che sia. Non sapremo mai se spiccheranno il volo o se sarà una falsa partenza, ma li conosciamo proprio nel momento più bello, quello in cui c'è la consapevolezza di riuscire, nel momento in cui - per dirla con le parole di Lazzari che a sua volta cita "Stairway to heaven" dei Led Zeppelin - si trovano a fare i conti con “quel sentimento che provano quando guardano verso Ovest e il loro spirito grida per andarsene”.
Non a caso ho parlato di istantanee, perché la scrittura di Lazzari è fotografica, asciutta ma espressiva, traccia immagini vivide e precise senza perdere tempo in inutili divagazioni, con poche frasi inquadra un contesto e fa entrare immediatamente il lettore all'interno di esso.


"Sei arrivato alla fine del mondo. Hai compreso il significato dello zaino, del fardello che ti sei portato sulle spalle fino a qui. Hai compreso il significato delle frecce gialle, che ti hanno indicato la via del tuo cammino interiore. In questo caso c’è solo una cosa che ti resta da fare. Siedi tranquillo sullo scoglio e aspetta che il sole si tuffi nell’oceano. Forse ci vorrà un po’ di tempo ma d’altronde, dopo tutta la strada che hai percorso, ti sei guadagnato il diritto di riposare il corpo e la mente. Per ingannare l’attesa, nel frattempo, potresti guardare verso Ovest e chiederti qual è quel sentimento che spinge il tuo spirito a gridare di andarsene".
Quando Guardo Verso Ovest
di Massimo Lazzari
Antonio Tombolini Editore - Collana Officina Marziani

mercoledì 28 ottobre 2015

I corsi di Carta e Calamaio: presentazione il 30 ottobre alla Libreria Mondadori di Imola

Come forse molti di voi che mi leggete avete scoperto, per lavoro mi occupo di editing, management culturale, comunicazione. E tengo diversi corsi e workshop.
Venerdì 30 ottobre (ore 18.30) alla Libreria Mondadori di Imola, presenterò i corsi che terrò per Carta e Calamaio Servizi editoriali e Agenzia letteraria nei prossimi mesi, dedicati alla scrittura, alla lettura e ai social media e realizzati in collaborazione con Cioccolateria e Pancake.
I corsi, che inizieranno nel mese di novembre, affronteranno due aspetti della scrittura, quella narrativa e quella argomentativa, approfondiranno varie tematiche legate alla lettura e offriranno consigli e informazioni utili sull'uso di Twitter, Facebook e LinkedIn.
Questo il calendario nel dettaglio.

Scrivere per raccontare - Corso di scrittura narrativa
Obbiettivo del corso: scrivere un racconto o romanzo partendo da una idea anche molto schematica di storia e sviluppando la narrazione, fino ad una prima stesura del testo e poi al manoscritto definitivo.
Quando: 17, 24 novembre, 1, 15 dicembre 2015 ore 18-20
Dove: Cioccolateria Imola (Via Orsini 3, Imola)
Costo: € 122

Persi nella rete - Tre mini corsi per usare al meglio i social network e sfruttare efficacemente le loro potenzialità
Twitter: cos’è e come si usa. Come fare microblogging e storytelling in 140 caratteri
Mercoledì 18 novembre 2015 ore 19-21
Facebook: utili strategie per un uso efficace. Le potenzialità meno conosciute. Le impostazioni per difendere la propria privacy
Mercoledì 2 dicembre 2015 ore 19-21
LinkedIn: creare un curriculum on line funzionale, costruirsi una reputazione professionale. Come usarlo per cercare lavoro o proporre professionalità
Mercoledì 16 dicembre 2015 ore 19-21
Dove: Pancake (Via Emilia 199/b, Imola)
Il costo di ciascun mini corso è di 25 €

Scrivere per comunicare - Corso di scrittura argomentativa
Obbiettivo del corso: scrivere un testo (saggio, relazione, lettera, comunicato stampa, ecc.) corretto, efficace, circostanziato, e migliorare le proprie capacità di scrittura in generale.
Quando: 12, 19, 26 gennaio e 2 febbraio 2016 ore 18-20
Dove: Cioccolateria Imola (Via Orsini 3, Imola)
Costo: € 122

Leggere rende liberi - Corso per lettori consapevoli
Obbiettivo del corso: migliorare o approfondire il proprio rapporto con i libri, scoprire aspetti inediti della lettura, ampliare le proprie conoscenze letterarie, trovare spunti e idee o riscoprire la voglia di leggere.
Quando: 16, 23 febbraio, 1, 8 marzo 2016 ore 18-20
Dove: Cioccolateria Imola (Via Orsini 3, Imola)
Costo: € 98

Potete trovare i programmi dettagliati dei corsi, le modalità di iscrizione e altre informazioni sul sito www.cartaecalamaio.com

martedì 20 ottobre 2015

Workshop di pronto soccorso letterario a Montefiore Conca (Rimini)

Se abitate nella zona di Rimini e amate la scrittura, vi segnalo questo workshop che terrò a Montefiore Conca, ospite dell'Associazione MaggiePlanning,  sabato 28 novembre.

