venerdì 27 novembre 2015

Inventario dei pensieri felici: Pancake

Chi mi segue con attenzione sa che da qualche tempo ho deciso di dedicare un post ogni tanto ai luoghi magici che frequento, persone belle che incontro, e tutto ciò che della mia vita è degno di essere raccontato.
E raccolgo questi post sotto il titolo Inventario dei pensieri felici, perché i pensieri felici sono il motore che ci aiuta a stare bene e affrontare la quotidianità.
Pancake è una bakery americana, un laboratorio che produce torte, biscotti, muffin, cupcake ed altre prelibatezze dolci della tradizione statunitense, e anche hamburger, bagel, zuppe, muffin salati da leccarsi i baffi. Realizzati completamente in modo artigianale (dal pane alle salse, fanno tutto loro) e per quanto possibile con prodotti a km 0.
Si possono consumare nel locale arredato con uno stile minimal di grande eleganza, oppure prendere da asporto.
Io, che ho tantissimi problemi alimentari per questioni di salute, trovo da Pancake molte cose ammesse dalla mia rigorosa dieta (senza grano, senza lattosio) e sono anche buonissime!
Quindi, come potete immaginare, ci capito spesso, anche perchè i ragazzi che lo gestiscono e ci lavorano - tutti sotto i trenta - sono una ventata di simpatia e gioventù, che non guasta mai.
Insomma è uno dei miei "comfort place" per eccellenza.
Tanto che ho deciso di organizzare lì alcuni dei corsi che svolgo per lavoro. In effetti la location è piuttosto anticonformista, ma a me non importa, perchè è un luogo ospitale e dove si sta bene.
Per sapere qualcosa di più sui corsi potete andare a questo  link.
A dicembre ne terrò due da Pancake, occasione ottima anche per assaggiare la loro cucina, visto che hanno pensato un menù in promozione per chi partecipa ai corsi.

Persi nella rete - Mini corsi per usare al meglio i social network e sfruttare efficacemente le loro potenzialità
Facebook: utili strategie per un uso efficace. Le potenzialità meno conosciute. Le impostazioni per difendere la propria privacy
Mercoledì 2 dicembre 2015 ore 19-21
LinkedIn: creare un curriculum on line funzionale, costruirsi una reputazione professionale. Come usarlo per cercare lavoro o proporre professionalità
Mercoledì 16 dicembre 2015 ore 19-21
Dove: Pancake (Via Emilia 199/b, Imola)
Il costo di ciascun mini corso è di 25 €

martedì 24 novembre 2015

L’estate che non passerà di Tiziana Frosali - Recensione

La recensione che segue è stata pubblicata sulla rivista letteraria on line Critica Letteraria

 Ve le ricordate le fanzine? Chi ha intorno ai 40 anni (e anche più) certamente ne avrà sfogliate, collezionate, forse anche realizzate. E più erano artigianali e "underground" più parevano belle e interessanti. Nel romanzo L’estate che non passerà di Tiziana Frosali proprio una fanzine è al centro della storia: siamo nell'estate del 1998 e un gruppo di amici toscani, fan dei Duran Duran a cui hanno dedicato - appunto - una fanzine, casualmente scoprono la band italiana dei Bluevertigo che è impegnata a portare in giro il Metallo Non Metallo Tour. Il loro entusiasmo si trasforma in un fedele "vagabondaggio" per l'Italia seguendo per quanto possibile le tappe del tour e via via
scaturisce l'amicizia con Morgan, Livio, Andy e Sergio, i componenti della band. Ma fra un concerto e l'altro, le chiacchiere sulla musica e sulla vita e un progetto un po' folle che li coinvolge tutti, l'amicizia rischia di trasformarsi, per alcune delle ragazze, in un sentimento più complesso che può rovinare il fantastico clima di un'estate da non dimenticare.
Il romanzo - tributo ai Bluvertigo ma anche ai Duran Duran e a tutta la musica degli anni '80 e '90 - scritto con ritmo e uno stile fresco e coinvolgente, mi ha fatto fare un viaggio a ritroso e credo lo farà fare anche a molti altri lettori, un bell'amarcord per chi con
quella musica ci è cresciuto.
Ma è anche occasione per le generazioni più giovani di immergersi nelle atmosfere e nella musica di quegli anni e di farne una conoscenza più approfondita: ci si può persino creare una playlist tutta da scoprire individuando a quali canzoni si riferiscono i titoli dei capitoli - che rimandano a brani famosi degli ultimi decenni del XX secolo - e prendendo spunto dalla set list al termine del libro.
"Eravamo ragazzini in gita scolastica, con la faccia da adulti e la rara fortuna di coloro che ancora per un po’ possono permettersi di sentirsi leggeri, di giocare, cantare, ballare e tenersi per mano per non perdersi, per non essere portati via dall’entusiasmo della folla.
Il Nucleo, So Low, Vertigoblu, Storiamedievale, Oggi hai Parlato Troppo si susseguirono in un crescendo di passione spensierata. C’era un’atmosfera particolarmente festosa in quella notte settembrina in val Padana: il cielo nero era limpido e terso, pieno di piccoli puntini luminosi e un’enorme luna piena a fare sfoggio di sé e della sua perfetta rotondità.
Forse perché eravamo in tanti e ci divertivamo a ballare il twist, forse perché cantavamo tutti assieme, o perché i ragazzi erano in splendida forma e continuavano a sorridere tutti, anche Morgan che guardava verso di noi e gli scappavano sorrisi pieni. Forse per tutto questo o solo per il fatto di essere insieme in mezzo alla musica, eravamo felici."


