lunedì 20 novembre 2017

Marco Freccero mi ha intervistato

Grazie a Marco Freccero (autore di cui presto leggerete qui) per la bella intervista che mi ha fatto nel suo blog.
Come al solito la riporto qui per i più pigri, ma se volete andare a leggere l'originale il link è questo e nel blog troverete tanti altri post interessanti.

Iniziamo questa intervista partendo dalle “basi”: che cosa fa l’editor?
L’editor rivede il manoscritto affinché sia pronto per la stampa. Oltre a correggere refusi ed errori, lo rende scorrevole e fluido, “lima” le parti in eccesso, verifica le incongruenze, lavora sulla struttura affinché il tutto risulti più armonioso possibile. Controlla che la struttura del racconto sia coerente, che non ci siano incongruenze temporali, storiche, geografiche o di altro tipo. Suggerisce a volte di eliminare o aggiungere un capitolo per alleggerire il testo o completarlo. Può consigliare anche di cambiare il finale o certi passaggi se non li ritiene efficaci. Sempre però nel rispetto dello stile dello scrittore.
Come si diventa editor?
Innanzitutto sarebbe meglio avere alle spalle degli studi umanistici, e in ogni caso conoscere molto bene la grammatica italiana (cosa che non darei per scontata con ciò che si legge in giro). In secondo luogo occorre avere un buon background come lettore perché più libri si leggono (belli o brutti, classici o contemporanei, scritti bene o male) maggiore senso critico letterario sviluppiamo. E conta anche una buona dose di “attività sul campo” per farsi le ossa. Esistono anche corsi di editing, ma senza avere compiuto il percorso che ho appena descritto servono a ben poco (a parte imparare la grammatica che non guasta).