Un workshop di pronto soccorso letterario per avere consigli, informazioni, suggerimenti relativi alla scrittura, all’editing, e alle dinamiche del mondo editoriale.  Vi piacerebbe cimentarvi nella scrittura ma non avete una storia interessante da raccontare? Avete in mente una storia bellissima ma quando vi trovate davanti il foglio bianco non sapete da che parte cominciare a scrivere? Dubbi riguardo alla struttura del testo? Vorreste dare vita a personaggi che “lascino il segno”? Come scrivere dialoghi plausibili ed efficaci? Avete bisogno di consigli relativi alla revisione? Siete in grado di tagliare un testo senza pietà e di rileggerlo con senso critico? Sapete dire che differenza c’è tra editing e correzione di bozze? E come si procede per fare un editing efficace? Una volta che il manoscritto è pronto come ci si muove? A chi è consigliabile farlo leggere? Self publishing or not self publishing? Come dare inizio all’impervio percorso verso la pubblicazione con buoni risultati e senza farsi raggirare? Quali sono gli errori da non commettere? Come funziona davvero il mondo editoriale? Quali sono i miti e le leggende metropolitane? E una volta pubblicato il libro come ci si comporta?
Se vi siete posti uno, alcuni o tutti questi interrogativi il workshop di pronto soccorso letterario – editoriale è quello che fa per voi. Una giornata di chiacchierate, approfondimenti, consigli, “trucchi del mestiere”, curiosità e buona cucina assieme ad un professionista del settore, in uno scenario rilassante e suggestivo.
Docente sarà Carla Casazza: scrittrice, editor, giornalista pubblicista, si occupa di scrittura e comunicazione editoriale con una particolare attenzione agli autori esordienti.
Il corso si svolgerà all’Artemusica B&B di Montefiore Conca (Rimini) dalle ore 11 alle 18. Ai partecipanti sono richieste solo carta e penna. Numero massimo dei partecipanti: 15. Costo del corso: 50 euro (pranzo incluso).
Informazioni, iscrizioni e prenotazioni: maggieplanning@gmail.com
cell 349 7591991
Iscrizioni entro il 20 novembre.
È richiesto il versamento di una caparra di 25 euro entro il 24 novembre. Il resto va pagato direttamente durante il workshop.
Il programma della giornata sarà il seguente:
– ore 10.30 accoglienza con ciambella e caffè all’Artemusica B&B che si trova in Via Gemmano 19 – Montefiore Conca (Rimini)
– ore 11 – 13.30 prima parte del workshop
– ore 13.30 – 15 pausa pranzo (è previsto anche un menù vegetariano)
– ore 15 – 18 seconda parte del corso
L’Artemusica B&B offre anche la possibilità di pernottare e se richiesto il servizio navetta dalla stazione di Cattolica.

giovedì 15 ottobre 2015

Contati le dita di Alessio Pracanica - Recensione

La recensione che segue è stata pubblicata sulla rivista letteraria on line Critica Letteraria

 Siamo a Cariddi, immaginario e desolato paesino del messinese da cui i giovani emigrano e non c'è campo per il cellulare, nel pieno della campagna elettorale per la carica del nuovo sindaco. Si sfidano Giuseppe Saglimbeni, conosciuto come Contati-le-dita (perché dopo avergli stretto la mano è meglio verificare che non vi abbia rubato un dito), e Italo Bosco, integerrimo professore in pensione, che durante la sua lunga carriera scolastica ha bocciato almeno la metà dei suoi concittadini.
La sfida tra i due si fa sempre più infuocata e si inasprisce quando la fazione di Contati-le-dita gioca la carta di una nuova fabbrica che dovrebbe risollevare le sorti del paesello. Arriva un ingegnere da Milano per iniziare ad organizzare i lavori, ma Italo Bosco nutre
molti sospetti sulla salubrità dell'operazione. Ma pare che tutti gli altri abitanti siano più sensibili ai vantaggi economici che alle implicazioni ecologiche, e uno alla volta anche i sostenitori di Italo lo abbandonano. Anche la bella Svetlana, la badante della di lui
vecchissima madre, se ne va, sedotta da Contati-le-dita.
Restano accanto a Italo la stordita cugina albergatrice (mossa più dall'eredità che dall'affetto e dall'adesione agli ideali di Italo), una tenace corteggiatrice e qualche sparuto simpatizzante, ma il professore non cede di un millimetro.
Chi vincerà le elezioni? Svetlana sposerà Contati-le-dita?
Un romanzo godibilissimo da leggere tutto d'un fiato, e poi da riprendere in mano con calma una seconda volta per apprezzare le profonde caratterizzazioni dei personaggi, le descrizioni precise di luoghi e situazioni rese efficaci da una prosa di ottimo livello che fa di "Contati le dita", a mio avviso, il migliore dei libri dello scrittore siciliano pubblicati fino ad ora.
Alessio Pracanica con la sua scrittura ironica e accurata traccia un ritratto molto realistico - anche se stemperato dai toni della commedia - della sua Sicilia e dell'Italia tutta, lanciando un sottotesto provocatorio e amaro.

