sabato 27 febbraio 2016

La linea alba - Poesia di Antonio Santori

Perché essere in questo luogo
è molto, e certo dire
dove siamo
è nostro compito
Oscurità e acque,
albe, ventre dell'inferno,
albero di prua, inseguimento.
E, vedi, il corpo,
il nostro corpo soltanto può dire
bianco, tellina, lontano, vento.
Blues, inverno, ombra
delle cose, aldilà.
Ascolta, bacio.
Pensaci,
è un privilegio dire
odore delle case, mano
sopra la pelle,la prima volta.
Dire infinito
nelle erbe, è accaduto,
è strano, sorellina, madre, stelle.
Dire
per sempre,
innevato, accanto,
spaventato.
Sono
esistito.
Per questo mentre
vivo tutto mi sembra
innominato.

Antonio Santori

martedì 16 febbraio 2016

La minaccia della luce di Marguerite Duras - Recensione

La recensione che segue è stata pubblicata nel numero di febbraio della rivista letteraria on line Il Colophon.

 La grande scrittrice Marguerite Duras è stata anche autrice di teatro e di cinema. Tra i suoi film, uno in particolare — Il camion — propone un modo nuovo di fare cinema: invece che rendere visivamente la storia con attori che interpretano i personaggi, in una stanza chiusa — che l’autrice definisce “camera oscura”, la Duras stessa legge a Gerard Depardieu la sceneggiatura del film (Il camion appunto). Una donna chiede un passaggio ad un camionista e durante tutto il viaggio parla a ruota libera all’uomo che non la ascolta. Nel film ogni tanto compaiono delle riprese del camion che percorre la strada accompagnato da voci fuori campo della donna che parla col camionista. Nella “camera oscura” le tende sono tirate perché non entri la luce dall’esterno che potrebbe interferire con la lettura: la minaccia della luce.
“[…] forse si legge sempre al buio; il luogo in cui parliamo, lo chiamo camera oscura. Dico: stanza della lettura o camera oscura. Mi sembra che alla luce del giorno ci sarebbe stata una sorta di dispersione della portata del linguaggio. La lettura è legata all’oscurità, alla notte. Anche se si legge in pieno giorno, scende la notte attorno al libro”.
Da qui nasce il titolo italiano scelto per questa pubblicazione che contiene una lunga intervista rilasciata dalla scrittrice all’amica giornalista Michelle Porte dopo la proiezione privata de Il camion.
La donna del camion è un po’ la personificazione dell’idea di scrittura che ha la Duras: “Lei parla, è in uno stato di creazione in ogni istante, in una scrittura discontinua, ma senza fine”.
Così facendo ha già compiuto il primo passo importante perché — dice — “Penso che, per la creazione letteraria, basti cominciare con una salda convinzione, e poi continuare. Credo che lo scritto porti ad altro scritto, e insieme all’infinito”.
E alla domanda provocatoria di Michelle Porte che le chiede come mai ci sono persone che vorrebbero scrivere ma non riescono a farlo, Duras risponde “Sono quelli che non lo vogliono davvero, o piuttosto che non coltivano un vero desiderio. O meglio, sono quelli che vivono confinati nel loro mondo. Che aspettano la scrittura come qualcosa che arrivi da fuori, mentre invece è una sorta di ingiunzione interna. […] È voler scrivere prima di sapere cosa, prima di voler scrivere questa o quella storia. Scriviamo sempre, siamo come abitati, sempre, da un’ombra, in cui ogni cosa va, in cui l’integrità di ciò che viviamo si ammassa, si accalca. Ecco, questo rappresenta la materia prima della scrittura, la miniera di tutto. Questo “oblio” è la scrittura non scritta: la scrittura stessa”.
Durante la conversazione, la Duras non parla solo di cinema, di scrittura, di creatività, ma anche della sua idea politica che ammette essere utopistica, il suo rapporto col Partito Comunista di cui è stata attivista per anni, delle sue storie d’amore, della vita.
Una vita, che per lei diviene una totale dedizione alla parola scritta: “Gli scrittori sono in un’assenza totale di vita personale, non conosco nessun altro che abbia una vita personale minore della mia. […] Ma questa assenza, o piuttosto questo relegare la vita personale è a sua volta una passione”.

giovedì 11 febbraio 2016

Ginger Man J.P. Donleavy - Recensione

La recensione che segue è stata pubblicata nel numero di febbraio della rivista letteraria on line Il Colophon.

