mercoledì 16 settembre 2015

L’arte di collezionare mosche di Fredrik Sjöberg

La recensione che segue è stata pubblicata nel numero di settembre della rivista letteraria on line Il Colophon.

 Fredrik Sjöberg è uno scrittore ed entomologo svedese che vive con la famiglia nella piccola isola di Runmarö nell’arcipelago di Stoccolma: la sua materia di studio sono i sirfidi, mosche “specializzate” nel mimetismo delle quali possiede una ricchissima collezione che ha persino esposto alla 53esima Biennale d’Arte di Venezia all’interno del Danish and Nordic Pavilions.
Difficile assegnare una categoria letteraria a L’arte di collezionare mosche che non è un romanzo e nemmeno un saggio: vi sono raccolti episodi biografici, riflessioni, cenni più o meno approfonditi a scienziati e scrittori che hanno avuto un significato nel percorso umano e scientifico di Sjöberg. Il tutto è scritto con uno stile ironico e piacevole che appassiona e consente di conoscere personaggi o argomenti sui quali non mi sarei mai soffermata.
Come Renè Malaise (1892–1978), entomologo, esploratore e scrittore svedese che per Sjöberg costituisce un mito. Ne racconta le fasi salienti della vita in diverse parti del libro offrendo il ritratto di una figura complessa, interessante e poco conosciuta al di fuori dell’ambiente scientifico, che ha vissuto un’esistenza avventurosa e fuori dagli schemi affrontando spedizioni di ricerca in luoghi allora ai limiti della civiltà come la Kamchatka o Burma, ma che oggi è conosciuto soprattutto per avere inventato la trappola per insetti che porta il suo nome. O come Ester Blenda Nordström (1891–1948), compagna per alcuni anni di Malaise, giornalista e avventuriera di grandissimo fascino, antesignana di Kerouac, che nei primi anni del Novecento viaggiò attraverso gli Stati Uniti in autostop e scrisse originali e avvincenti reportage: American: come un immigrato in America (1919) che racconta il suo viaggio negli USA, Serva tra le serve (1914) in cui descrive le difficili condizioni delle domestiche del Södermanland sperimentate di persona nel periodo che trascorse in incognito facendosi passare, appunto, per una serva, Il popolo delle capanne (1916) dedicato alla popolazione nomade dei Sami fra cui lavorò come insegnante per nove mesi. Peccato che questi libri si trovino solo in lingua svedese.
Ma sono una scoperta gli stessi sirfidi, che comprendono oltre 6,000 specie e per difendersi riescono a mimetizzarsi assumendo l’aspetto di tantissimi altri insetti. «… i sirfidi — scrive Sjöberg — sono bestiole miti, facili da collezionare e che si presentano sotto molti travestimenti. A volte non sembrano neanche mosche. Alcuni assomigliano alle vespe, altri alle api, ai terebranti, agli asteridi o a quelle zanzare filiformi, dalle zampe delicate, tanto piccole che la gente normale nemmeno ci fa caso. Diverse specie hanno l’aspetto di grossi, ispidi, bombi, con tanto di ronzio e di polline nella peluria. Solo l’esperto non si lascia ingannare: non siamo in molti, ma viviamo a lungo».
Attraverso i sirfidi, Sjöberg riesce persino a trovare un legame tra narrazione e paesaggio. «… il paesaggio può trasmettere una specie di esperienza letteraria a diversi livelli di profondità […]: prima di tutto bisogna conoscere la lingua. In un dizionario tutto fatto di animali e di piante, dunque, le mosche sono vocaboli in grado di narrare storie di ogni tipo seguendo il codice delle leggi grammaticali dell’evoluzione e dell’ecologia».
Un libro particolare e ricco di elementi utili per “leggere” la natura e il paesaggio attraverso inediti punti di vista.

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