L’estate che non passerà
di Tiziana Frosali
La Tana del Bianconiglio, 2015

venerdì 20 novembre 2015

Il libro è una lettera a destinatari sconosciuti: la mia intervista a Giulio Mozzi su Il Colophon

La seguente intervista è stata pubblicata nel numero di novembre della rivista letteraria on line Il Colophon.

Giulio Mozzi è scrittore e consulente editoriale (attualmente per Marsilio). Da vent'anni tiene corsi e laboratori di scrittura e narrazione e ha fondato con Laurana Editore la Bottega di narrazione. Tra gli autori che hanno pubblicato le loro prime opere grazie alla sua attività di scouting segnaliamo Tullio Avoledo, Marco Candida, Antonio Pagliaro, Mariolina Venezia.
 

Partiamo da una riflessione di David Foster Wallace che costituisce uno degli spunti attorno a cui è stato costruito questo numero della rivista: «Se uno scrittore si rassegna all’idea che il pubblico sia troppo stupido, ad aspettarlo ci sono due trappole. Una è la trappola dell’avanguardismo: si fa l’idea che sta scrivendo per altri scrittori, perciò non si preoccupa di rendersi accessibile o affrontare questioni rilevanti. Si preoccupa di far sì che ciò che scrive sia strutturalmente e tecnicamente raffinatissimo: involuto al punto giusto, ricco di appropriati riferimenti intertestuali… L’opera deve sprizzare intelligenza. Ma all’autore non importa nulla se sta comunicando o meno con un lettore interessato a provare quella stretta allo stomaco che è poi il motivo principale per cui leggiamo. Sul fronte opposto ci sono opere volgari, ciniche, commerciali, realizzate secondo formule prestabilite – essenzialmente, il corrispondente letterario della tv – che manipolano il lettore, che presentano materiale grottescamente semplificato con uno stile avvincente perché infantile.
La cosa strana è che vedo questi due fronti farsi la guerra quando in realtà hanno un’origine comune, che è il disprezzo per il lettore: l’idea che l’attuale emarginazione della letteratura sia colpa del lettore. Il progetto che vale la pena portare avanti è invece quello di scrivere qualcosa che abbia in parte la ricchezza, la complessità, la difficoltà emotiva e intellettuale dell’avanguardia, qualcosa che spinga il lettore ad affrontare la realtà invece che a ignorarla; ma farlo in maniera tale che il risultato provochi anche piacere a chi legge. Il lettore deve sentire che l’autore sta parlando con lui, non assumendo una serie di pose».
Cosa ne pensa? Condivide questo punto di vista?

Ma: in Italia, ho l’impressione che il luogo comune più corrente sia che l’attuale emarginazione della letteratura sia colpa degli editori. Peraltro io devo ancora trovare qualcuno che mi dimostri che la letteratura attualmente è emarginata.
Quanto al “progetto che vale la pena di portare avanti”, penso che si possa dirlo più brevemente così: buoni libri capaci di farsi leggere da molti (e così anche questo diventa un luogo comune).
 