 Ginger Man è un romanzo interessante, provocatorio, irriverente. Non è detto che vi piaccia, anche se sarete costretti a riconoscerne le innegabili qualità narrative. Ma — soprattutto — non è un libro che va preso alla leggera, occorre sapere quando, come e perché è stato scritto, il percorso che ha compiuto. Solo così molte delle perplessità che vi nasceranno leggendolo troveranno una risposta e vi permetteranno di vederlo sotto la giusta luce.
Protagonista del romanzo è Sebastian Dangerfield, americano ventisettenne studente di giurisprudenza al Trinity College di Dublino: alcolizzato, irresponsabile, bugiardo, opportunista, violento, spendaccione, corre dietro ad ogni gonnella senza fare troppo il difficile con l’unico scopo di portarsela a letto e — se possibile — spillarle quanti più soldi riesce. Se già così ne risulta un personaggio per nulla simpatico e positivo, si aggiunga che è sposato e ha una figlia piccola per la quale manifesta apertamente insofferenza. Un anti-eroe, anzi proprio un bastardo, che si è perso nella propria libertà, rifugge le responsabilità, eterno bambino cattivo e amorale che ha paura di crescere e diventare uomo. Trascinerà in questo vortice distruttivo per un po’ anche la sventurata che abbagliata dal suo bel sorriso l’ha sposato, ma per fortuna poi lei saprà mettersi in salvo con la bambina abbandonandolo al suo destino. Insomma non si riesce a farselo risultare simpatico questo Dangerfield che non tratta male solo le donne, ma anche i pochi amici che continuano a dargli corda. E leggendo i primi capitoli del romanzo potreste anche chiedervi dove stia il valore del libro pubblicato a Parigi nel 1955 da Olympia Press, bandito negli Stati Uniti e in Irlanda, uscito censurato in Italia nel 1959, che oggi — ristampato in centinaia di edizioni — è considerato un classico sulla scia di di Henry Miller e James Joyce.
Ecco perché è utile approfondire i presupposti che hanno portato Donleavy a scriverlo e capire il messaggio che racchiude.
Quando ha deciso di scrivere Ginger Man, Donleavy che è newyorkese purosangue (nato nel Bronx), aveva appena lasciato il Trinity College dove aveva studiato scienze naturali. Era già un pittore apprezzato in Irlanda, ma il suo tentativo di “sfondare” anche a Londra era fallito perché non erano bastate le tre mostre di successo allestite a Dublino per renderlo un nome “spendibile” nella capitale inglese. Perciò — come racconta in una intervista — si rese conto che l’unico modo per sfondare era quello di scrivere qualcosa che nessuno potesse tenere a bada, un libro che sarebbe andato ovunque, nelle mani di tutti. Un romanzo che avrebbe scosso il mondo.
Così nacque Ginger Man ma — come era prevedibile — pur avendo ricevuto ottimi apprezzamenti, Donleavy non trovò nessun editore americano disponibile a pubblicarlo. Così tornò in Irlanda dove arrivò a Maurice Girodias, fondatore della parigina Olympia Press, che gli propose la pubblicazione. A fargli decidere di uscire col proprio nome vero — nonostante la scabrosità del romanzo — fu il fatto che con lo stesso editore era stato pubblicato Beckett. Purtroppo scoprì a pubblicazione avvenuta che il libro era stato incluso nella collana pornografica Traveller’s Companion. Dopo diverse traversie legali, comunque, il libro uscì anche in Inghilterra e Donleavy riuscì a recuperare credibilità e decoro.
Ginger Man racconta lo smarrimento degradante di chi non è capace di circoscrivere il proprio egoismo, la sete di libertà ad ogni costo, l’incapacità di porsi un freno, ma anche la rivincita di chi invece trova nella disperazione la forza per riscattarsi e costruire un futuro dignitoso.
La scrittura molto originale in cui si alternano prima e terza persona, presente e passato, rende efficacemente la confusione mentale di Dangerfield, parziale voce narrante della storia, tra delirio alcolico e momenti di grande lirismo.
Un libro che forse all’inizio vi lascerà perplessi, ma dategli il tempo di entrarvi dentro, di prendere ritmo, e capirete infine che valeva la pena leggerlo.

