mercoledì 21 dicembre 2016

Al paese dei libri di Paul Collins - Recensione

La recensione che segue è stata pubblicata nel numero di dicembre della rivista letteraria on line Il Colophon.

Che libro strano! Al termine della lettura non avevo ben capito se mi fosse piaciuto o meno, e ancora oggi – a distanza di qualche giorno – non mi è ben chiaro.
Non si tratta di un romanzo, bensì della cronaca autobiografica (almeno così è fatto intendere al lettore) di un soggiorno dell'autore con moglie e figlio al seguito a Hay-on-Wye, il celebre villaggio gallese dove la densità di librerie è elevatissima. Collins vorrebbe stabilirvicisi in pianta stabile ma la difficoltà di trovare una casa adeguata da acquistare lo indurrà a tornare negli Stati Uniti. È chiaro che la trama esigua costituisce un pretesto per parlare di altro: Hay-on-Wye, i libri, gli scrittori, come appaiono la Gran Bretagna e i suoi abitanti agli occhi di uno statunitense.
Ho apprezzato le descrizioni dei luoghi (anche se forse a un europeo lo stupore che le pervade risulta abbastanza ingenuo) e ancora di più le digressioni sui libri. Collins a quanto pare è cultore e collezionista di libri insoliti o introvabili dell'Ottocento e Novecento e cita di frequente divertenti brani a proposito dei temi più disparati. Spunto interessante per una ricerca bibliografica.
Ho trovato acute e sagaci alcune sue riflessioni anche se mi pare di intuire che si tratti del “solito” bibliofilo col paraocchi che esalta l'odore dei libri e la loro muffa rossa ma non riesce a considerare della stessa utilità e valore un ebook: un preconcetto che limita ancora molto scrittori, editori e lettori ed è duro da superare. Questo dato di fatto mi suscita una domanda, forse provocatoria: se i libri aiutano ad aprire la mente, perché molti di coloro che li realizzano, li scrivono o ne sono dei consumatori assidui hanno un atteggiamento così chiuso e ottuso nei confronti delle nuove tecnologie e alle grandi possibilità che esse offrono?
Tornando a Il paese dei libri, ci sono due cose che mi hanno lasciata interdetta. La prima è la brutta figura che in questo libro fanno gli statunitensi: Collins li dipinge come zotici bigotti ricchi di denaro, beni e tecnologia, ma un bagaglio culturale inesistente. Sono d'accordo che in parte può essere così, ma mi pare che calchi un po' troppo la mano, soprattutto visto che sta parlando dei suoi connazionali.
Infine la domanda che mi ha “tormentato” durante tutta la lettura: Collins dice di essere uno scrittore, ma via via che si legge Il paese dei libri si scopre che la sua prima opera ancora non è stata pubblicata, è in fase di editing. Sorvoliamo l'annosa e controversa questione riguardo al diritto di definirsi scrittore, se e dopo quanti libri pubblicati, ma a parte questo come fa a vivere e mantenere una famiglia senza svolgere un altro lavoro? Ha ricevuto un anticipo così cospicuo? Davvero negli Stati Uniti accade ancora? In caso affermativo Collins non dovrebbe denigrare tanto gli USA dove il sogno di vivere facendo solo lo scrittore (e non altri due o tre mestieri per sopravvivere) è possibile. Se invece così non è, forse ho capito finalmente l'essenza di Al paese dei libri: non si tratta di un racconto autobiografico bensì di un romanzo distopico assai ottimista.