Nelle sue lezioni di (non) un corso di scrittura e narrazione, afferma che una narrazione è, in fondo, una specie di lunga lettera inviata a uno sconosciuto. Ci spiega cosa intende?
Intendo ciò che ho scritto: che un libro è come una lunga lettera inviata a destinatari sconosciuti (notare il plurale).
Una volta non era così. Una volta le persone che leggevano erano così poche, e così prossime per condizione sociale economica culturale a quelli che i libri li scrivevano, che i libri erano lunghe lettere inviate a destinatari ben conosciuti.
Poi c’è stata la scolarizzazione di massa (cosa della quale possiamo essere solo felici), e oggi chi scrive i libri non ha un’idea precisa di chi li leggerà, né può presumersi prossimo a chi leggerà per condizione sociale economica e culturale.
Per questa ragione, nel risvolto di copertina del mio primo libro, lì dove si mette di solito la biografia dell’autore, feci scrivere: “Giulio Mozzi è nato nel 1960. Abita a Padova in via Michele Sanmicheli 5 bis”. Oggi ho cambiato casa (sto sempre a Padova, ma in via Comino 16/b) ma non logica. Chi voglia raggiungermi al telefono non deve spendere più di pochi secondi con un motore di ricerca.
Un libro è una lunga lettera inviata a destinatari sconosciuti; una lettera che non permette al destinatario di rispondere è una lettera insensata.
 

Alcuni scrittori dicono di scrivere solo per se stessi e di essere indifferenti alle reazioni che i loro libri hanno sul lettore, altri di scrivere ciò che vorrebbero leggere, altri ancora ritengono il lettore conditio sine qua non per l'esistenza dello scrittore. Lei perché scrive e quanto ritiene importante il lettore per la sua scrittura?
Scrivo perché mi pare che mi venga benino. Ovviamente se non ci fossero lettori non scriverei.
 

Ci parla del Giulio Mozzi lettore? È onnivoro o selettivo? Legge un libro alla volta con calma oppure porta avanti contemporaneamente più letture? Sottolinea, fa “orecchie” sulle pagine, mette post-it, si annota i passaggi interessanti oppure ha un rapporto meno “fisico” col libro?
Sono un lettore di molta poesia, parecchia saggistica letteraria filosofica sociologica, pohissimi romanzi.
Leggo in buona misura secondo il bisogno. Bisogno che ho di imparare certe forme, bisogno che ho di sapere certe cose per il mio lavoro, eccetera.
Leggo un libro per volta, ma ho un certo numero di libri sempre aperti (le Rime di Dante, le Poesie di Ciro di Pers, Dune di Frank Herbert ecc.).
Non sottolineo. Faccio qualche orecchio. Non schedo. Ho un’ottima memoria.
 

Ogni libro che leggiamo - come ogni esperienza che facciamo - ci rende diversi da ciò che eravamo prima di leggerlo. Non intendo che ci rende migliori, ma solo che ci cambia in modo impercettibile o più evidente. Per me la lettura è anche questo. Per lei?
Anche un’insalata di riso o una caduta in bicicletta ci rendono diversi da come eravamo prima.
 

E la scrittura?
Idem.
Posso dire che una volta, quand’ero ragazzino, per prendermi in giro mi dicevano che parlavo come un libro stampato. Oggi ai miei allievi càpita di accorgersi che scrivo esattamente come parlo.
Questo è stato il grande cambiamento: da un parlare che si appoggiava a ciò che leggevo, a uno scrivere che si appoggia su sé stesso.
 

C'è un libro (o più libri) che ha segnato una pietra miliare nella sua formazione personale, che le ha insegnato qualcosa di importante, senza il quale non sarebbe il Giulio Mozzi di oggi?
Il libro di Giobbe. Nel quale il creatore, per scommessa, lascia Giobbe nelle mani di Satana. Quando, dopo aver perduto tutto, Giobbe si rivolge al creatore domandando perché, il creatore risponde: “Che domande sono? Ciò che io faccio è giusto perché l’ho fatto io, e stop”.

giovedì 19 novembre 2015

Diario di bordo di uno scrittore di Björn Larsson - Recensione

La recensione che segue è stata pubblicata nel numero di novembre della rivista letteraria on line Il Colophon.

