mercoledì 21 dicembre 2016

Al paese dei libri di Paul Collins - Recensione

La recensione che segue è stata pubblicata nel numero di dicembre della rivista letteraria on line Il Colophon.

Che libro strano! Al termine della lettura non avevo ben capito se mi fosse piaciuto o meno, e ancora oggi – a distanza di qualche giorno – non mi è ben chiaro.
Non si tratta di un romanzo, bensì della cronaca autobiografica (almeno così è fatto intendere al lettore) di un soggiorno dell'autore con moglie e figlio al seguito a Hay-on-Wye, il celebre villaggio gallese dove la densità di librerie è elevatissima. Collins vorrebbe stabilirvicisi in pianta stabile ma la difficoltà di trovare una casa adeguata da acquistare lo indurrà a tornare negli Stati Uniti. È chiaro che la trama esigua costituisce un pretesto per parlare di altro: Hay-on-Wye, i libri, gli scrittori, come appaiono la Gran Bretagna e i suoi abitanti agli occhi di uno statunitense.
Ho apprezzato le descrizioni dei luoghi (anche se forse a un europeo lo stupore che le pervade risulta abbastanza ingenuo) e ancora di più le digressioni sui libri. Collins a quanto pare è cultore e collezionista di libri insoliti o introvabili dell'Ottocento e Novecento e cita di frequente divertenti brani a proposito dei temi più disparati. Spunto interessante per una ricerca bibliografica.
Ho trovato acute e sagaci alcune sue riflessioni anche se mi pare di intuire che si tratti del “solito” bibliofilo col paraocchi che esalta l'odore dei libri e la loro muffa rossa ma non riesce a considerare della stessa utilità e valore un ebook: un preconcetto che limita ancora molto scrittori, editori e lettori ed è duro da superare. Questo dato di fatto mi suscita una domanda, forse provocatoria: se i libri aiutano ad aprire la mente, perché molti di coloro che li realizzano, li scrivono o ne sono dei consumatori assidui hanno un atteggiamento così chiuso e ottuso nei confronti delle nuove tecnologie e alle grandi possibilità che esse offrono?
Tornando a Il paese dei libri, ci sono due cose che mi hanno lasciata interdetta. La prima è la brutta figura che in questo libro fanno gli statunitensi: Collins li dipinge come zotici bigotti ricchi di denaro, beni e tecnologia, ma un bagaglio culturale inesistente. Sono d'accordo che in parte può essere così, ma mi pare che calchi un po' troppo la mano, soprattutto visto che sta parlando dei suoi connazionali.
Infine la domanda che mi ha “tormentato” durante tutta la lettura: Collins dice di essere uno scrittore, ma via via che si legge Il paese dei libri si scopre che la sua prima opera ancora non è stata pubblicata, è in fase di editing. Sorvoliamo l'annosa e controversa questione riguardo al diritto di definirsi scrittore, se e dopo quanti libri pubblicati, ma a parte questo come fa a vivere e mantenere una famiglia senza svolgere un altro lavoro? Ha ricevuto un anticipo così cospicuo? Davvero negli Stati Uniti accade ancora? In caso affermativo Collins non dovrebbe denigrare tanto gli USA dove il sogno di vivere facendo solo lo scrittore (e non altri due o tre mestieri per sopravvivere) è possibile. Se invece così non è, forse ho capito finalmente l'essenza di Al paese dei libri: non si tratta di un racconto autobiografico bensì di un romanzo distopico assai ottimista.

Al paese dei libri di Paul Collins
(Adelphi)

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