mercoledì 27 maggio 2015

L'amore non c'entra di Luca Martini

La mia recensione pubblicata su BookAvenue

Quanto amore c'è nelle nostre vite? Quanto influisce nelle nostre scelte, nei nostri comportamenti?
E la sua assenza come ci trasforma? Parliamo di amore a 360 gradi, amore sentimentale, per un amico, un figlio, per la musica, l'arte, o semplicemente per la vita.
I diciotto racconti che compongono la raccolta L'amore non c'entra di Luca Martini potrebbero fornire delle risposte a questi interrogativi, oppure dimostrarci che non serve immaginare trame elaborate per colpire la sensibilità del lettore perchè in ogni gesto quotidiano, a volte anche banale, raccontato in queste storie, ritroviamo tutta la drammaticità o la tenereezza o l'assurdità o l'ironia dell'esistenza.
Sono storie legate da un filo di malinconia, i cui personaggi spesso si sono persi, hanno smarrito la trama dei sogni che
inseguivano un tempo, si sono rassegnati a farsi trascinare dalla vita, lontano da ciò che avrebbero voluto essere. C'è chi si ritrova, fa in tempo a corregere il tiro e tornare sul percorso tracciato dalla buone intenzioni, c'è chi invece manca l'appiglio e continua a farsi trascinare dall'esistenza.
La scrittura essenziale, senza sbavature, ma allo stesso tempo molto emozionante di Martini, tratteggia piccoli scorci di vita con vivido realismo, con delicatezza e un filo di ironia che non guasta mai. Racconta storie un po'surreali che però - in questo nostro strano mondo - potrebbero essere più vicine alla realtà di quanto immaginiamo.
Diciotto racconti che si possono gustare uno alla volta, o leggere d'un fiato come un romanzo che cattura, e in entrambi i casi restano dentro, sedimentano, ti tornano in mente dopo giorni, segno che sono stati capaci davvero di parlarti.

L'amore non c'entra
di Luca Martini
(Edizioni La Gru, 2015)

lunedì 11 maggio 2015

Tra Rothko e tre finestre di Corrado Paina - La mia recensione pubblicata su Il Colophon

La recensione che segue è stata pubblicata nel numero di maggio della rivista letteraria on line Il Colophon.

Nella Toronto dei primi anni 2000, Luigi Sasta — anziano direttore del quotidiano Stampa Italica — si trova coinvolto nelle indagini per l’omicidio di Michele Carrieri, persona all’apparenza integerrima, che si è ricostruito una vita in Canada cambiando persino nome in Michael Carrier.
Un giallo “classico” che Corrado Paina — alla sua prima prova come romanziere dopo avere pubblicato varie sillogi poetiche — usa come “pretesto” per raccontare la realtà degli emigranti italiani (e non solo) in Canada. Un racconto che viene direttamente dall’esperienza dell’autore poiché Paina vive in Canada da circa trent’anni.
Già dall’incipit è fortissima la presenza di questo tema che diviene anche uno degli elementi importanti dell’indagine per la quale il sergente Stevens chiede l’aiuto del vecchio amico Sasta: perché Michele Carreri ha cambiato nome? Voleva integrarsi completamente nel nuovo Paese in cui viveva, oppure aveva qualcosa da nascondere? Chi lo ha ucciso mentre stava visitando una mostra all’Art Gallery of Ontario? Cosa nasconde la sua compagna Valeria Furlon, che appare reticente a raccontare il passato dell’uomo?
Sono queste le domande che affollano la mente di Luigi Sasta, emigrante anche lui, ma di quelli radicati da tempo nella comunità, che dirige un giornale in lingua italiana sull’orlo del fallimento, perché ormai a Toronto di italiani che leggono nella loro lingua d’origine ce ne sono pochi. Attraverso i pensieri e gli spostamenti di Luigi entriamo nei quartieri che un tempo furono degli emigranti, conosciamo una comunità — quella degli italo-canadesi — ormai completamente integrata nella società e cultura del paese che li ospita, ma che conserva le tipicità della patria d’origine, forse per nostalgia, forse perché è difficile dissociarsene completamente. Come è difficile cancellare i pregiudizi — a volte davvero banali e scontati — che sussistono tuttora nei confronti dei nostri connazionali: “italiano uguale mafia, intrallazzi, guai”. E si comprende anche l’origine dei pregiudizi osservando con gli occhi di Sasta i suoi scalcinati colleghi della redazione.
L’anziano giornalista, nonostante l’angina che lo tormenta, fiuta una buona pista e incalza il presunto colpevole fino a rischiare la propria vita. E intanto fantastica di un ritorno in Italia (da cui era partito bambino piccolo), di un buen retiro nelle Marche. Ma quando le indagini lo portano davvero a rientrare nel nostro Paese, si trova in mezzo a una Milano che non riconosce più, così come non riconosce la sua nazione d’origine che sembra meno italiana degli italiani di Toronto.
Un esordio molto interessante sia per l’autore, sia per la collana Oceania di Antonio Tombolini Editore, dedicata agli autori in lingua italiana che vivono in altre nazioni e che proprio con Tra Rothko e Tre Finestre inaugura le proprie pubblicazioni.