 Lo scrittore svedese Björn Larsson è conosciuto in Italia soprattutto per i romanzi La vera storia del pirata Long John Silver e Il cerchio celtico, ma la sua produzione letteraria è assai più ampia. Ad essa ha dedicato Diario di bordo di uno scrittore, realizzato in esclusiva per i lettori italiani in occasione dei 25 anni della Casa Editrice Iperborea (che pubblica Larsson nel nostro Paese), nel quale racconta il proprio percorso professionale analizzando uno per uno i suoi libri e il processo creativo da cui ciascuno di essi è scaturito.
Così Larsson dedica ad ogni libro un capitolo, procedendo in rigoroso ordine cronologico dalla sua prima pubblicazione, una raccolta di racconti intitolata Splitter (Relitti), fino al romanzo I poeti morti non scrivono gialli, ricostruendo la loro genesi ed evoluzione, le idee e le emozioni da cui sono nati. "[...] questa è una visita al cantiere dove viene impostata la chiglia, si disegna il progetto, si immagazzinano i materiali necessari, a volte con molte difficoltà di consegna. Un invito al lettore nell’officina dello scrittore. Ma ho anche voluto dire qualcosa sul dopo, su quello che succede una volta avvenuto il varo" scrive Larsson.
Secondo lui quello dello scrittore è un mestiere solitario che presuppone un costante interrogarsi sul senso di ciò a cui si dà vita, sentendo sulle proprie spalle la responsabilità di lasciare ai lettori non solo una bella storia con cui svagarsi per qualche ora, ma contenuti su cui riflettere, idee che lascino traccia e magari servano a cambiare in qualche modo la vita di chi legge. Possibilmente in senso positivo. Ritiene che scrivere sul serio, non come hobby o svago, ma nel tentativo di creare un buon libro, il migliore di cui si è capaci, sia una grande fatica. Un impegno totalizzante che ti monopolizza finchè non hai messo la parola “fine”.
"Potrà suonare retorico" - dice ancora Larsson - "ma uno dei motivi per cui scrivo è proprio perché qualcuno un giorno sappia che sono esistito e che ho fatto del mio meglio perché altri, in particolare i miei lettori, possano vivere un’esistenza che ha significato". Mi pare un patto impegnativo da stringere coi lettori, ma anche una bella promessa per chi si troverà in mano i suoi libri, una garanzia di qualità o almeno l'idea confortante che mentre l'autore buttava giù la sua storia, parola dopo parola, pensava un po' anche a noi che ora leggiamo il suo romanzo.
Forse è proprio per questo che molti di noi trovano la lettura non solo un'attività che arricchisce culturalmente, diverte, rilassa, insegna, ma anche qualcosa di rasserenante e terapeutico.
Tornando a Diario di bordo, è affascinante leggere i fatti, le coincidenze, i pensieri che hanno dato origine alle idee attorno a cui hanno preso corpo le trame dei vari libri, scoprire come questi abbiano influito sulla vita dello scrittore determinando, a volte, le successive scelte professionali o metodologiche. Vedere quanto studio c'è dietro ad ogni romanzo, e quali piccole "follie" può compiere lo scrittore in nome della propria storia.
Questo è un libro che sicuramente i lettori di Larsson ameranno, perché fornisce loro molte risposte agli interrogativi nati leggendo i suoi romanzi. Ma è interessante anche per chi scrive, per comprendere - senza tanta retorica e nessuna pretesa didattica - come funzionano le dinamiche della scrittura, qual'è l'approccio al "foglio bianco" di un professionista, il livello di coinvolgimento emotivo a cui chi vuole fare seriamente questo mestiere va incontro.
Ma Larsson non intende spaventare o scoraggiare nessuno, così questo libro è anche il racconto ironico e accattivante di un "mestiere" di sicuro impegnativo ma tuttavia molto soddisfacente.
Niente a che vedere con la scrittura come sofferenza ostentata da certi autori.
Perché - come scrisse il poeta francese Jean Malrieu - "Corre voce che si può essere felici".

mercoledì 18 novembre 2015

Diorama di Sergio Sozi - Recensione

La recensione che segue è stata pubblicata sulla rivista letteraria on line Critica Letteraria

 La quarta di copertina recita: “Diorama è sinonimo di veduta panoramica, ma è anche una forma di spettacolo costituita da quadri o vedute di grandi dimensioni. È il caso di questa raccolta di racconti, ai quali il lettore aggiungerà colori, movimento, suoni e volumi” e davvero le storie spesso surreali che Sergio Sozi racconta con ironia ed eleganza offrono la visione su squarci di esistenze che ogni lettore può trasformare nella propria mente assegnando significati e dettagli secondo la propria sensibilità.
Già dai primi racconti si capisce che il fil rouge che accomuna molte delle storie raccolte nel libro è la letteratura contemporanea e i protagonisti del mondo editoriale, tematica che diviene però pretesto per affrontare anche altri argomenti, come il dramma dell'immigrazione, e l'alienazione, lo straniamento indotto in molte persone dalle abitudini di vita di questo nuovo millennio.
Con una scrittura fantasiosa, arguta e ironica, a volte sarcastica, impertinente e provocatoria, altre volte soffusa di malinconia, ma sempre molto elegante e curata, Sozi ci racconta in “Sevdalinka” di una strana ragazza bosniaca condannata allʼavversione per lʼacqua, figlia di due immigrati arrivati da Banja Luka, due intellettuali (Mirana traduttrice, Dragomir traduttore e critico letterario) che vivono ora nel Sud Italia e si sono ridotti lui a fare il muratore e lei a raccogliere pomodori.
“Don Chisciotte è diverso”, si apre con una stilettata assai decisa nei confronti di una certa tipologia di scrittori.

