L'anno dei francesi: l’ospite d’onore alla Frankfurt Book Fair 2017 raccontato da me

Questo articolo è stato pubblicato nel numero di dicembre 2017 della rivista letteraria Il Colophon

Confesso che ho una conoscenza piuttosto superficiale della letteratura francese attuale, perciò curiosare nel padiglione dedicato alla Francia, che quest’anno era ospite d’onore alla Frankfurt Book Fair, la fiera editoriale più importante d’Europa, è stato utile e illuminante.
A dire il vero, più che una nazione era rappresentata una lingua (da qui lo slogan Francoforte in francese) perché l’intento degli organizzatori era di porre l’attenzione su tutti gli autori che si esprimono in lingua francese, a prescindere dalla nazionalità o provenienza geografica. Il filosofo Jacques Derrida scrisse: “una lingua non ha appartenenza [geografica, ndr]” ed è particolarmente vero per alcune lingue di origine europea come l’inglese, lo spagnolo e — appunto — il francese, parlate in ampissime aree del mondo. Proprio questa multietnicità salta agli occhi visitando i diversi stand del padiglione o consultando il programma di conferenze e incontri: la letteratura francese (non francofona, si badi bene) di oggi è arricchita da culture “altre” che si stanno velocemente integrando con quella nazionale e offrono un panorama molto più vario di quanto possano fare letterature meno “contaminate” come quella tedesca o italiana. Così, due dei principali protagonisti del panorama editoriale francese attuale sono Michelle Houellebecqu e Yasmina Reza.
Il primo, nato da genitori francesi nell’isola di Reunion e vissuto fino a sei anni in Algeria, è conosciuto in Italia in particolare per il suo romanzo Sottomissione, uscito due anni fa poco prima dell’azione terroristica alla redazione di Charlie Hebdo, in cui lo scrittore racconta un futuro prossimo che vede l’islamizzazione della Francia. La scrittura e i temi scelti da Houellebecqu per i suoi libri sono scomodi, o meglio è scomodo il suo tentativo di infrangere la base di luoghi comuni su cui poggiamo i piedi, spiazza i lettori e può rendere impegnativo affrontare i suoi libri. Ma è indubbia la sua capacità narrativa (al netto dei gusti personali) e analitica.

Anche Yasmina Reza, che conoscevo come drammaturga per la sua celebre pièce Il dio del massacro (da cui Roman Polański ha tratto il film Carnage), nata in Francia da padre iraniano e madre ungherese, entrambi di origine ebraica, ritrae la società attuale con disincanto nei suoi romanzi caustici che descrivono con sincero realismo (non privo di un certo sconforto) la reale natura umana. Il suo libro più recente è Babilonia, uscito in Italia lo scorso anno.
Tra gli scrittori rappresentati nel padiglione francese, oltre a quelli più “commerciali” come Marc Levy, Guillame Musso, Katherine Pancol, Anna Gavalda, Michel Bussi, Gilles Legardinier, (solo per citarne qualcuno), due nomi mi sono saltati agli occhi perché ho letto di loro sulla stampa italiana. Uno è Patrick Modiano, premio Nobel per la letteratura nel 2014 “per l’arte della memoria con la quale ha evocato i destini umani più inesplicabili e scoperto il mondo della vita nel tempo dell’occupazione”, l’altro è Kamel Daoud, al centro di polemiche nel 2016 sulla sua islamofobia in seguito alle quali ha lasciato il giornalismo, che nel romanzo Il caso Meursault — ispirato dichiaratamente a Lo straniero di Camus — esprime il proprio disincanto e una lucida autocritica sulla cultura araba.
Inutile negare che tra uno stand e l’altro mi sono appuntata diversi libri da cercare in traduzione italiana e nomi di scrittori sui quali, tornata a casa, ho fatto ricerche per conoscerli meglio. Tra questi, in particolare, Leila Slimani, Marie Ndiaye e Atiq Rahimi, tutti e tre insigniti del prestigioso premio Goncourt.
Leila Slimani è autrice di romanzi nerissimi in cui è il lettore stesso a trarre le conclusioni sul profilo psicologico dei personaggi dei quali Slimani si limita a descrivere in modo asciutto cosa fanno, come si comportano o si muovono nella storia. Le atmosfere dei suoi libri sono state paragonate dai critici a quelle di Simenon perché bada all’essenziale, senza abbellimenti, come si evince dall’incipit del suo ultimo romanzo, Ninna nanna: “Il bambino è morto. Sono bastati pochi secondi. Il medico ha assicurato che non aveva sofferto”.
Anche Marie Ndiaye racconta storie senza filtri, soffermandosi sulle piccole cattiverie della placida (almeno all’apparenza) quotidianità familiare. “La sua scrittura è calma e limpida, ma sotto la superficie vive e vibra un mondo di dolore” dice di lei l’editore Jean-Marc Laclavetine e qualcuno ha visto delle affinità con David Lynch. Tra i libri pubblicati in Italia Ladivine, Le serpi, Tre donne forti.
Atiq Rahimi, scrittore e regista afgano naturalizzato francese, è noto in particolare per Pietra di pazienza, caso letterario in Francia, in cui esprime, in modo toccante e profondo, la sofferenza delle donne afgane, la grazia fiera e indignata con cui affrontano l’ingiustizia.
Se ci si sofferma ad analizzare tutti gli scrittori di cui ho parlato salta agli occhi un tratto comune, il desiderio (o la necessità) di raccontare il nostro mondo così com’è, senza mediazioni estetiche o sovrastrutture formali, l’uso della scrittura come strumento per trasmettere la realtà, evitando di indulgere in sperimentazioni stilistiche o in “abbellimenti” linguistici. Andare oltre i condizionamenti artistici e culturali per essere semplici narratori.


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