Venivamo tutte per mare di Julie Otsuka - Recensione

La recensione che segue è stata pubblicata sul numero 19 della rivista letteraria Il Colophon

“Sulla nave eravamo quasi tutte vergini. Avevamo i capelli lunghi e neri e i piedi piatti e larghi, e non eravamo molto alte. Alcune di noi erano cresciute solo a pappa di riso e avevano le gambe un po' storte, e alcune di noi avevano appena quattordici anni ed erano ancora bambine. Alcune di noi venivano dalla città e portavano abiti cittadini all'ultima moda, ma molte di noi venivano dalla campagna, e sulla nave portavano gli stessi vecchi kimono che avevano portato per anni – indumenti sbiaditi smessi dalle nostre sorelle, rammendati e tinti più volte. Alcune di noi venivano dalle montagne e non avevano mai visto il mare, tranne che in fotografia,e alcune di noi erano figlie di  pescatori che conoscevano il mare da sempre. Forse il mare ci aveva portato via un fratello, un padre o un fidanzato, o forse un triste mattino una persona cara si era buttata in acqua e si era allontanata a nuoto, e adesso anche per noi era arrivato il momento di voltare pagina”.
All'inizio del Novecento tante giovani e giovanissime giapponesi salparono alla volta di San Francisco per raggiungere i connazionali sposati per procura: molte volte erano stati i padri a “venderle” perché i soldi del fidanzamento facevano comodo per sfamare il resto della famiglia. Altre avevano accettato per sfuggire al lavoro nei campi o in fabbrica. Scopriranno solo all'arrivo che i giovanotti eleganti che sorridevano nelle foto conservate gelosamente tra le loro cose erano sì i mariti, ma vent'anni prima, e che il vestito elegante gli era stato prestato. Che non si trattava di impiegati, bancari o commercianti, ma di braccianti o lavoranti a giornata, lavandai o facchini. E così le ragazze che volevano fuggire dalle risaie si ritrovarono a raccogliere cipolle o pesche, sgobbare in lavanderie malsane, fare le donne delle pulizie, considerato il lavoro più infimo nel loro paese, più umile persino di quello in risaia.
Ma se avevano pensato che questa fosse la cosa peggiore si erano dovute ricredere, perché oltre alla delusione e alla fatica di lavori duri ed estenuanti, avevano dovuto fare i conti con il razzismo e – ancora peggio – dopo Pearl Harbour, con le deportazioni e i campi di prigionia.
In questo romanzo che in realtà un romanzo non è, piuttosto una rievocazione liberamente interpretata di eventi storici, Julie Otsuka sceglie uno stile narrativo singolare e suggestivo e racconta le vicende di queste donne, dei loro uomini, dei loro figli, usando la prima persona (e in alcuni casi la terza) plurale.
Ne esce un ritratto corale e intenso, ma allo stesso tempo didascalico ed essenziale di uno spaccato della storia giapponese contemporanea ignorato dai più, che ci fa sentire meno lontani da questo popolo laborioso e all'apparenza un po' “sterile”, condizionato da modi troppo cortesi e formali, che sotto la superficie nasconde invece tante sfumature emozionali e il disperato desiderio di una vita migliore che ha spinto a emigrare tanti, tantissimi europei e – ora lo sappiamo – anche tanti giapponesi.
Nella società attuale assimiliamo la figura dei giapponesi a un paese iper tecnologico, industrializzato, avanzatissimo e un po' kitsch, mentre sono stati anche loro emigranti discriminati, e nei casi peggiori segregati. Tenere presente tutto questo permette di conferire un nuovo significato alla storia del XX secolo e in particolare a quella dell'Estremo Oriente.

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