 “Molti oggi iniziano a raccontare qualcosa facendo capire prima di tutto che gliene frega poco di scrivere e sono depressi e inconsolabili – anche pure pessimisti e sfiduciati del mondo dell’Italia e della vita: quanti sforzi di petto!
Credo che se tutte le energie impiegate dagli autori per farsi credere negletti operai delle parole venissero utilizzate ai fini della ricerca della fantasia, avremmo un Manzoni ad ogni angolo, tre Leopardi in ogni paese e qualche centinaio di Calvino fra mari e monti.”
E prosegue con una descrizione piuttosto “cattiva” di certi festival letterari senza risparmiare critiche agli editori.
Critico letterario è anche il protagonista de “L'ultimo giro”: dopo avere saputo dal suo medico che gli rimane solo un mese da vivere, impiega quest'ultimo cercando di ridare dignità alla propria scrittura e giustizia alla letteratura.
Ma ci sono anche racconti su altri temi, come “Carosello” che racconta di un creativo pubblicitario forse fallito, “Suppergiù oggi” in cui seguiamo le disavventure del manager Bongi capitato in un paese inverosimile, “Addavevì' a jurnate” che ha come protagonista l'improbabile nipote di un amministratore di giornate, “Vendetta, tremenda vendetta!” dedicato nientemeno che a Babbo Natale.
Il risultato è una lettura piacevolissima e divertente, che però lascia spazio a riflessioni ben più serie.


Diorama
di Sergio Sozi
Splēn Edizioni, 2015

martedì 17 novembre 2015

Il nuovo numero de Il Colophon è on line

Di cosa parliamo quando parliamo di libri? Qual è il rapporto tra scrittore e lettore? Tra lettore e letture?
Da queste domande prende ispirazione il quarto numero della rivista digitale di letteratura Il Colophon, on line da oggi.
Scriveva David Foster Wallace: "Se uno scrittore si rassegna all’idea che il pubblico sia troppo stupido, ad aspettarlo ci sono due trappole. Una è la trappola dell’avanguardismo: si fa l’idea che sta scrivendo per altri scrittori, perciò non si preoccupa di rendersi accessibile o affrontare questioni rilevanti. Si preoccupa di far sì che ciò che scrive sia strutturalmente e tecnicamente raffinatissimo: involuto al punto giusto, ricco di appropriati riferimenti intertestuali… L’opera deve sprizzare intelligenza. Ma all’autore non importa nulla se sta comunicando o meno con un lettore interessato a provare quella stretta allo stomaco che è poi il motivo principale per cui leggiamo. Sul fronte opposto ci sono opere volgari, ciniche, commerciali, realizzate secondo formule prestabilite  -  essenzialmente, il corrispondente letterario della tv  - che manipolano il lettore, che presentano materiale grottescamente semplificato con uno stile avvincente perché infantile. La cosa strana è che vedo questi due fronti farsi la guerra quando in realtà hanno un’origine comune, che è il disprezzo per il lettore: l’idea che l’attuale emarginazione della letteratura sia colpa del lettore. Il progetto che vale la pena portare avanti è invece quello di scrivere qualcosa che abbia in parte la ricchezza, la complessità, la difficoltà emotiva e intellettuale dell’avanguardia, qualcosa che spinga il lettore ad affrontare la realtà invece che a ignorarla; ma farlo in maniera tale che il risultato provochi anche piacere a chi legge. Il lettore deve sentire che l’autore sta parlando con lui, non assumendo una serie di pose".
Ecco, questa riflessione è il punto di partenza del nuovo numero de Il Colophon, ricco di interviste, articoli, recensioni, racconti, tutti declinati secondo il rapporto tra lettore, scrittore, libri e lettura.
"Parlavo di recente con mio figlio di 17 anni - scrive il direttore della rivista, Michele Marziani - che, come tutti i suoi coetanei, possiede quel briciolo di intelligenza che poi normalmente nella vita si perde. Discutevamo delle domande ultime dell’uomo  -  del perché siamo al mondo con tutte le declinazioni del caso  -  gli rispondevo con tutta l’onestà possibile per un signore di 53 anni quale sono: non ne ho la più pallida idea, ma visto che sono qui provo a fare qualcosa perché il mondo in cui vivo sia un po’ più bello, se non proprio migliore. Poi a bruciapelo gli ho chiesto: «Tu invece che risposta vorresti trovare?»
«Nessuna. Mi piace passeggiare sulla spiaggia al mattino facendomi molte domande».
In questo l’incontro tra generazioni: ci piacciono le domande. Ci importa poco delle risposte.
Non a caso questo numero de Il Colophon è orgogliosamente dedicato a Pier Vittorio Tondelli e a Pier Paolo Pasolini".
Questo è il link alla rivista.
Buona lettura e...buone domande!