"Questa è al Sicilia, Svetlana mia. Con le sue spiagge piene di sole e il mare limpido. Così limpido che si vede benissimo il fondo, ma finché le cose non salgono a galla, si può fare finta che non esistano."

Contati le dita. Una fiaba elettorale
di Alessio Pracanica
Editore  Barion   

lunedì 12 ottobre 2015

Come lacrime nella pioggia di Sofia Domino - Recensione

Quando Sofia Domino, lo scorso anno, mi ha contattato proponendomi di leggere il suo libro, ho accettato perché è stato scritto principlamente per sensibilizzare l'opinione pubblica sulla condizione delle donne in India. Condizione di cui ora si inizia a parlare più frequentemente anche in Occidente ma che resta insostenibile.
Il romanzo ha il grande pregio di raccontare senza censure la vita di molte donne indiane, mettendola a confronto con quella delle occidentali, e questo suo realismo ne fa una lettura forte, che ti colpisce come un pugno all'imboccatura dello stomaco. Ma è chiaro che l'intento dell'autrice è questo: solo descrivendo in modo chiaro certe situazioni è possibile fare breccia nella coscienza di quanti più lettori possibile.
Purtroppo lo stile narrativo e la scrittura dell'autrice sono molto acerbi, piuttosto "zoppicanti", e questo toglie efficacia al progetto.
Ma se ci dimentichiamo per una volta la "penna rossa" possiamo leggere il romanzo sorvolando sulla forma e concentrandoci sui contenuti e sulle vicende delle due protagoniste.
Sarah Peterson è una ragazza di New York, appassionata di fotografia, fidanzata con un giovane di origine indiana, Abhai, che decide di tornare per una vacanza al suo villaggio natale.
Sarah lo accompagna e - nonostante lui abbia cercato un po' di prepararla - si scontra con una realtà per lei inimmaginabile. Al villaggio Sarah fa amicizia con Asha Sengupta, quindicenne in procinto di sposarsi con un uomo che non ama ma al quale è stata venduta dal proprio padre, come già è accaduto per la sorella. Asha però non si piega alla tradizione e con il sostegno di Sarah cerca di opporsi alla situazione perché vorrebbe continuare a studiare e - soprattutto -  vorrebbe che fosse rispettato il suo diritto di scegliere la vita che desidera. La speranza che qualcosa possa cambiare accompagna Sarah nel suo rientro negli Stati Uniti, ma l'anno successivo, quando con Abahi - che nel frattempo è divenuto suo marito - tornano al villaggio, scopre che Asha è scomparsa. Liberarla dalla trappola in cui è caduta, per Sarah diventerà un’ossessione.
L'autrice del romanzo, Sofia Domino, è presidente dell'Associazione Un ponte per Anne Frank, impegnata sul fronte dei diritti umani, in particolar modo relativamente alle problematiche femminili e dell'infanzia. Tra i progetti che l'Associazione sta portando avanti, ve ne sono alcuni anche in India.

venerdì 9 ottobre 2015

Bianca come l'Africa di Clara Piacentini - Recensione

La recensione che segue è stata pubblicata sulla rivista letteraria on line Critica Letteraria