Al paese dei libri di Paul Collins
(Adelphi)

lunedì 19 dicembre 2016

La libreria dell'armadillo di Alberto Schiavone - Recensione

La recensione che segue è stata pubblicata nel numero di dicembre 2016 della rivista letteraria on line Il Colophon


“Il destino di ogni libro è imprevedibile recita la quarta di copertina di questo romanzo, ed è imprevedibile anche ciò che ci leggerai dentro oltre a una bella storia, aggiungo io. Andiamo con ordine, però, iniziando dalla trama. Un vecchietto smemorato torna a casa dalla tabaccheria dove ha acquistato le sigarette e la commessa come resto gli ha dato un biglietto del SuperEnalotto. Essendo smemorato, appunto, si dimentica dell'estrazione e lascia il biglietto dentro al libro che sta leggendo: Randagio è l'eroe di Giovanni Arpino. Un libro ormai fuori catalogo, quasi irreperibile, ma che nella nostra storia fa un sacco di strada. Lo troviamo infatti il giorno dopo in uno scatolone abbandonato vicino ai cassonetti dalla nipote del vecchietto, e poi tra le mani di un librario cocciuto come un armadillo che sta cercando di salvare la propria libreria indipendente dal fallimento. Dalle mani del librario Randagio è l'eroe dovrebbe passare direttamente a quelle della dolce Francesca che lo sta cercando da tempo, ma si mettono in mezzo la sorte e un ragazzotto cinese che ama leggere di nascosto per non incappare nelle ire del padre, e che decide di rubare il prezioso volume visto che il libraio "ne ha tanti". E poi...non vi racconto oltre per non rovinarvi la sorpresa.
Vi posso raccontare, invece, le tante altre cose che ho trovato tra queste pagine. Ci ho trovato una dichiarazione d'amore per i libri libri: Ha mai osservato l'espressione di una persona che ha appena finito di leggere un libro? L'ideale è riuscire a vedergli scorrere addosso le ultime pagine, e seguirne il respiro fino alle ultimissime righe. È significativo anche come lo chiude. A volte un gesto violento, altre una carezza.
E l'atmosfera di certe librerie in cui potresti anche perderti, curiosando tra gli scaffali o chiacchierando col libraio o la libraia per ore. Sono fortunata, ne conosco diversi di luoghi così, ma stanno scomparendo piano piano, soprattutto nelle grandi città.
E ci ho trovato, ancora, la strenua resistenza di un libraio che fa questo mestiere per amore: l'unica maniera che abbiamo per aiutarli questi librai cocciuti e coraggiosi, sostenerli, incoraggiarli, è quella di frequentare le loro piccole isole del tesoro. Lo so che a volte è più comodo comprare on line senza uscire di casa, ma se davvero crediamo nel valore dei libri anche il banale gesto di acquistarli in libreria può significare molto.
La libreria dell'armadillo è stata anche l'occasione per conoscere Randagio è l'eroe, che mi ha incuriosito e ho cercato. Davvero è un libro difficile da reperire ma sono riuscita a procurarmelo: ancora non l'ho letto e confesso che forse mi sono creata molte aspettative che spero non saranno deluse. Proprio a proposito dei libri ormai fuori catalogo e quasi introvabili vorrei fare una riflessione: molti vedono gli ebook come una delle cause della crisi delle librerie indipendenti. Non credo che ci possa essere idea più sciocca considerando anche che il mercato degli ebook in Italia raggiunge ancora una fetta di pubblico piccolissima. Invece vedo in essi una grande risorsa proprio per ridare vita a questi testi ormai introvabili e che nessun editore è interessato a ripubblicare in edizione cartacea. L'ebook permetterebbe operazioni di recupero a costi bassissimi impedendo - inoltre - che certi testi di valore scompaiano completamente.
Ma torniamo alla Libreria dell'armadillo, un romanzo coinvolgente e delicato, che vi consiglio vivamente di leggere nel formato che vi piace di più, cartaceo o ebook. E se scegliete il cartaceo acquistatelo in una libreria... indipendente of course.

La libreria dell'armadillo di Alberto Schiavone
(Rizzoli)

giovedì 15 dicembre 2016

L'ora del tè: la chiacchierata nel salotto di Roberta Marcaccio

Roberta Marcaccio ha un bel blog che vi consiglio di seguire. All'interno del blog tiene una rubrica molto carina che si intitola L'ora del tè di cui sono stata ospite con mia grande emozione.
Ecco il risultato della chiacchierata che potete leggere anche direttamente a questo link.