venerdì 13 novembre 2015

C’era un italiano in Argentina...di Claudio Martino e Paolo Pedrini - Recensione

La recensione che segue è stata pubblicata sulla rivista letteraria on line Bookavenue

 Vittorio Meano era un architetto piemontese vissuto tra la fine dell'800 e i primi del '900, sconosciuto in Italia, ma che – emigrato in Argentina – progettò a Buenos Aires il Palazzo del Congresso e il Teatro Colón – celebre per la sua acustica perfetta – e il Palazzo legislativo di Montevideo. Una figura interessante per il contributo che i suoi edifici diedero all'architettura di quegli anni, ma anche avvolta nel mistero, poiché morì assassinato al culmine della carriera a 44 anni. Le indagini dell'epoca lo liquidarono come omicidio passionale: un amante scoperto in flagrante che uccide il marito della donna con la quale ha una liason. Ma forse il movente era ben altro, e l'amante un semplice esecutore.
I giornalisti Claudio Martino e Paolo Pedrini hanno scoperto la storia di Meano mentre svolgevano ricerche per un altro progetto e – incuriositi da questo personaggio affascinante nonché dal mistero che ne ha avvolto la tragica fine – hanno deciso di dedicargli un libro che indaga, con brio e interessanti approfondimenti la carriera di uno degli architetti più geniali della sua epoca, e i retroscena personali di una vita piuttosto “movimentata”, soprattutto dal punto di vista sentimentale, e di un'anima tormentata.
Progetto di non facile realizzazione visto che in Italia le uniche notizie su Meano sono conservate al Museo dell'emigrazione di Frossasco (Torino) e in qualche raro testo, e pure in Argentina quello che fu un architetto famosissimo è oggi dimenticato.
Il risultato, comunque, è un libro molto interessante che può essere letto in due modi: la biografia appassionante di un uomo che raggiunse il successo dopo varie vicissitudini e attorno alla cui morte si addensa un fitto mistero mai svelato, oppure un saggio che approfondisce diverse tematiche interessanti come la realtà dell'emigrazione italiana alla fine dell'800, la situazione socio-economica di Torino e Buenos Aires in quegli anni e la pregevole opera architettonica di un grande artista.
Una via di mezzo tra il noir e l'inchiesta giornalistica, scritto in modo piacevole e coinvolgente, che racconta la corruzione dilagante di una nazione – l'Argentina – in quegli anni protagonista di uno sviluppo enorme, gli insabbiamenti e i depistaggi delle indagini dopo l'omicidio, la capacità di Meano di destreggiarsi tra il potere politico e la volontà di creare qualcosa di bello comunque.

C’era un italiano in Argentina...

di Claudio Martino e Paolo Pedrini
(Hever Edizioni)

