venerdì 20 novembre 2015

Il libro è una lettera a destinatari sconosciuti: la mia intervista a Giulio Mozzi su Il Colophon

La seguente intervista è stata pubblicata nel numero di novembre della rivista letteraria on line Il Colophon.

Giulio Mozzi è scrittore e consulente editoriale (attualmente per Marsilio). Da vent'anni tiene corsi e laboratori di scrittura e narrazione e ha fondato con Laurana Editore la Bottega di narrazione. Tra gli autori che hanno pubblicato le loro prime opere grazie alla sua attività di scouting segnaliamo Tullio Avoledo, Marco Candida, Antonio Pagliaro, Mariolina Venezia.
 

Partiamo da una riflessione di David Foster Wallace che costituisce uno degli spunti attorno a cui è stato costruito questo numero della rivista: «Se uno scrittore si rassegna all’idea che il pubblico sia troppo stupido, ad aspettarlo ci sono due trappole. Una è la trappola dell’avanguardismo: si fa l’idea che sta scrivendo per altri scrittori, perciò non si preoccupa di rendersi accessibile o affrontare questioni rilevanti. Si preoccupa di far sì che ciò che scrive sia strutturalmente e tecnicamente raffinatissimo: involuto al punto giusto, ricco di appropriati riferimenti intertestuali… L’opera deve sprizzare intelligenza. Ma all’autore non importa nulla se sta comunicando o meno con un lettore interessato a provare quella stretta allo stomaco che è poi il motivo principale per cui leggiamo. Sul fronte opposto ci sono opere volgari, ciniche, commerciali, realizzate secondo formule prestabilite – essenzialmente, il corrispondente letterario della tv – che manipolano il lettore, che presentano materiale grottescamente semplificato con uno stile avvincente perché infantile.
La cosa strana è che vedo questi due fronti farsi la guerra quando in realtà hanno un’origine comune, che è il disprezzo per il lettore: l’idea che l’attuale emarginazione della letteratura sia colpa del lettore. Il progetto che vale la pena portare avanti è invece quello di scrivere qualcosa che abbia in parte la ricchezza, la complessità, la difficoltà emotiva e intellettuale dell’avanguardia, qualcosa che spinga il lettore ad affrontare la realtà invece che a ignorarla; ma farlo in maniera tale che il risultato provochi anche piacere a chi legge. Il lettore deve sentire che l’autore sta parlando con lui, non assumendo una serie di pose».
Cosa ne pensa? Condivide questo punto di vista?

Ma: in Italia, ho l’impressione che il luogo comune più corrente sia che l’attuale emarginazione della letteratura sia colpa degli editori. Peraltro io devo ancora trovare qualcuno che mi dimostri che la letteratura attualmente è emarginata.
Quanto al “progetto che vale la pena di portare avanti”, penso che si possa dirlo più brevemente così: buoni libri capaci di farsi leggere da molti (e così anche questo diventa un luogo comune).
 

Nelle sue lezioni di (non) un corso di scrittura e narrazione, afferma che una narrazione è, in fondo, una specie di lunga lettera inviata a uno sconosciuto. Ci spiega cosa intende?
Intendo ciò che ho scritto: che un libro è come una lunga lettera inviata a destinatari sconosciuti (notare il plurale).
Una volta non era così. Una volta le persone che leggevano erano così poche, e così prossime per condizione sociale economica culturale a quelli che i libri li scrivevano, che i libri erano lunghe lettere inviate a destinatari ben conosciuti.
Poi c’è stata la scolarizzazione di massa (cosa della quale possiamo essere solo felici), e oggi chi scrive i libri non ha un’idea precisa di chi li leggerà, né può presumersi prossimo a chi leggerà per condizione sociale economica e culturale.
Per questa ragione, nel risvolto di copertina del mio primo libro, lì dove si mette di solito la biografia dell’autore, feci scrivere: “Giulio Mozzi è nato nel 1960. Abita a Padova in via Michele Sanmicheli 5 bis”. Oggi ho cambiato casa (sto sempre a Padova, ma in via Comino 16/b) ma non logica. Chi voglia raggiungermi al telefono non deve spendere più di pochi secondi con un motore di ricerca.
Un libro è una lunga lettera inviata a destinatari sconosciuti; una lettera che non permette al destinatario di rispondere è una lettera insensata.
 

Alcuni scrittori dicono di scrivere solo per se stessi e di essere indifferenti alle reazioni che i loro libri hanno sul lettore, altri di scrivere ciò che vorrebbero leggere, altri ancora ritengono il lettore conditio sine qua non per l'esistenza dello scrittore. Lei perché scrive e quanto ritiene importante il lettore per la sua scrittura?
Scrivo perché mi pare che mi venga benino. Ovviamente se non ci fossero lettori non scriverei.
 

Ci parla del Giulio Mozzi lettore? È onnivoro o selettivo? Legge un libro alla volta con calma oppure porta avanti contemporaneamente più letture? Sottolinea, fa “orecchie” sulle pagine, mette post-it, si annota i passaggi interessanti oppure ha un rapporto meno “fisico” col libro?
Sono un lettore di molta poesia, parecchia saggistica letteraria filosofica sociologica, pohissimi romanzi.
Leggo in buona misura secondo il bisogno. Bisogno che ho di imparare certe forme, bisogno che ho di sapere certe cose per il mio lavoro, eccetera.
Leggo un libro per volta, ma ho un certo numero di libri sempre aperti (le Rime di Dante, le Poesie di Ciro di Pers, Dune di Frank Herbert ecc.).
Non sottolineo. Faccio qualche orecchio. Non schedo. Ho un’ottima memoria.
 

Ogni libro che leggiamo - come ogni esperienza che facciamo - ci rende diversi da ciò che eravamo prima di leggerlo. Non intendo che ci rende migliori, ma solo che ci cambia in modo impercettibile o più evidente. Per me la lettura è anche questo. Per lei?
Anche un’insalata di riso o una caduta in bicicletta ci rendono diversi da come eravamo prima.
 

E la scrittura?
Idem.
Posso dire che una volta, quand’ero ragazzino, per prendermi in giro mi dicevano che parlavo come un libro stampato. Oggi ai miei allievi càpita di accorgersi che scrivo esattamente come parlo.
Questo è stato il grande cambiamento: da un parlare che si appoggiava a ciò che leggevo, a uno scrivere che si appoggia su sé stesso.
 

C'è un libro (o più libri) che ha segnato una pietra miliare nella sua formazione personale, che le ha insegnato qualcosa di importante, senza il quale non sarebbe il Giulio Mozzi di oggi?
Il libro di Giobbe. Nel quale il creatore, per scommessa, lascia Giobbe nelle mani di Satana. Quando, dopo aver perduto tutto, Giobbe si rivolge al creatore domandando perché, il creatore risponde: “Che domande sono? Ciò che io faccio è giusto perché l’ho fatto io, e stop”.

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