Tecnicamente è una raccolta di racconti, ma "Bianca come l'Africa" di Clara Piacentini si può leggere come un romanzo poiché le singole narrazioni sono tasselli di un'unica storia declinata attorno ad un personaggio femminile - voce narrante - che racconta la sua esperienza africana e il suo ritorno a casa, in Italia, dopo un percorso di consapevolezza e una sfida alla propria disabilità. La protagonista, infatti, nonostante problemi motori alle gambe (deve camminare sorretta da bastoni) decide di accettare un incarico professionale in Etiopia; qui viene a contatto con un mondo molto diverso dall'Africa che si immagina, quella raccontata attraverso riviste e libri a noi europei, che la cattura, la affascina, e che lei (o meglio la narratrice Piacentini) riesce a descrivere in modo fotografico, tratteggiando con grande precisione e realismo paesaggi e ambienti di grande suggestione. Gli spazi, i tempi in cui si trova immersa, le persone che incontra e con le quali via via intreccia rapporti professionali o di affetto, attraverso le sue parole diventano tangibili e reali, nitidi e vividi, e ci raccontano un'Africa fuori dai canoni classici, e un ritorno alla vita europea vissuto non come un rientro a casa desiderato ma come uno strappo, una stranita e necessaria separazione da una terra che ha conquistato la protagonista e che lei lascia con nostalgia e rimpianto.
Grande cura la Piacentini dedica alla descrizione dei personaggi, dei quali spesso non viene svelato il nome, ma che forse proprio per questo restano più impressi, perché in essi convivono il fascino del mistero e la tangibile presenza nella storia. Sono gli stranieri che vivono in Italia e i bianchi d'Africa, figure a volte appena tratteggiate, altre che irrompono con forza nella pagina e che racchiudono in sé tutte le antinomie del mondo odierno che vede l'umanità in bilico tra situazioni immutate da millenni, o in lentissima evoluzione, e il velocissimo, spasmodico avanzare delle esistenze tecnologiche da Facebook e social vari. In bilico tra l'antico e il futuro prossimo i veri protagonisti della storia narrata sono la vita, l'amore e la morte, facce diverse di un'unica realtà.
La scrittura della Piacentini è essenziale, senza fronzoli, ma risulta (forse proprio per questo) potente e appassionata, in certi momenti triste, in altri vibrante o ironica. Ci conduce per mano alla scoperta di un mondo che riusciamo solo ad intuire e di realtà che pur venendo a contatto e interagendo tra loro, restano sempre distinte su due piani diversi, situazione resa a mio avviso efficace già dal titolo (che contiene in sé un ossimoro e va contro la terminologia “tradizionale”) “Bianca come l'Africa” e dalla bella copertina realizzata dalla designer Marta D'Asaro.
Un libro che è anche un viaggio in una terra ricca di contraddizioni e nelle emozioni umane che di contraddizioni si nutrono.

Bianca come l'Africa
di Clara Piacentini
Antonio Tombolini Editore - Collana Officina Marziani

lunedì 5 ottobre 2015

Il tocco abarico del dubbio di Angela Caccia - Recensione

Chi frequenta il mio blog sa bene che difficilmente recensisco libri di poesia. Il motivo è semplice: occorre avere una buona conoscenza della materia poetica e delle sue regole per potere valutare con cognizione di causa una silloge.
Competenza che non possiedo. Anche io amo leggere poesia ma lo faccio da profana, limitandomi a raccogliere le emozioni "di pancia" che i versi mi suscitano.
Ma mi ha incuriosito il titolo, così ho sfogliato il libro e sono rimasta piacevolmente conquistata dalle poesie in esso raccolte.
Il titolo, dicevo.
Sfido chiunque di voi, o almeno che ha fatto studi umanistici, a dirmi il significato di abarico.
Io sono andata a cercarlo su Wikipedia (perché nel dizionario on line della Treccani il termine non è contemplato) e ho scoperto che in fisica il termine abarico indica "ogni punto in cui la forza gravitazionale terrestre e quella lunare si annullano a vicenda" oppure "punto o altra grandezza in cui non si esercitano forze gravitazionali o sono grandemente attutite".
Ebbene, leggendo le poesie di Angela Caccia capirete che cosa intende per "tocco abarico del dubbio". Io almeno un'interpretazione mia personale me la sono fatta.
Visto che però, come ho scritto, i versi per me sono questione istintiva ed emozionale, lascio da parte le definizioni per dire che in questa silloge si parla di emozioni molto intense e che Angela le trasmette con intensità, efficacia ed originalità.
La silloge infatti, che è divisa in 5 sezioni, propone tra una poesia e l'altra anche brevi prose che contribuiscono a creare una narrazione tangibile e molto reale del vissuto dell'autrice. Il suo dolore per la perdita della madre, la pena per l'amato cane che si sta spegnendo, la nostalgia, l'amore nel senso più ampio (non solo quello sentimentale).
Ma affronta anche temi attuali come il dramma dei migranti, o racconta piccoli momenti magici e sereni, la bellezza del paesaggio, le impressioni suscitate da una natura morta di Cezanne o da una sonata di Debussy. Si sofferma su piacevoli ricordi, si lascia trasportare da divagazioni sulla scrittura e la poesia.
Il tutto con uno stile che riesce ad esprimere le emozioni con delicatezza, coinvolgendo il lettore come se lo accompagnasse per mano attraverso il proprio vissuto di donna, a volte anche molto doloroso, senza che si abbia la sensazione (come a volte capita leggendo certi versi) di venire spinti con prepotenza all'interno dei drammi altrui.
Se poi desiderate leggere questa silloge "procurandovi" qualche strumento in più per comprenderla a fondo, consiglio la lettura della prefazione scritta da Anna Maria Bonfiglio che fornisce chiavi utili per codificare il linguaggio poetico di Angela Caccia.