Benvenuta Carla nel mio salotto, per me è un’emozione averti qui. So che ami gli infusi e i tè. Cosa posso offrirti mentre chiacchieriamo?
Un Earl Grey rigorosamente “liscio”.

Molto bene. Se sei pronta, iniziamo la nostra chiacchierata.
Prontissima.

A che età hai iniziato a scrivere?
Sette anni (e ho vinto il mio primo concorso letterario nazionale scolastico a otto).

Quali sono, se ne hai, le tue manie quando scrivi?
Non ne ho, a parte il fatto che ODIO chi sbircia nel mio pc o nel quaderno.

Il luogo in cui preferisci ambientare le tue storie?
Ovunque, basta che il luogo colpisca la mia immaginazione.

Il libro più bello che hai letto?
Difficile sceglierne uno. Negli ultimi anni “Questo bacio vada al mondo interno” di Colum McCann.

Il luogo più strano in cui scrivi?
Scrivo dappertutto: a casa, in treno, in auto, in aereo, nei caffè, su una panchina, ho scritto anche seduta sul sedile della moto… dipende cosa intendiamo per strano.

Sbirciando un po’ nel tuo bagaglio di referenze ho trovato molte cose interessanti:
agente letteraria, scrittrice, editor, direttrice di collana… È come se tutte le sfaccettature del mondo della scrittura, in te trovassero un centro. Penso, nel mio piccolo, a quanta fatica occorre per programmare un romanzo, scriverlo, promuoverlo, tenere un blog per aumentare la visibilità, ecc. Ed immagino la tua, di fatica, a fare collimare più esigenze diverse, tue e di altri. Inoltre curi diversi blog, recensisci libri, partecipi a gruppi di lettura, presenti libri… Insomma, hai una professionalità poliedrica.
La mia curiosità è: di tutte le attività che svolgi, quali ti hanno maggiormente aiutato nella tua carriera di scrittrice? Hanno influito in modo positivo oppure alcune sono state di intralcio?
Il tuo lavoro, ovviamente, ti impone di leggere molti libri. Facendo un calcolo approssimativo, quanti ne leggi in un anno?
Devo essere sincera al 100%? Dopo avere trascorso la giornata lavorativa a scrivere, promuovere, editare, ecc. gli altri autori, della mia vena creativa e della voglia di fare lo stesso per i miei progetti letterari resta molto molto poco. Anche perché spesso mi capita di lavorare fino a tardi. Tutto ciò quindi va a discapito della mia attività come scrittrice, della promozione dei miei libri, ecc. E non ti nascondo che sto facendo delle attente riflessioni sulla questione.
Quanti libri leggo in un anno tra quelli “per diletto” e quelli “per lavoro”? Circa 200 direi.