Dimmi quali sono, secondo te, le tre qualità di un bravo editor?
Prima di tutto mettersi nei panni dello scrittore: tutti gli interventi nel testo devono rispettare il suo stile, l’anima della storia, il gusto personale dell’editor non conta. Per questo è molto importante che si lavori in stretta collaborazione. 
In secondo luogo, appunto, la capacità di lavorare in team e la consapevolezza di “essere al servizio” di una creazione altrui. Un editor non è egocentrico, al contrario, empatico.
Infine la pazienza: l’editing, come la scrittura, è un lavoro di lima, forbice, colla, un lavoro artigianale e metodico.
Immagina che io sia stato traumatizzato dalla vicenda Raymond Carver/Gordon Lish. (Per chi la ignorasse: I primi racconti di Carver furono editati, anzi stravolti, proprio da Lish. In seguito Carver prese le distanze da quel lavoro, pubblicando i racconti nella sua forma originale). Cosa diresti per convincermi ad avere fiducia nel lavoro di un editor?
Ti ripeterei quello che ho scritto  nelle risposte precedenti e aggiungerei che, come per tanti altri aspetti della vita, occorre assicurarsi di affidare il proprio manoscritto a un professionista serio, perché purtroppo in giro ci sono anche tanti editor improvvisati o incapaci.
Illustrami come si dovrebbe scegliere un editor. Cosa si deve chiedere? A cosa occorre prestare la massima attenzione?
Prima di tutto possiamo leggere un testo che ha scritto o editato: se ci troviamo errori, cose che non vanno, meglio non affidargli il nostro lavoro. Intendiamoci: un refuso può scappare a tutti, non siamo infallibili, ma in misura molto limitata. Si può anche chiedere una prova di editing: gli si invia un brano o un capitolo e si vede come lavora. E soprattutto se è uno intransigente, lasciamolo perdere: se si escludono gli errori grammaticali che non sono sindacabili (se non in certi casi), per quanto riguarda le altre correzioni l’editor le suggerisce e sta allo scrittore accettarle o meno. Se l’editor invece di suggerire impone, scappare a gambe levate.
Come scegli le storie da editare? Puoi indicarmi le qualità che un testo deve avere perché tu decida di scommetterci?
Sarebbe bello poter scegliere le storie da editare: ma l’editor deve mangiare e, con le tariffe che abbiamo qui in Italia, non si può andare tanto per il sottile. Quindi, a meno che non si tratti di un testo davvero disastroso, di solito si accetta il lavoro.
Racconti; romanzi. Hai un metodo di lavoro diverso per questo genere di scrittura?
No.
Ci spieghi come affronti il tuo lavoro? Ricevi una storia: quali sono le tue prime mosse?
Prima di tutto faccio le “pulizie grosse”: correzione ortografica, eliminazione degli errori più comuni (come le d eufoniche fuori posto, il sì senza accento quando si tratta di avverbio di affermazione, ecc.), correzione di termini errati. Poi inizio a leggere il testo e a correggerlo.
Per la Antonio Tombolino Editore dirigi la collana Olos. Di che cosa si tratta, e soprattutto ci puoi indicare come cambia il proprio lavoro quando entri a far parte di una casa editrice?
Olos è una collana dedicata alla medicina naturale, le pratiche per il proprio  benessere, le discipline olistiche. Olos in greco significa tutto, intero. Da questo termine nasce il significato delle discipline olistiche, che analizzando l’individuo nel suo insieme cercano di comprendere l’origine dei suoi problemi fisici o emotivi e si adoperano affinché – grazie al riequilibrio di corpo, mente, spirito ed emozioni – tali problemi vengano superati.
Come cambia il lavoro di editor intendi? Non cambia.
Oltre a questo, sei impegnata in due progetti: il primo è “Or∂ North”, il secondo invece è Uniwol. Ce ne parli? 
Orð North, che in lingua islandese significa parole del Nord, è un progetto dedicato alla diffusione in Italia della cultura e letteratura del nord Europa di cui sono appassionata. Per il momento è attivo il primo step del progetto, il sito/blog Orð North (https://ordnorth.wordpress.com/), che attraverso articoli, recensioni di libri, reportage, notizie cerca di diffondere in rete la cultura e letteratura del nord Europa per i lettori di lingua italiana. Ma per il 2018 sto organizzando degli workshop di approfondimento, alcuni eventi culturali e ricreativi e tante altre attività interessanti che svelerò a  poco a poco sul blog.
UniWoL, invece, è un network professionale nato con lo scopo di favorire collaborazioni tra scrittori, traduttori, editori, illustratori, agenti letterari e operatori culturali di tutto il mondo.
Si tratta di una start-up innovativa che a breve lancerà una piattaforma studiata “su misura” pensando a chi si occupa di editoria per professione, ma anche a chi si affaccia al mondo della letteratura e della narrazione come esordiente o freelance, per aiutarli a trovare i collaboratori più adatti insieme ai quali realizzare il loro progetto editoriale e diffonderlo nel paese in cui vivono o all’estero. Al momento è on line solo qualche pagina del portale (http://www.uniwol.com) ma presto faremo il lancio ufficiale e sarà possibile utilizzare tutte le sezioni della piattaforma.
Hai scritto “Montecuccoli 1937-38. Viaggio in Estremo Oriente” (Bacchilega editore, 2006) oltre ad altri saggi. Inoltre hai fatto parte del collettivo SIC (Scrittura Industriale Collettiva) che ha pubblicato il romanzo “In territorio nemico” (Minimum Fax, 2013). Il passaggio da editor a scrittrice è stato naturale, semplice, oppure richiede qualcosa in più? Soprattutto: come sono nate quelle storie?
Non ho fatto un passaggio da editor a scrittrice perché scrivo da oltre vent’anni: non sono solo editor ma anche giornalista. Anzi, il mestiere di giornalista è venuto molto prima di quello di editor. Penso continuamente a delle storie, sono una che fantastica sempre. Da un luogo che vedo, un fatto che leggo sul giornale, un’emozione, un profumo, mi viene in mente una storia. Se continuo a pensarci per un po’ significa che è il caso di lavorarci sopra. Quei libri sono nati così, ma ne ho altri che attendono di essere scritti, un quaderno zeppo di appunti che non vedo l’ora di trasformare in nuovi romanzi (o saggi).
In conclusione: hai un episodio divertente, oppure particolare, legato al tuo mestiere di editor, da rivelare? 
L’editor deve essere discreto. Tenersi per sé i dettagli del proprio lavoro. Quindi, no. Posso dire invece che ogni volta che esce un libro che hai editato è una gioia perché ha dentro una parte di te.



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