venerdì 8 maggio 2015

Slow Reading Manifesto: incontro a Pesaro il 9 maggio

Lo Slow Reading Manifesto arriva a Pesaro, dove il 9 maggio alla Biblioteca San Giovanni (Via Passeri 102) dalle ore 17 si parlerà di questa iniziativa nata per valorizzare una modalità di lettura che, con l’avvento del digitale, rischia l’estinzione. Ci si confronterà anche sulla profonda rivoluzione che l’editoria sta vivendo e su tanti altri temi legati alla lettura e ai libri. Ad illustrare il presupposti dello Slow Reading Manifesto sarà il suo stesso ideatore, Antonio Tombolini, editore e CEO di Simplicissimus Book Farm, affiancato da Michele Marziani – direttore editoriale di Antonio Tombolini Editore – e Marco Valenti – scrittore – che spiegheranno in modo semplice cos’è un ebook, come si usa, quali opportunità offre ad un lettore e racconteranno il loro rapporto con la lettura slow e la loro esperienza con la pubblicazione in ebook.
“Noi siamo le nostre (mancate) letture”, afferma Antonio Tombolini e prosegue “lo Slow Reading con l’avvento del digitale, rischia l’estinzione. E con essa rischiano di estinguersi i libri intesi come contenuti da fruire lentamente. È importante salvare lo Slow Reading dall’estinzione perché, se il Fast Reading nutre il nostro bisogno di informazione, esso da solo non basta per il nostro nutrimento spirituale, per la formazione di ciò che siamo in consapevolezza e libertà”.

giovedì 7 maggio 2015

Amsterdam è una farfalla di Marino Magliani - La mia recensione pubblicata su Il Colophon

La recensione che segue è stata pubblicata nel numero di maggio della rivista letteraria on line Il Colophon.

Difficile definire Amsterdam è una farfalla con poche parole: non è un romanzo vero e proprio, nemmeno una guida turistica per ciclisti o un racconto biografico. Anzi è tutto questo e molto altro.
Marino Magliani scrive in prima persona e inizialmente si pensa di leggere gli appunti di uno scrittore italiano trapiantato in Olanda a cui è stato chiesto di scrivere un libro per raccontare Amsterdam ai lettori che amano la bicicletta. E in queste prime pagine Magliani riporta le sue riflessioni riguardo al progetto da realizzare, il timore di scrivere una banale guida turistica e la nascita dell’idea attorno a cui vorrebbe scrivere il libro: seguire un personaggio immaginario, Gregorio Sanderi, che nel 2100 va alla ricerca della luce di Amsterdam.
Così Magliani prende la bicicletta, lui ligure di montagna non avvezzo ai pedali, e inizia piuttosto impacciato a cercare i luoghi della luce nella città. Ma il suo traduttore Roland Fagel, interpellato per qualche consiglio sul libro, lo fa desistere da questo progetto che giudica bruttissimo e decide di accompagnare Magliani in una esplorazione della Amsterdam meno conosciuta e più interessante, sempre a cavallo della due ruote. Nelle loro peregrinazioni, che durano qualche giorno, Fagel si assume il ruolo di guida e di memoria della città, coadiuvato dall’energica Welmoet, che non perde occasione per provarci con Magliani. Insieme a questo improbabile trio, il lettore comincia a conoscere gli aspetti meno noti della città, la sua storia, i luoghi magici e gli eventi — anche piuttosto recenti — che ne hanno forgiato il carattere. Come le speculazioni urbanistiche legate al progetto della metropolitana o il movimento dei Krakers che negli anni Settanta e Ottanta occupavano abitazioni abbandonate affinché non fossero buttate giù, vista l’abitudine delle amministrazioni locali di radere al suolo interi isolati quando gli edifici sono in disuso per costruirne di nuovi, perché — scrive Magliani — «Per gli olandesi riutilizzare significa radere al suolo».