Il tocco abarico del dubbio
di Angela Caccia
Fara Editore

venerdì 2 ottobre 2015

Scritto sull'acqua: nuova edizione per la mia raccolta di racconti

La mia raccolta di racconti Scritto sull'acqua è uscita per la prima volta in ebook nel 2012. Tre anni per un ebook sono eoni: la tecnologia fa passi da gigante in pochi mesi e un'edizione del 2012 è già obsoleta.
Così ho ripreso in mano la raccoltina e ho realizzato una nuova edizione utilizzando strumenti più aggiornati per realizzare l'ebook.

Ho conservato però la bellissima copertina creata per me da Isabella Paglia, fantastica scrittrice e illustratrice.

Se siete curiosi di leggere questi racconti, scritti negli anni per partecipare a vari concorsi (che non ho mai vinto), potete acquistare l'ebook a questo link, oppure nel mini store che trovate qui sul lato  destro del blog.
Costa come un caffè, ma dura un po' di più.
Leggerlo vi può procurare più soddisfazione di un buon caffè?
Non posso essere certo io a dirlo.
Ma mi auguro che sia così.
E se volete lasciare il vostro commento, mi farà molto piacere.
Di cosa parlano i racconti?
Ecco qui la quarta di copertina per farvi un'idea (molto vaga, lo ammetto).

Lorenzo condottiero stanco di battaglie, Rossana che fugge nella nebbia, Emma in equilibrio tra passato e presente su uno scalino di Trinità dei Monti. Matilde, paziente, attende una nave e un futuro possibile, Michel il futuro l'ha acchiappato e lo tiene stretto, Amelia vive un amore definitivo.
Sei brevi racconti, leggeri come l'acqua che scorre. 



Buona lettura!

mercoledì 30 settembre 2015

Otto sedie per un racconto: laboratorio di scrittura narrativa tenuto da Michele Marziani

Vorrei segnalarvi l'interessante workshop che terrà il mio caro amico e bravissimo scrittore Michele Marziani.

È vero che in Italia i racconti non si leggono?
È quello che sostengono spesso gli editori di fronte agli scrittori che propongono le loro raccolte.
O forse è più vero che in Italia i buoni racconti non si scrivono? Come si sente dire a volte dagli sconsolati lettori italiani.
Forse la verità sta nel fatto che da noi, tramontata la novella e trasformatasi in racconto, c'è poca cultura delle storie. Ci piace di più il romanzo e costa meno fatica: bello lungo, tra le pieghe della narrazione perdona molto all'autore.
Il racconto no, è un esercizio Zen, il fermo immagine su un particolare della vita: non si può sfocare a caso. Eppure i grandi racconti sono capaci di trafiggerci e segnarci per sempre. Questo ci hanno insegnato i novellieri del passato e i narratori del Novecento. In particolare gli americani.
Facciamo allora del racconto la nostra palestra di scrittura.

Otto sedie per un racconto è un laboratorio di scrittura narrativa tenuto da Michele Marziani che si svolgerà a Rimini da novembre 2015 a aprile 2016.
È stato pensato dopo il successo di Otto incontri per un romanzo terminato a maggio 2015. Qui si possono leggere i riassunti delle giornate

mercoledì 16 settembre 2015

L’arte di collezionare mosche di Fredrik Sjöberg

La recensione che segue è stata pubblicata nel numero di settembre della rivista letteraria on line Il Colophon.