Certo che devi essere sincera. Mi piace parlare in modo diretto con le persone che incontro. È un po’ nella mia natura ed apprezzo chi lo è. Il tempo per la scrittura è tempo che va tolto a tutto il resto e spesso è la scrittura che ne soffre. Lo stesso vale per la promozione, le presentazioni. Ti capisco perché so cosa significa.
Con te vorrei affrontare un argomento che mi sta a cuore. Poi parleremo anche dei tuoi libri.
Tu leggi circa 200 libri ogni anno. Un numero notevole. Li leggi perché il tuo mestiere ovviamente lo richiede.
Parlando con Carla scrittrice mi piacerebbe avere una tua opinione sulla necessità di leggere per poter poi scrivere. Mi spiego meglio. Per scrivere è fondamentale leggere. Più libri si leggono più la scrittura si arricchisce, decolla. So anche che molti autori non leggono o leggono poco.
Quanto è importante invece la lettura per uno scrittore? È preferibile leggere un certo genere di libri o qualsiasi pagina scritta è adatta allo scopo? E infine, la lettura di libri di altri autori che uno scrittore fa, può condizionare il suo stile? Oppure migliorarlo?
Secondo me per uno scrittore la lettura è fondamentale.
Prima di tutto per i motivi più scontati, quelli per i quali la lettura è importante per tutti: sviluppa il senso critico, aiuta ad avere un punto di vista più ampio e obiettivo, mantiene vivo il cervello, spalanca nuovi orizzonti, ecc. Se una persona che si definisce scrittore non legge come può essere in grado di valutare ciò che ha scritto? Per valutare occorre essere in grado di confrontare il proprio lavoro con gli standard, con il resto della letteratura.
Inoltre leggere ci fa apprezzare (o detestare) strutture e stili narrativi diversi, ci mette di fronte a scritture di tutti i tipi che sentiremo più o meno congeniali alla nostra sensibilità. E anche leggere brutti libri (o quelli che noi riteniamo tali) può essere utile, per stabilire cosa proprio non ci piace, gli errori in cui non vogliamo cadere.
Non credo che la lettura possa condizionare il nostro stile, perché in ciò che scriviamo mettiamo sempre la nostra personalità. Piuttosto credo che sia ciò che ci piace che possa influenzarci. Mi spiego: io amo molto la scrittura asciutta, diretta, frasi brevi, poche leziosità. E infatti leggo molti autori nord europei, spesso accomunati da queste caratteristiche. Non amo molto i periodi lunghi, le descrizioni troppo ricche, le parole “barocche”, certi stili di autori sudamericani o mediterranei che mi paiono ridondanti. Quando scrivo, lo so, sono molto sintetica, essenziale. Ma certo la mia scrittura non è una copia dei miei autori preferiti. Forse la summa di tutti? O forse è solo la scrittura di Carla a cui piacciono le frasi brevi e poco leziose.
Certamente se leggiamo buoni libri miglioriamo la nostra scrittura.

Penso che tu ci abbia fornito un punto di vista molto interessante da cui osservare la nostra scrittura: ciò che ci piace influenza il nostro stile. Un punto di vista che non avevo mai considerato, su cui mi trovi molto d’accordo. Penso non solo ai libri che leggiamo ma anche a ciò che accade mentre viviamo e che spesso traduciamo in storie. Mi spiego e ti chiedo.
Una storia deve essere credibile o, per lo meno, coinvolgermi a tal punto da farmi accettare qualsiasi scelta dell’autore (mi vengono in mente almeno una decina di romanzi in cui mi sono stupita di ciò che accadeva ma ho accettato) tanto che è consigliabile che lo scrittore scriva di ciò che conosce bene. Nella tua esperienza di vita da scrittrice ti accade spesso di visitare luoghi, incontrare persone, vivere situazioni che poi diventano materia prima per le tue storie? Quanto di reale c’è nei tuoi racconti e quanto invece è frutto della tua fantasia?
Mi accade di continuo! Anzi, devo fissarmi dei paletti da sola perché grazie a luoghi, persone, vicende, conversazioni che mi ispirano ho già raccolto tante di quelle idee per altrettanti romanzi e racconti che non so se riuscirò a scriverli tutti in questa vita. C’è da dire però che sono anche molto critica. Tutte le idee di cui sopra me le appunto in un taccuino speciale, ma ogni tanto le rileggo e quelle che non mi convincono più le elimino.
Direi che la percentuale di reale e immaginario nelle mie storie è 50 e 50. Ma di solito la scintilla originale, quella da cui poi nasce la fase creativa, ha origine sempre nel reale.