mercoledì 11 novembre 2015

Inventario dei pensieri felici: la Cioccolateria

So cosa state pensando: cioccolata è già di per sé sinonimo di felicità. Ma in realtà in Cioccolateria ci vado per tanti altri motivi, oltre ovviamente perché hanno cioccolatini e cioccolate deliziosi.
Il primo motivo è perché la gestisce una coppia di amici che conosco da quando eravamo ragazzini: due persone molto carine, andateli a trovare e mi darete ragione.
Mi piace chiacchierare con loro del più e del meno, magari infilandoci qualche "ti ricordi...".
In secondo luogo perché oltre alla cioccolata preparano delle gaufre buonissime. Le conoscete? Sono una specialità belga, un incrocio tra una frittella e una brioche di forma quadrata che sprigiona un profumo al quale è impossibile resistere. Le ho assaggiate la prima volta a Bruxelles e quelle della Cioccolateria sono  esattamente uguali. L'unico difetto è che possono creare dipendenza. Ve le consiglio, ora che stiamo andando verso la stagione fredda, accompagnate da una bella cioccolata calda. E non dite che siete a dieta: l'abbinamento gaufre+cioccolata calda può benissimo sostituire un pasto ma vi regala una tale carica di endorfine che sarete felici per le successive sei ore almeno!
Ma vale la pena passarci anche perché propongono laboratori, eventi per bambini e ragazzi, e appuntamenti culturali come presentazioni di libri, mostre d'arte, e tanto altro ancora. Sono una delle attività che cercano di mantenere vivo il nostro centro storico (assieme ad altre di cui vi parlerò prossimamente) e chi crede importante salvaguardare queste realtà può sostenerle semplicemente preferendole ai grandi centri commerciali.
Ultimamente vado in Cioccolateria anche perché stiamo organizzando lì dei corsi di cui ho parlato diffusamente in questo post:  cosa c'è di meglio che abbinare scrittura e lettura a queste golosità?
Insomma, se siete di Imola o dintorni fateci un giro: non ve ne pentirete!

lunedì 9 novembre 2015

La mia intervista a BookTribu


Qualche settimana fa sono stata intervistata dalla redazione di BookTribu, community letteraria e casa editrice che ha un approccio molto interessante ed innovativo nei confronti di editoria e libri.
Ecco cosa mi hanno chiesto e come ho risposto (se volete leggere l'intervista nel sito originale cliccate qui)


Rompiamo subito il ghiaccio, parlaci di te. Chi sei?
Ho divorato libri e scritto fin dai primi anni delle elementari. Questa passione ha influito anche sulle mie scelte lavorative: ho una laurea in scienze dell'educazione ma sono anche iscritta all'ordine dei giornalisti come pubblicista. Così per vari anni ho percorso due binari professionali paralleli, l'insegnamento e il giornalismo. Per scegliere infine il giornalismo, professione che svolgo da vent'anni. Al giornalismo, nel tempo e per fortuite coincidenze, si è affiancato il lavoro in ambito editoriale, come agente, editor e manager culturale.
Che cosa ti ha fatto appassionare all'Editing?
Ho sempre corretto testi altrui: prima come insegnante, poi come coordinatore delle pagine culturali di un settimanale per cui ho lavorato vari anni. Già allora ero un editor in embrione. Poi alcuni amici scrittori mi hanno chiesto di leggere le stesure definitive dei loro romanzi prima che andassero in stampa e hanno trovato utili e circostanziate le mie osservazioni e correzioni. Così ho iniziato a occuparmene in modo più professionale finché, da una decina d'anni, è diventato parte del mio lavoro.
Quale è il rapporto con gli Autori delle opere su cui lavori?
È un rapporto molto costruttivo e principalmente di rispetto. Credo che occorra sempre rispettare il lavoro altrui quindi quando devo editare un testo cerco di immedesimarmi nell'autore, nel suo stile di scrittura, nel genere che ha scelto per raccontare la sua storia, affinché le mie correzioni e i miei suggerimenti siano coerenti con la sua “personalità letteraria”. L'editing è la fase in cui si “confeziona” al meglio un testo perciò il mio intervento deve servire a questo, non a stravolgere o modificare il testo nella sue essenza. È molto importante quindi che editor e autore si confrontino e che l'autore accetti di apportare solo i miglioramenti e le correzioni che condivide e che sente in linea col proprio testo.
Su quali tipologie di testo ami lavorare?
Non ho preferenze: ogni nuovo testo è un'avventura stimolante da affrontare.
Quale è il primo obiettivo per un buon lavoro di Editing?
Come dicevo, l'editing serve a migliorare un testo, a “confezionarlo al meglio” affinché sia corretto, coinvolgente, che funzioni. Ma deve rispettare lo stile di chi l'ha scritto, includendo in questo anche i “segni particolari” che distinguono ogni autore. Ci sono libri bellissimi che non sono scritti in italiano perfetto, ma hanno quel pizzico di originalità che li rende vivi, accattivanti, che li fa amare al lettore. Può essere l'uso frequente di una costruzione sintattica non proprio corretta ma che in quel contesto ha un senso, oppure il discorso diretto espresso in modo alternativo senza virgolette caporali o altri segni distintivi, o l'uso di termini dialettali – sto facendo degli esempi banali. Tutte cose che in linea di massima andrebbero corrette ma in un determinato testo hanno ragione d'essere, lo colorano. L'editor deve capire se è il caso di conservare queste imperfezioni o “limare” il tutto col rischio di rendere la narrazione piatta e anonima.
Da “divoratrice di libri”, come ti definisci, che cosa ti piace leggere?
Amo leggere un po' di tutto, narrativa, saggistica. Non ho un genere preferito. Sono quella che viene definita lettrice forte. Leggo moltissimo sia per lavoro che per piacere personale, una media di 8-10 libri al mese.
E che cosa ti aspetti dal primo Contest Letterario di BookTribu?
Mi piace il principio su cui si fonda BookTribu: offrire a tutti coloro che scrivono per passione la possibilità di proporre il proprio lavoro e di essere valutati da un campione reale di lettori. Senza i “filtri” che spesso la logica delle case editrici impone. Valutare una storia per ciò che è, per l'impatto che ha sui lettori, non in base alle leggi di mercato o a criteri di stile pseudo intellettuale. Quindi mi aspetto che dal contest emergano nuovi autori interessanti.
Quale è il tuo sogno nel cassetto?
Amo il mio lavoro e mi ritengo fortunata per questo, ma vorrei mettere da parte i testi degli altri e potermi dedicare esclusivamente alla mia scrittura.