 Fredrik Sjöberg è uno scrittore ed entomologo svedese che vive con la famiglia nella piccola isola di Runmarö nell’arcipelago di Stoccolma: la sua materia di studio sono i sirfidi, mosche “specializzate” nel mimetismo delle quali possiede una ricchissima collezione che ha persino esposto alla 53esima Biennale d’Arte di Venezia all’interno del Danish and Nordic Pavilions.
Difficile assegnare una categoria letteraria a L’arte di collezionare mosche che non è un romanzo e nemmeno un saggio: vi sono raccolti episodi biografici, riflessioni, cenni più o meno approfonditi a scienziati e scrittori che hanno avuto un significato nel percorso umano e scientifico di Sjöberg. Il tutto è scritto con uno stile ironico e piacevole che appassiona e consente di conoscere personaggi o argomenti sui quali non mi sarei mai soffermata.
Come Renè Malaise (1892–1978), entomologo, esploratore e scrittore svedese che per Sjöberg costituisce un mito. Ne racconta le fasi salienti della vita in diverse parti del libro offrendo il ritratto di una figura complessa, interessante e poco conosciuta al di fuori dell’ambiente scientifico, che ha vissuto un’esistenza avventurosa e fuori dagli schemi affrontando spedizioni di ricerca in luoghi allora ai limiti della civiltà come la Kamchatka o Burma, ma che oggi è conosciuto soprattutto per avere inventato la trappola per insetti che porta il suo nome. O come Ester Blenda Nordström (1891–1948), compagna per alcuni anni di Malaise, giornalista e avventuriera di grandissimo fascino, antesignana di Kerouac, che nei primi anni del Novecento viaggiò attraverso gli Stati Uniti in autostop e scrisse originali e avvincenti reportage: American: come un immigrato in America (1919) che racconta il suo viaggio negli USA, Serva tra le serve (1914) in cui descrive le difficili condizioni delle domestiche del Södermanland sperimentate di persona nel periodo che trascorse in incognito facendosi passare, appunto, per una serva, Il popolo delle capanne (1916) dedicato alla popolazione nomade dei Sami fra cui lavorò come insegnante per nove mesi. Peccato che questi libri si trovino solo in lingua svedese.
Ma sono una scoperta gli stessi sirfidi, che comprendono oltre 6,000 specie e per difendersi riescono a mimetizzarsi assumendo l’aspetto di tantissimi altri insetti. «… i sirfidi — scrive Sjöberg — sono bestiole miti, facili da collezionare e che si presentano sotto molti travestimenti. A volte non sembrano neanche mosche. Alcuni assomigliano alle vespe, altri alle api, ai terebranti, agli asteridi o a quelle zanzare filiformi, dalle zampe delicate, tanto piccole che la gente normale nemmeno ci fa caso. Diverse specie hanno l’aspetto di grossi, ispidi, bombi, con tanto di ronzio e di polline nella peluria. Solo l’esperto non si lascia ingannare: non siamo in molti, ma viviamo a lungo».
Attraverso i sirfidi, Sjöberg riesce persino a trovare un legame tra narrazione e paesaggio. «… il paesaggio può trasmettere una specie di esperienza letteraria a diversi livelli di profondità […]: prima di tutto bisogna conoscere la lingua. In un dizionario tutto fatto di animali e di piante, dunque, le mosche sono vocaboli in grado di narrare storie di ogni tipo seguendo il codice delle leggi grammaticali dell’evoluzione e dell’ecologia».
Un libro particolare e ricco di elementi utili per “leggere” la natura e il paesaggio attraverso inediti punti di vista.

lunedì 14 settembre 2015

Hotel del ritorno alla natura di George Simenon

La recensione che segue è stata pubblicata nel numero di settembre della rivista letteraria on line Il Colophon.

 Il professor Müller, esimio medico e scienziato berlinese, si è ritirato a vivere in un’isola deserta delle Galapagos assieme alla sua assistente Rita, inseguendo il mito del ritorno alla natura e il desiderio di un’esistenza quasi del tutto solitaria. Non ha tagliato però completamente i legami col resto del mondo grazie a una nave che passa ogni sei mesi a portare notizie, posta e provviste e grazie alla quale il professore fa giungere in Europa un libro in cui racconta la sua esperienza che suscita interesse e viene tradotto in diverse lingue. La fama dell’isola, chiamata Floreana, si diffonde e in occasione di uno dei passaggi della nave sbarcano i coniugi Herrmann col figlio tubercolotico Jef che nel clima dell’isola trova l’ambiente adatto per rimanere in vita, cosa che non sarebbe accaduta nella nativa Germania. Per fortuna Floreana è abbastanza grande per permettere ai cinque (che presto diventeranno sei visto che la signora Hermann è incinta) di coabitare rispettando le debite distanze: Müller e Rita, che convivono senza coinvolgimenti sessuali (anche se Rita è innamorata del professore) nel loro buen retiro ispirato ad uno stile libero e selvatico, gli Herrmann minuscola enclave tedesca e borghese che resiste con le abitudini europee. Ogni tanto si incontrano e socializzano ma senza esagerare. Tutto procede nel migliore dei modi finché sull’isola non sbarca la contessa Von Kleber accompagnata dai due spasimanti Nic e Kraus. La donna, insopportabile, promiscua, manipolatrice e bugiarda, vorrebbe costruire un Hôtel del ritorno alla natura in cui ospitare ricchi e annoiati personaggi a caccia di “selvatiche” emozioni. La presenza dei nuovi arrivati scombina l’equilibrio dell’isola e scatena tutta una serie di eventi che porteranno a un tragico epilogo.
Al di là della vicenda — pare ispirata a un fatto di cronaca — raccontata nello stile coinvolgente e asciutto di Simenon, che tiene incollato il lettore al romanzo fino alle ultime pagine, Hôtel del ritorno alla natura propone alcune riflessioni molto attuali benché sia stato scritto nel 1935. La necessità di recuperare un rapporto più stretto con la natura, di isolarsi dall’eccesso di socialità e da un mondo che va troppo veloce e ritrovare il piacere della lentezza sono temi molto sentiti anche oggi tanto che, se non fosse per alcuni chiari riferimenti temporali all’interno del romanzo, sembrerebbe appena scritto. Ma siamo realmente capaci di tornare a una vita naturale e selvatica oppure ricreeremmo — come fanno gli Herrmann — una copia semplificata della nostra esistenza ultra sociale e sovrastrutturata?
Per contro, la terribile duchessa incarna tutta la deprecabile categoria di coloro che vedono la natura incontaminata come un filone d’oro da sfruttare finché si può senza preoccuparsi delle conseguenze per il pianeta.
Tra le righe si legge anche la fragilità di ogni comunità, piccola — piccolissima come quella di Floreana — o grande che sia il cui equilibrio è davvero appeso a un filo sottile e bastano alcuni avvenimenti all’apparenza poco degni di nota per mandare all’aria questa armonia per sempre. Forse proprio perché è l’uomo l’elemento dissonante della natura.