Capisco bene cosa intendi. A volte anche camminando semplicemente per strada, la scintilla creativa che darà vita ad una storia può accendersi. Quando meno te lo aspetti.
Parliamo ora dei tuoi libri. Io ho letto sia Scritto sull’acqua che Pane, marmellata e tè. Il primo è una raccolta di racconti, mentre il secondo è un giallo-rosa che contiene tre avventure della simpatica Beatrice. Si tratta di storie brevi che nulla hanno da invidiare a romanzi più articolati. Personalmente trovo molto invitante la scrittura delle short story e devo dire che non è per niente facile scrivere condensando la storia.
Quando hai progettato Pane, marmellata e tè l’hai pensato con una struttura a racconti fin dall’inizio oppure hai valutato anche l’ipotesi del romanzo? I tre episodi di Beatrice possono essere considerati dei racconti lunghi, contengono diversi personaggi, hanno un andamento che ricorda molto il romanzo, ma per necessità narrativa prevedono molte delle caratteristiche di una short story: puntare l’occhio di bue su uno o pochi eventi in particolare, concentrarsi solo su alcuni dettagli, non dilungarsi nelle descrizioni. Alla luce di tutto questo, a tuo parere, è più facile scrivere un racconto rispetto ad un romanzo, o viceversa?
Pane, marmellata e tè è nato proprio con l’intenzione di proporre tre racconti legati tra di loro ma che allo stesso tempo siano episodi autoconclusivi. E infatti sono stati “costruiti” secondo questa esigenza.
Secondo me è più difficile scrivere un racconto, perché hai un minore “spazio di manovra” rispetto al romanzo: hai a disposizione meno pagine per delineare i personaggi, fare entrare il lettore nella storia, creare l’atmosfera che lo catturi. C’è da dire però che vengo da oltre vent’anni di giornalismo e sono quindi abituata a dovere esprimere molto in poche righe. I miei prossimi progetti, comunque, sono relativi ad alcuni romanzi piuttosto articolati, quindi ti saprò dire fra qualche mese se confermerò questa mia teoria o meno.

Ovviamente siamo curiosissimi dei tuoi futuri progetti, ma per scaramanzia non ti chiederò di cosa si tratta. Ne parleremo quando sarai pronta a svelarli.
Fra le tue pubblicazioni abbiamo citato alcuni saggi storici, fra cui Montecuccoli 1937-38. Viaggio in Estremo Oriente, pubblicato da Bacchilega Editore, la cronaca del viaggio dell’incrociatore Raimondo Montecuccoli, che partì da Napoli alla volta di Shanghai, in aiuto alla popolazione cinese. Il tuo è stato un importante lavoro di ricostruzione storica, che credo sia stato anche emozionante, visto che quel viaggio ha riguardato in qualche modo la tua famiglia. Ce ne vuoi parlare? Cosa ha significato per te scrivere questo libro? Quali sensazioni ha suscitato in Carla?
Con questa domanda avremmo finito la nostra intervista, ma di cose da chiederti ce ne sarebbero ancora tante. Possiamo ridarci appuntamento fra qualche mese, quando avrai qualche notizia in più da fornirci sui tuoi progetti futuri?
Però ho altre due curiosità (ed a questo punto non solo io). Tu vivi per scrivere e scrivi per vivere, una vita dedicata alla scrittura, ai libri, alla scoperta di autori esordienti e di novità letterarie. Quali sono le altre passioni di Carla, quelle che non riguardano libri e circondario?
E poi, se dovessi scegliere una fra le tante sfumature delle tue attività professionali (scrittrice, agente, editor, giornalista…) quale preferiresti esercitare per la vita?
Montecuccoli 1937-38. Viaggio in Estremo Oriente per me ha un grandissimo significato affettivo perché uno dei membri dell’equipaggio era mio nonno materno, Aroldo Sabbadin: i suoi racconti mi hanno affascinato fin da quando ero piccola e averli raccolti in un libro è come preservare la sua memoria ora che non c’è più. Ma è stata anche una importante operazione di ricerca perché questo episodio della storia della Marina Italiana è sconosciuto a molti e invece si è trattato di un evento significativo: la prima missione di pace della nostra Marina durante la quale sono state salvate migliaia di persone, occidentali ma soprattutto cinesi di Shanghai (la missione è stata svolta durante la guerra cino-giapponese). Oltre alle testimonianze di mio nonno ho raccolto quelle di altri membri allora ancora in vita dell’equipaggio: è stato come fare un commovente viaggio nel passato perché questi anziani marinai ricordavano nitidamente tutto e raccontavano la loro avventura con emozione. Nei loro occhi che brillavano ho rivisto i giovani sottufficiali del 1937.  Si è trattato comunque anche di una ricostruzione storica importante perché esistono pochissime informazioni in italiano sulla missione: in dieci anni ho raccolto materiale soprattutto in lingua inglese (articoli di giornale, diari e reportage, saggi storici) e sono riuscita a ricostruire spero al meglio la vicenda. Ma la cosa che mi ha reso più felice è che da quando è uscito il libro, dieci anni fa, ricevo regolarmente mail di parenti di ex membri dell’equipaggio che mi mandano immagini, memorie, ecc. Oppure semplicemente mi ringraziano per averlo scritto. Ho ricevuto email dalla Svezia, da Pechino, dal Canada, dagli USA. Tutto questo mi emoziona e avrei voluto poterlo condividere con mio nonno. Sto pensando a una seconda edizione del libro arricchita da tutto il materiale che mi è stato inviato in questi anni.
Rispondendo alle altre tue domande… certamente quando avrò novità interessanti sui miei nuovi progetti ti farò sapere.
Quali sono le mie passioni al di fuori dei libri e della scrittura?
Amo viaggiare, il fai da te (uncinetto, punto croce, cucito, creazioni con la carta o le perline), quando ho l’ispirazione giusta cucino.
Se potessi scegliere una sola delle mie attività professionali? Scrittrice, senza alcuna esitazione!

