giovedì 11 febbraio 2016

Ginger Man J.P. Donleavy - Recensione

La recensione che segue è stata pubblicata nel numero di febbraio della rivista letteraria on line Il Colophon.

 Ginger Man è un romanzo interessante, provocatorio, irriverente. Non è detto che vi piaccia, anche se sarete costretti a riconoscerne le innegabili qualità narrative. Ma — soprattutto — non è un libro che va preso alla leggera, occorre sapere quando, come e perché è stato scritto, il percorso che ha compiuto. Solo così molte delle perplessità che vi nasceranno leggendolo troveranno una risposta e vi permetteranno di vederlo sotto la giusta luce.
Protagonista del romanzo è Sebastian Dangerfield, americano ventisettenne studente di giurisprudenza al Trinity College di Dublino: alcolizzato, irresponsabile, bugiardo, opportunista, violento, spendaccione, corre dietro ad ogni gonnella senza fare troppo il difficile con l’unico scopo di portarsela a letto e — se possibile — spillarle quanti più soldi riesce. Se già così ne risulta un personaggio per nulla simpatico e positivo, si aggiunga che è sposato e ha una figlia piccola per la quale manifesta apertamente insofferenza. Un anti-eroe, anzi proprio un bastardo, che si è perso nella propria libertà, rifugge le responsabilità, eterno bambino cattivo e amorale che ha paura di crescere e diventare uomo. Trascinerà in questo vortice distruttivo per un po’ anche la sventurata che abbagliata dal suo bel sorriso l’ha sposato, ma per fortuna poi lei saprà mettersi in salvo con la bambina abbandonandolo al suo destino. Insomma non si riesce a farselo risultare simpatico questo Dangerfield che non tratta male solo le donne, ma anche i pochi amici che continuano a dargli corda. E leggendo i primi capitoli del romanzo potreste anche chiedervi dove stia il valore del libro pubblicato a Parigi nel 1955 da Olympia Press, bandito negli Stati Uniti e in Irlanda, uscito censurato in Italia nel 1959, che oggi — ristampato in centinaia di edizioni — è considerato un classico sulla scia di di Henry Miller e James Joyce.
Ecco perché è utile approfondire i presupposti che hanno portato Donleavy a scriverlo e capire il messaggio che racchiude.
Quando ha deciso di scrivere Ginger Man, Donleavy che è newyorkese purosangue (nato nel Bronx), aveva appena lasciato il Trinity College dove aveva studiato scienze naturali. Era già un pittore apprezzato in Irlanda, ma il suo tentativo di “sfondare” anche a Londra era fallito perché non erano bastate le tre mostre di successo allestite a Dublino per renderlo un nome “spendibile” nella capitale inglese. Perciò — come racconta in una intervista — si rese conto che l’unico modo per sfondare era quello di scrivere qualcosa che nessuno potesse tenere a bada, un libro che sarebbe andato ovunque, nelle mani di tutti. Un romanzo che avrebbe scosso il mondo.
Così nacque Ginger Man ma — come era prevedibile — pur avendo ricevuto ottimi apprezzamenti, Donleavy non trovò nessun editore americano disponibile a pubblicarlo. Così tornò in Irlanda dove arrivò a Maurice Girodias, fondatore della parigina Olympia Press, che gli propose la pubblicazione. A fargli decidere di uscire col proprio nome vero — nonostante la scabrosità del romanzo — fu il fatto che con lo stesso editore era stato pubblicato Beckett. Purtroppo scoprì a pubblicazione avvenuta che il libro era stato incluso nella collana pornografica Traveller’s Companion. Dopo diverse traversie legali, comunque, il libro uscì anche in Inghilterra e Donleavy riuscì a recuperare credibilità e decoro.
Ginger Man racconta lo smarrimento degradante di chi non è capace di circoscrivere il proprio egoismo, la sete di libertà ad ogni costo, l’incapacità di porsi un freno, ma anche la rivincita di chi invece trova nella disperazione la forza per riscattarsi e costruire un futuro dignitoso.
La scrittura molto originale in cui si alternano prima e terza persona, presente e passato, rende efficacemente la confusione mentale di Dangerfield, parziale voce narrante della storia, tra delirio alcolico e momenti di grande lirismo.
Un libro che forse all’inizio vi lascerà perplessi, ma dategli il tempo di entrarvi dentro, di prendere ritmo, e capirete infine che valeva la pena leggerlo.

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