giovedì 10 settembre 2015

Terzo numero de Il Colophon: Il segreto del bosco vecchio

È on line il nuovo numero della rivista letteraria bimestrale Il Colophon, che ha per titolo Il segreto del bosco vecchio, in omaggio a Buzzati e indaga del rapporto tra uomo, natura e letteratura.
Scrive il direttore della rivista Michele Marziani:
"Il tema della natura l’ho proposto alla redazione in modo semplice. Mi permetto, da direttore, solo questo intervento, trovare l’argomento intorno al quale sviluppare ogni numero della rivista. Ho detto: il titolo è Il segreto del bosco vecchio come lo splendido romanzo di Dino Buzzati. L’argomento è questo: la natura come luogo di narrazione. Dal fantasy ai grandi classici americani. Un percorso attraverso la scrittura e l’ambiente. Da Tolkien a Into the Wild, passando per Jack London e Dino Buzzati. Cos’è questo grande bisogno di natura che ci accompagna?"
Il tema è stimolante e gli articoli, le recensioni, i racconti raccolti in questo numero sono davvero una piccola miniera di tesori.
La copertina, e le illustrazioni interne, sono come sempre della bravissima Marta D'Asaro
Buona lettura!

mercoledì 22 luglio 2015

Splendido come il sole di Tulum di Federica D'Ascani

Confesso che non amo molto i romanzi "rosa" o sentimentali, preferisco altri generi, ma ogni tanto - per curiosità - qualcuno lo leggo. In questo caso avevo avuto modo di apprezzare altri testi di tutt'altro genere della D'Ascani (horror) e mi incuriosiva
vedere come se la cava con spasimi di cuore e romanticherie. Non sono stata delusa perché Splendido come il sole di Tulum si è rivelata una lettura molto piacevole per due motivi: innanzitutto la scrittura ironica e accattivante, poco melensa ma a tratti molto divertente. In secondo luogo perché la trama - pur rientrando nei canoni della storia d'amore - non è così scontata come ci si può aspettare, affrontando anche tematiche come l'amore gay, che possono risultare "scomode".  La storia, infatti, è quella di Fanny, abbandonata dal futuro marito a due ore dalle nozze, che decide di consolarsi facendo ugualmente il viaggio previsto dalla luna di miele, ma accompagnata dal suo migliore amico, Davide. Lui accetta volentieri sia perché l'occasione di un viaggio in Messico è assai ghiotta, sia perché vuole farsi una nuova vita lontano dall'uomo che ama ma che non lo ricambia. Così Fanny e Davide fuggono entrambi dai fantasmi che li  tormentano e si tuffano  - nel vero senso della parola - nella meraviglia di Tulum, bellissima località di mare dove entrambi incontrano qualcuno che fa battere loro nuovamente il cuore. Tra tentennamenti, paura di soffrire, colpi di scena e situazioni imbarazzanti, la storia procede ritmata e accattivante fino al prevedibile happy end.  Una lettura piacevole e fresca adatta a ravvivare queste torride giornate estive.

Splendido come il sole di Tulum
Federica D'Ascani
Rizzoli (Youfeel)