Sentirti parlare della tua esperienza di ricerca e scrittura di Montecuccoli e dell’effetto che sta suscitando in coloro che hanno partecipato alla missione e nei loro parenti emoziona un po’ tutti noi ed io credo che questo sia un libro da leggere e consigliare. Io per prima lo leggerò al più presto.
Grazie Carla per averci dedicato il tuo tempo e per avere condiviso con noi le tue passioni e qualche tuo piccolo segreto. Ti aspetto di nuovo nel mio salotto!




martedì 13 dicembre 2016

Pane, marmellata e tè - Incipit

Ormai lo sanno anche i muri che è uscito il mio nuovo libro. Ma siccome "la pubblicità è l'anima del commercio", non posso evitare di parlarne, anche se cerco di farlo senza ammorbare troppo i miei lettori (o fan? o follower? decidete voi).
Quindi nelle prossime settimane vi offrirò qualche dettaglio in più su Pane, marmellata e tè.
Cominciamo dall'incipit.
E se siete curiosi di leggere il resto... basta andare a questo link e acquistare l'ebook.
Buona lettura!

Fango, ovunque, sulle mani, sul viso. Se lo sente fra i denti.
E sangue. Tanto sangue. Ne avverte intensamente l'odore.
Beatrice si sveglia con un grido muto in gola.
Annaspando trova l'interruttore dell'abat-jour sul comodino e la luce calda che si diffonde la tranquillizza. Si alza a sedere sul letto, abbraccia le ginocchia e cerca di ridare un ritmo meno frenetico al cuore e al respiro.
Ancora quell'incubo che ritorna sempre con maggiore frequenza da quando ha intrapreso le ricerche per il dossier sui delitti seriali.
Non si è mai occupata di cronaca nera. Ma stavolta il direttore ha preferito dare un taglio più introspettivo al pezzo: niente morbosa caccia alle streghe e sensazionalismi, piuttosto una ricerca psicologica dei motivi per cui la fredda brutalità ha preso il sopravvento sul raziocinio e la compassione.
Niente giornalisti dallo scoop facile abituati a scavare nelle vite di vittime e carnefici per suscitare l'attenzione dei lettori. È più adatta lei, che solitamente scrive di impegno civile e problematiche sociali.
Si alza dal letto: ormai sa che non riuscirà a riprendere sonno. E poi fra meno di un'ora dovrebbe suonare la sveglia.
Infila un cardigan sulla camicia da notte e va in cucina, accende il bollitore, mette la bustina di tè nella tazza.
Quello che la turba non è tanto l'angoscia che prova a causa dell'incubo, quanto il fatto che lo scenario in cui ogni notte si ritrova non è descritto in nessuno dei rapporti analizzati per l'articolo.
Avrò poteri divinatori?
si chiede mentre versa l'acqua bollente.
Scrolla le spalle e con un grosso sospiro saluta la nuova giornata che ha davanti.

