martedì 16 febbraio 2016

La minaccia della luce di Marguerite Duras - Recensione

La recensione che segue è stata pubblicata nel numero di febbraio della rivista letteraria on line Il Colophon.

 La grande scrittrice Marguerite Duras è stata anche autrice di teatro e di cinema. Tra i suoi film, uno in particolare — Il camion — propone un modo nuovo di fare cinema: invece che rendere visivamente la storia con attori che interpretano i personaggi, in una stanza chiusa — che l’autrice definisce “camera oscura”, la Duras stessa legge a Gerard Depardieu la sceneggiatura del film (Il camion appunto). Una donna chiede un passaggio ad un camionista e durante tutto il viaggio parla a ruota libera all’uomo che non la ascolta. Nel film ogni tanto compaiono delle riprese del camion che percorre la strada accompagnato da voci fuori campo della donna che parla col camionista. Nella “camera oscura” le tende sono tirate perché non entri la luce dall’esterno che potrebbe interferire con la lettura: la minaccia della luce.
“[…] forse si legge sempre al buio; il luogo in cui parliamo, lo chiamo camera oscura. Dico: stanza della lettura o camera oscura. Mi sembra che alla luce del giorno ci sarebbe stata una sorta di dispersione della portata del linguaggio. La lettura è legata all’oscurità, alla notte. Anche se si legge in pieno giorno, scende la notte attorno al libro”.
Da qui nasce il titolo italiano scelto per questa pubblicazione che contiene una lunga intervista rilasciata dalla scrittrice all’amica giornalista Michelle Porte dopo la proiezione privata de Il camion.
La donna del camion è un po’ la personificazione dell’idea di scrittura che ha la Duras: “Lei parla, è in uno stato di creazione in ogni istante, in una scrittura discontinua, ma senza fine”.
Così facendo ha già compiuto il primo passo importante perché — dice — “Penso che, per la creazione letteraria, basti cominciare con una salda convinzione, e poi continuare. Credo che lo scritto porti ad altro scritto, e insieme all’infinito”.
E alla domanda provocatoria di Michelle Porte che le chiede come mai ci sono persone che vorrebbero scrivere ma non riescono a farlo, Duras risponde “Sono quelli che non lo vogliono davvero, o piuttosto che non coltivano un vero desiderio. O meglio, sono quelli che vivono confinati nel loro mondo. Che aspettano la scrittura come qualcosa che arrivi da fuori, mentre invece è una sorta di ingiunzione interna. […] È voler scrivere prima di sapere cosa, prima di voler scrivere questa o quella storia. Scriviamo sempre, siamo come abitati, sempre, da un’ombra, in cui ogni cosa va, in cui l’integrità di ciò che viviamo si ammassa, si accalca. Ecco, questo rappresenta la materia prima della scrittura, la miniera di tutto. Questo “oblio” è la scrittura non scritta: la scrittura stessa”.
Durante la conversazione, la Duras non parla solo di cinema, di scrittura, di creatività, ma anche della sua idea politica che ammette essere utopistica, il suo rapporto col Partito Comunista di cui è stata attivista per anni, delle sue storie d’amore, della vita.
Una vita, che per lei diviene una totale dedizione alla parola scritta: “Gli scrittori sono in un’assenza totale di vita personale, non conosco nessun altro che abbia una vita personale minore della mia. […] Ma questa assenza, o piuttosto questo relegare la vita personale è a sua volta una passione”.

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