lunedì 20 luglio 2015

L'amore cattivo di Francesca Mazzucato

Per esprimere certi concetti, a volte, non è necessario prendere a prestito termini complicati. Bastano parole elementari, come quelle che usano i bambini.
Nel caso dell'amore, per esempio. C'è l'amore buono, quello che fa stare bene, rende felici, e c'è l'amore cattivo che avvelena l'esistenza.
Non poteva scegliere titolo più efficace Francesca Mazzucato per il suo nuovo romanzo che racconta questo sentimento pericoloso dal quale sgorgano ferite interiori ed esteriori.
Lo racconta in modo intenso ed efficace, declinandolo secondo le diverse sfumature in cui si può incontrare. Perché è amore cattivo non solo quello tra due amanti, può esistere anche nei rapporti tra genitori e figli, tra fratelli, ecc.
Attraverso la storia di Nora, giovane donna in fuga dall'amore cattivo della propria famiglia, che reitera le sue sofferenze accettando un rapporto di coppia - quello con Alessandro - altrettanto tossico, la Mazzucato dipinge situazioni più o meno gravi, più o meno estreme, in cui molte, moltissime donne si ritroveranno. Perché la violenza che fa male e lascia ferite indelebili è sì quella fisica, ma anche quella psicologica e verbale. Spesso la più subdola e difficile da riconoscere come tale.
Un romanzo doloroso che offre spunti di riflessione e può mettere molti lettori - e soprattutto lettrici - di fronte ad una nuova consapevolezza, ma anche uno "strumento" utile per riconoscere certe trappole affettive ed evitare di esservi trascinati dentro.
Un libro ben scritto, appassionante e con importanti risvolti educativi. Da leggere e far leggere.
"L'amore cattivo morde il corpo e lo sventra. Avvilisce l'anima. La rimpicciolisce e la devasta.
L'amore cattivo incenerisce ogni cosa. È piromane, assassino, criminale. Difficile però che resti lontano, escluso, in prigione.
La cenere aumenta man mano.
In maniera infida. Giorno dopo giorno.
Restano polvere, odore di bruciato, impronte di baci malefici.
L'amore cattivo è senza suono e senza odore.
La frontiera fangosa delle anime prostituite."
L'amore cattivo
di Francesca Mazzucato
Giraldi Editore, 2015

mercoledì 8 luglio 2015

Il secondo numero de Il Colophon e la mia recensione a Milano non è Milano di Aldo Nove

Da ieri è on line il secondo numaro della rivista letteraria digitale Il Colophon questa volta tutta dedicata a Milano.
Un numero ricchissimo, con interviste a Giorgio Fontana, Marco Missiroli, Paolo Cognetti, Laura Pariani, Antonio Moresco e tanti altri scrittori, editori, agenti che vivono e lavorano a Milano.
Ci sono bei racconti e numerose recensioni, tra le quali la mia a Milano non è Milano di Aldo Nove che riporto qui di seguito.

Appare evidente fin dal titolo — Milano non è Milano  — che non abbiamo fra le mani una guida turistica. Piuttosto il ritratto, un po’ scombinato e frammentario, che uno scrittore — Aldo Nove — fa della propria città. A modo suo. E infatti inizia a raccontare il capoluogo lombardo attraverso il mito del dio azteco Axolotl che incessantemente si trasforma per non morire. Come Milano.
Proseguendo nella lettura pare incredibile che grazie al puzzle di citazioni da wikipedia o dal sussidiario delle elementari, ai versi di poesie e canzoni, Nove riesca davvero a rendere l’idea di cosa significa per lui questa città, al di fuori degli stereotipi e dall’immagine che se ne fa per lo più chi non ci vive e l’ha sperimentata superficialmente come turista o per lavoro.
“[…] per un bambino che arriva a Milano dalla provincia, Milano è un sogno, strano. Anche un incubo, potremmo dire. ʻUn sogno guasto e cavo al centroʼ, ha detto un grande poeta milanese, Milo De Angelis, forse il più capace, negli ultimi trent’anni, di descrivere le suggestioni e le inquietudini del capoluogo lombardo. O più sobriamente, senza suggestioni metafisiche, quello che avverti, che avvertivo da bambino, era l’urto di una città ʻacuta e duraʼ (Franco Buffoni, altro grande poeta lombardo).”
Attraverso gli occhi di un bambino della provincia vediamo la Milano degli anni Ottanta, attraverso gli occhi più disincantati di Nove ormai adulto scopriamo curiosità che nelle guide turistiche non compaiono, conosciamo la storia di una città distrutta tante volte ma che è sempre stata in grado di rialzarsi in piedi, ha ripulito ogni volta la sua immagine a costo di nascondere le vestigia del passato e si è reinventata continuamente.
Aldo Nove, con la sua scrittura discontinua e un po’ straniante, intrisa di ironia, riesce nell’intento di farci penetrare — per quanto possibile — nell’anima della città rimbalzandoci da piazza Duomo ai Mac Donalds, da Via Montenapoleone agli ipermercati, dal Cenacolo di Leonardo alla metro. Sono tanti anche i luoghi di cui non parla — la Scala, l’Accademia di Brera, giusto per ricordare i più noti — ma già cominciamo a conoscerla un po’ meglio (forse) e a capire se ci affascina o no, trovare la chiave di lettura per interpretare questa città e le sue mille facce in continuo divenire. E decidere se vogliamo approfondirne ulteriormente la conoscenza e la frequentazione. “Milano è come la punta di un iceberg. Sotto, immensa, c’è la sua storia. Ogni tanto un’onda ne scopre un frammento, prima che le acque, nell’opera di corrosione inarrestabile che questa città si è proposta per esistere sempre presente a se stessa, ne presente, lo riportino sotto.”