lunedì 8 febbraio 2016

Write drunk, edit sober: il nuovo numero de Il Colophon

Si può intuire già dal titolo - l'esortazione di Hemingway Write drunk, edit sober (scrivi da ubriaco, edita da sobrio) - il tema affrontato nel nuovo numero de Il Colophon: la rivista letteraria on line indaga il rapporto tra gli scrittori e le loro dipenze, alcol o droghe che siano. 
«La cura, le parole rivisitate, l’edit sober, sono la salvezza della scrittura - scrive il direttore Michele Marziani nell'editoriale -  Dell’umanità diremmo. Questa l’indagine de Il Colophon, da ognuno degli autori interpretata a modo proprio. Per le vie di Carver, per le lunghe strade d’America di Kerouac, nell’Europa di Joseph Roth, nelle vigne celebrate da Veronelli, là dove invece il vino si fa processo collettivo di racconto… Tanto c’è da perdersi, inebriarsi, ritrovarsi pure. Poche le interviste, che da vivi dirsi bevitori non sta bene.»
Un numero denso da leggere e centellinare come un buon brandy. A cominciare dagli approfondimenti: i racconti di Carver, l'attualità di Hemingway, la visione di Kerouac, Luciano Bianciardi, "Sotto il vulcano" di Malcolm Lowry, appunti su Joseph Roth e Claudio Magris, il più perfetto dei piaceri imperfetti tra Gautier, Baudelaire, Huysmans e Oscar Wilde, una riflessione sulla scrittura come processo collettivo, l'intervista a Gian Arturo Rota per vent’anni stretto collaboratore di Luigi Veronelli. E poi le recensioni a "The trip to echo spring. On writers and drinking" di Olivia Lang, Un tenero barbaro" di Bohumil Hrabal, "Panegirico" di Guy Debord, "Ginger man" di J.P. Donleavy, "Non abitiamo più qui" di Andre Dubus, "African Psycho" di Alain Mabanckou, "Autobiografia alcolica" di Jack London, "Compagno di sbronze" di Charles Bukowski, "La minaccia della luce" di Marguerite Duras, "I miracoli della vita" di James Graham Ballard, "Le ceneri di Angela" di Frank McCourt. Ciliegina sulla torta i racconti di Alvaro Zerboni, Lorenzo Mercatanti, Simone Delos, Paolo Repetto, Roberta Marcaccio, Paola Giannelli, Milo Busanelli, Gigi Rocca.
Io vado a perdermi tra queste belle pagine!





martedì 2 febbraio 2016

Partenze di Maggie Van der Toorn: presentazione a Rimini il 13 febbraio

Sabato 13 febbraio alle ore 17.30 nell'auditorium dell'Istituto Musicale Pareggiato "G. Lettimi" (Via Cairoli 44) di Rimini, Maggie Van Der Toorn  presenterà il suo nuovo libro Partenze.
Maggie ha affidato a me il compito di fare da relatore e ne sono onorata. La presentazione sarà animata dalle letture di Francesco Tonti e dai brani musicali eseguiti dal soprano Samantha Faina e dal pianista Giacomo Fiori. Nel corso dell'evento si svolgerà anche la premiazione del concorso letterario Scintille in 100 parole 2015 con letture e consegna premi.
A seguire aperitivo letterario con i vini di Vitae Azienda Agricola. L'ingresso è libero.
Partenze sono racconti di transito, in un binario, in sala d’attesa, in un treno.
Treno di vita che simbolicamente li raccoglie tutti, ogni racconto si apre con l’attesa, sviluppandosi poi in un vero transito nell’interiorità. Così si trovano Antonio, la mamma di Francesca, Giacomo, e la cantante, Nimeha, la senzatetto e il gatto, spettatori di vite altrui, osservando situazioni esterne per distogliere la mente da quei macigni enormi che portano nel petto. Chi caduto nella voragine del gioco d’azzardo, chi testimone di sconvolgenti delitti, chi si scontra con i propri limiti, è poi costretto a presentare il conto, ad accettare quel verdetto.
Viaggiatori, quindi osservatori delle solite dinamiche con cui ci si scontra: una bimba che
fa i capricci, i telefoni cellulari che squillano, la signora con il cane, costituiscono un dolce riparo che allontana il pensiero vagando qua e là su dettagli rappresentativi, preamboli di personalità. L’attesa si trasforma in un espediente di rianalisi della memoria, ripercorrendo le tappe già percorse per avere una visione d’insieme in un gioco di passaggi.