lunedì 2 novembre 2015

I segnati da Dio di Giuseppe Risi - Recensione

Fino a quando, nei primi anni '60, è entrato in uso il vaccino antipolio sviluppato da Sabin, la poliomelite ha invalidato decine di migliaia di bambini in tutto il mondo. Basti pensare che in Italia, solo nel 1958, furono notificati oltre ottomila casi. Chi veniva colpito in maniera meno grave, seguendo terapie spesso molto dolorose e sottoponendosi ad interventi, riusciva a recuperare tutta o in parte la mobilità, ma a quale prezzo. Se pensiamo che si trattava di bambini anche piccolissimi e che le cure dovevano essere fatte entro il periodo dello sviluppo.
Giuseppe Risi, ex bambino poliomelitico, grazie alla sua autobiografia "I segnati da Dio" ci fa entrare in questo mondo di piccoli invalidi, spesso ricoverati a lungo  in case di cura, e ci racconta una realtà che molti di noi conoscono appena o, nel caso di chi ha meno di quarant'anni, non conoscono affatto.
Giuseppe, nato le 1946 e al quale la poliomelite venne diagnosticata a pochi mesi, con una prosa semplice ma che coinvolge, ripercorre la propria infanzia e giovinezza, gli anni trascorsi all'Istituto Ortopedico Toscano - ai tempi struttura all’avanguardia in Italia nel campo della cura della poliomielite - la forza d'animo per combattere e superare questa malattia: merito in particolare della tenacia della sua matrigna Marì che non si arrese nemmeno di fronte ad ostacoli che parevano insormontabili.
E proprio a Marì è dedicato il libro, all'amore per quel figlio non suo che grazie a lei è riuscito a camminare normalmente, crearsi una carriera professionale e una famiglia. Dimenticandosi il nomignolo di "zopèt" che per anni l'aveva fatto sentire diverso dagli altri bambini e ragazzini del paese.
«In questo libro – spiega Risi – ho voluto raccontare il senso di inferiorità che ho superato soltanto negli ultimi anni, ma ho anche voluto omaggiare Marì, la matrigna che mi ha cresciuto dandomi l’amore di una madre naturale». E riguardo al titolo del libro chiarisce: «Non si tratta di un effettivo riferimento religioso. Volevo indicare semplicemente l’epiteto affibbiato a coloro che, come me, erano affetti da questa patologia».
Dicevo che la prosa con cui è scritto il libro è semplice, senza pretese letterarie: è chiaro che l'intento dell'autore è unicamente quello di raccontare la propria esperienza. Ma il risultato è una testimonianza preziosa e piacevole, che si legge come un romanzo, e racconta non solo il dramma della poliomelite, ma anche la semplice vita nelle campagne emiliane del dopoguerra e la delicata storia d'amore nata tra le mura dell'Istituto Ortopedico Toscano tra Giuseppe ed Eleonora.


I segnati da Dio
di Giuseppe Risi
Editoriale Sometti