venerdì 15 aprile 2016

Il fuggiasco di Massimo Carlotto - Recensione

La recensione che segue è stata pubblicata nel numero di aprile della rivista letteraria on line Il Colophon.

 Oggi Massimo Carlotto è uno scrittore di successo ma fino a qualche decennio fa il suo nome veniva associato, non alla letteratura, bensì a uno dei casi giudiziari più controversi del dopoguerra: accusato ingiustamente di omicidio a diciannove anni (probabilmente a causa della sua militanza in Lotta Continua), condannato a trent’anni di carcere nonostante l’insufficienza di prove, dopo un periodo in prigione, in attesa che la giustizia italiana — intrappolata nei gorghi della burocrazia — facesse il suo corso e gli riconoscesse l’innocenza, scelse la strada della latitanza. Prima a Parigi, poi in Messico.
Il fuggiasco — libro grazie al quale ha preso il via la sua carriera di scrittore — racconta questo periodo della sua vita.
Al di là della vicenda biografica e umana, raccontata con ironia — benché si tratti per lo più di fatti drammatici — le pagine di questo memoir permettono al lettore di calarsi nelle abitudini di un latitante e comprenderne meccanismi di difesa e regole di sopravvivenza. Ne emerge un rapporto molto ambiguo tra lo scrittore e le città che lo hanno ospitato durante la clandestinità.
Di solito, in modo consapevole o meno, si crea sempre un legame tra noi e il luogo in cui viviamo: se ci siamo nati e ci abitiamo da sempre è più facile, ma non è detto: a volte possiamo sentirci “a casa” in un luogo dove siamo di passaggio o viviamo da poco. Quel che è certo è che cerchiamo di appropriarci degli spazi, dei tempi, affinché quel luogo divenga “nostro”. Accade anche con le case in cui abitiamo. Per Carlotto, invece l’imperativo è essere il più invisibile possibile e perché questo avvenga deve seguire delle regole che portano ad estraniarlo dal luogo che lo ospita: evitare di frequentare spesso gli stessi locali (quando di solito si “eleggono” i luoghi preferiti: il ristorante, il caffè, il parco…), non usare mezzi pubblici, non familiarizzare coi vicini, non ospitare amici, cambiare continuamente abitudini, e così via. Da un momento all’altro può essere necessario lasciare l’abitazione in cui vivi, luogo precario che in certi casi è la casa di amici, prendere un treno e sparire nel nulla.
Se ci si ferma a riflettere su una situazione del genere, noi così abitudinari e legati alle cose, percepiamo quanto possa essere spiazzante e difficile da gestire una vita così. Anche chi ama viaggiare, chi si sposta spesso per lavoro o passione, ha sempre una base a cui tornare, un luogo del cuore. In questo caso, invece, è tutto in continuo divenire, senza certezze e punti di riferimento. C’è da finire in analisi, come minimo. Ma è proprio grazie a queste constatazioni che riusciamo a rivalutare il legame che abbiamo col luogo in cui viviamo e quanto esso possa influenzare la nostra esistenza quotidiana e altri aspetti del nostro essere: ciò che scriviamo, che leggiamo, il nostro gusto estetico, il nostro carattere. Quanto assomigliamo alla nostra città? Saremmo diversi se vivessimo altrove? E, nello specifico della letteratura, quanto un luogo influisce sul lavoro di uno scrittore e sul suo successo? Domande oziose, certo, ma che potrebbero portare a riflessioni utili per rendere le nostre città più a misura d’uomo e fruibili culturalmente.
Mi sono persa nel labirinto delle mie riflessioni, come lo scrittore, ne Il fuggiasco, si perde tra i vicoli per non incappare nelle retate della polizia.
Dopo anni di latitanza Carlotto sceglie di tornare in patria e costituirsi. La sua odissea giudiziaria proseguirà ancora: altri anni di carcere alternati a scarcerazioni con il differimento della pena per gravi motivi di salute. Infine, nel 1993, gli viene concessa la grazia dal Presidente della Repubblica Scalfaro.

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