Io cammino da sola di Alessandra Beltrame - Recensione

La recensione che segue è stata pubblicata sul numero 18 della rivista letteraria Il Colophon

“Questo libro è per parlare di noi solitari. Noi che anche se siamo in coppia, o se stiamo in una moltitudine, continuiamo a sentirci, a essere soli. Liberi, però soli, di quella solitudine creativa, stimolante, seminale, che ci fa pensare a cose grandi, che ci fa sfidare i nostri limiti. […] Questo è anche un libro sul cammino. […] Il cammino non ti salva ma può essere una cura. […] Puoi camminare per giorni, per mesi, per sempre e non cambiare mai. Per camminare e insieme crescere, curarti, guarire, imparare, devi entrare con la mente nei tuoi passi, devi metterci i pensieri”.
Scrive così Alessandra Beltrame in uno dei tre incipit che aprono Io cammino da sola; come si evince dalla citazione, è un libro che parla di due cammini solitari diversi: quello che ha compiuto l’autrice lungo la Via Francigena, e quello ben più lungo e impegnativo attraverso tutta la propria esistenza fino a oggi.
Se la solitudine lungo il cammino della vita forse appartiene un po’ a tutti, decidere di mettersi in spalla uno zaino e scegliere i piedi come mezzo privilegiato di viaggio è una variabile che siamo liberi di considerare o meno. Io che mi sposto principalmente a piedi, che non possiedo un’auto per scelta e che anche quando sono in grandi città cerco di usare i mezzi pubblici il meno possibile, ritengo che il viaggio a piedi sia la sublimazione, l’essenza della concezione di viaggio inteso non come il tragitto più veloce e confortevole per spostarsi da un luogo a un altro, ma come la bellezza di ciò che è racchiuso nel mezzo di questa azione.
“Non sei lì perché vuoi raggiungere una meta. La meta non è il fine ma il mezzo. Il fine è quel che stai facendo in quel preciso momento: è il cammino”.
E ancora: “Non è il traguardo a darci il benestare. È tutto quello che sta in mezzo fra la partenza e l’arrivo. È ogni attimo vissuto con consapevolezza. Sono i secondi, i minuti; i centimetri, i metri. Sono i passi. I battiti. Sono gli uno che si sommano, non i multipli, a riempire la vita”.
Queste frasi per me sintetizzano appieno l’esperienza del viaggio.
La Beltrame racconta come ha iniziato a camminare, a viaggiare camminando. Prima in gruppo lungo sentieri storici o significativi dell’Italia, da nord a sud. Poi ha deciso di sfidare se stessa e di percorrere la Via Francigena in pieno inverno, dalla Toscana al Lago di Bolsena, quando di pellegrini non se ne incontra praticamente nessuno, ma è proprio così che ha sublimato il suo bisogno di solitudine, di concentrarsi sul proprio corpo e i propri passi.
E parallelamente racconta la sua vita, le scelte anche difficili e controverse, dettate dal desiderio di libertà che la pervade: libertà dai legami, dalle cose, dal lavoro.
Mi sono trovata a condividere molte delle riflessioni della Beltrame, comprendo il suo bisogno di non sentirsi costretta da vincoli e so, per averlo vissuto io stessa, che proprio il viaggio — quello vero, non la vacanza organizzata — ti permette di dare risposte a questa necessità. Partire avendo in mente un luogo e poche tappe di riferimento, muoversi assecondando i propri tempi e gli incontri della giornata, dormire dove capita, senza preoccuparsi troppo di prenotazioni e camere di lusso.
Sono i viaggi così quelli che restano nel cuore, che insegnano qualcosa, che ti aiutano a conoscere meglio te stesso.
Ho camminato tanto da sola in città straniere. Mai in un bosco o lungo un’antica via dei pellegrini, ma comprendo bene che sia la dimensione migliore per leggersi dentro davvero, per restare a quattrocchi con la propria anima, e chissà che prima o poi non venga anche a me voglia di farlo.
“Un giorno mi sono detta: devo affrontare la solitudine, guardarla in faccia, marciare, inciampare e sacramentare con lei. Sviscerarla, sventrarla, affondarci le mani. Quel giorno, ho chiuso la porta di casa e ho cominciato a camminare da sola”.

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