lunedì 12 dicembre 2016

Il Colophon di dicembre: Al paese dei libri

Ultimo numero del 2016 de Il Colophon quello appena uscito col titolo Al paese dei libri. Titolo ispirato al libro di Paul Collins che proprio io ho recensito per la rivista letteraria on line.
In questo numero si parla di libri - ma dai? - però sotto una luce particolare.
Di libri e coraggio.
No, non di libri che parlano di coraggio.
Bensì del coraggio di pubblicare libri belli, o fuori dagli schemi, o particolari ma comunque interessanti, senza sottostare solo e unicamente alle leggi del mercato.
Coraggio di essere dei veri librai, che sanno consigliare e incuriosire, non dei semplici commessi che potrebbero vendere un libro come si vende un paio di scarpe.
Coraggio di leggere un libro e dire che non ci è piaciuto, che è brutto o mal tradotto anche se è in vetta alle classifiche. Perchè è solo questo coraggio, e tutte le sue altre infinite sfumature, che salveranno i libri.
Un numero davvero bello, ricco pieno di spunti e contenuti, da gustarvi pagina dopo pagina con calma. Tanto la prossima edizione esce fra due mesi!
P.S. Le belle illustrazioni sono di Marta D'Asaro (anche lei ha il coraggio di proporre copertine fantastiche ma completamente fuori dagli schemi).

martedì 6 dicembre 2016

Fotogrammi in 6x6 di Michele Marziani - Recensione

La recensione che segue è stata pubblicata su Bookavenue.

Tre fotografie, tre brevi episodi, possono contenere tanta forza narrativa da riuscire a raccontare vite intere. È quello che fa Michele Marziani in questo breve romanzo (o racconto lungo,come si preferisce) con la sua scrittura asciutta ma che con poche frasi riesce a dirti un sacco di cose, a farti entrare nel cuore dei personaggi e delle vicende.
Nel primo fotogramma siamo a Rimini nel 1968, conosciamo Stefano, bambino di prima elementare, che si sente fuori posto, diverso dai compagni di classe, e per questo ce l'ha un po' coi propri genitori che stanno a metà strada tra i “ricchi” e i “proletari”; la stessa divisione che Stefano vive anche tra i suoi compagni di classe dove si sente escluso da entrambi i gruppi. Suo padre insegna alle superiori, un lavoro “borghese” quindi, ma in casa si deve ugualmente fare economia con scelte insolite che il bambino a volte proprio non comprende.
Cambia fotogramma, siamo ancora a Rimini nel 1973. Stefano ha 11 anni e comincia ad essere cosciente di ciò che succede nel mondo. Ad accrescere la sua consapevolezza lo aiuta l'amicizia con Ursula, sua coetanea, figlia del segretario di un ministro di Allende scampato al colpo di stato e ospitata nel suo stesso condominio.
L'ultimo fotogramma è ambientato a Laigueglia, in Liguria, nel 1994. Non è più Stefano il protagonista, ma sua madre che scrive una lettera al nipotino Ernesto che dorme. Le è stato affidato perchè i genitori, entrambi brigatisti, sono in prigione.
Come ci si trasforma da bambini che si sentono fuori posto e cercano di capire il mondo a terroristi? Forse possiamo provare a capirlo leggendo questa storia.
Al contrario di quanto si può pensare, però, non è un libro “politicizzato” ma il racconto di pensieri ed emozioni legati ad alcuni frammenti del '900 visti attraverso gli occhi di un bambino che si chiede come mai le cose “vanno così” e deve scegliere se accettare le risposte che trova crescendo.

Fotogrammi in 6x6 di Michele Marziani
(Antonio Tombolini Editore – Collana Officina Marziani)